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4 settembre – mercoledì Tempo Ordinario – 22a Settimana

4 settembre – mercoledì Tempo Ordinario – 22a Settimana
25/02/2019 elena

4 settembre – mercoledì
Tempo Ordinario – 22a Settimana

Prima lettura (Col 1,1-8)

   Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timòteo, ai santi e credenti fratelli in Cristo che sono a Colosse: grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro. Noi rendiamo grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, continuamente pregando per voi, avendo avuto notizie della vostra fede in Cristo Gesù e della carità che avete verso tutti i santi a causa della speranza che vi attende nei cieli. Ne avete già udito l’annuncio dalla parola di verità del Vangelo che è giunto a voi. E come in tutto il mondo esso porta frutto e si sviluppa, così avviene anche fra voi, dal giorno in cui avete ascoltato e conosciuto la grazia di Dio nella verità, che avete appreso da Èpafra, nostro caro compagno nel ministero: egli è presso di voi un fedele ministro di Cristo e ci ha pure manifestato il vostro amore nello Spirito.

Continuità della preghiera

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 14, corpo)

   La preghiera può essere considerata o in se stessa, o nella propria causa. Ora, la causa della preghiera è il desiderio mosso dalla carità, dal quale essa deve scaturire. E questo desiderio in noi deve essere continuo, o in atto oppure virtualmente: infatti la virtualità perdura in tutto quello che facciamo mossi dalla carità; d’altra parte dobbiamo fare tutto a gloria di Dio, come è detto in 1 Cor 10 [31]. E sotto questo aspetto la preghiera deve essere continua. Per cui S. Agostino ha scritto: «Noi preghiamo sempre col continuo desiderio radicato nella fede, nella speranza e nella carità». – La preghiera invece considerata in se stessa non può essere continua: poiché bisogna attendere anche ad altre occupazioni. «Ma proprio per questo», spiega S. Agostino, «noi preghiamo Dio anche vocalmente in determinate ore e in determinati tempi: per ammonire noi stessi con tali segni, per scoprire i progressi che facciamo in questo desiderio e per eccitarci ad agire con più impegno». Ora, la misura di ogni cosa va proporzionata al fine da raggiungere: come la misura di una medicina va proporzionata alla guarigione. Per cui è bene che la preghiera duri finché serve a eccitare il fervore dell’interno desiderio. Quando invece sorpassa questa misura, così da provocare necessariamente tedio, non va prolungata ulteriormente. Di qui le altre parole di S. Agostino: «Si dice che i monaci dell’Egitto usano orazioni [giaculatorie] assai frequenti, però brevissime, e improvvise come dardi, affinché l’attenzione vigile, tanto necessaria a chi prega, non svanisca e non si attutisca con attese prolungate. E in tal modo essi ci insegnano anche che come non bisogna diluire questa attenzione quando non può durare a lungo, così non la si deve subito interrompere quando perdura». E come ciò va tenuto presente nella preghiera individuale, così va tenuto presente anche nella preghiera pubblica in riferimento alla devozione del popolo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 14, corpus)

   Respondeo dicendum quod de oratione dupliciter loqui possumus, uno modo, secundum seipsam; alio modo, secundum causam suam. Causa autem orationis est desiderium caritatis, ex quo procedere debet oratio. Quod quidem in nobis debet esse continuum vel actu vel virtute, manet enim virtus huius desiderii in omnibus quae ex caritate facimus; omnia autem debemus in gloriam Dei facere, ut dicitur 1 ad Cor. 10 [31]. Et secundum hoc oratio debet esse continua. Unde Augustinus dicit, ad Probam, in ipsa fide, spe et caritate continuato desiderio semper oramus. – Sed ipsa oratio secundum se considerata non potest esse assidua, quia oportet aliis operibus occupari. Sed, sicut Augustinus ibidem dicit, ideo per certa intervalla horarum et temporum etiam verbis rogamus Deum, ut illis rerum signis nosipsos admoneamus; quantumque in hoc desiderio profecerimus, nobis ipsis innotescamus; et ad hoc agendum nosipsos acrius excitemus. Uniuscuiusque autem rei quantitas debet esse proportionata fini, sicut quantitas potionis sanitati. Unde et conveniens est ut oratio tantum duret quantum est utile ad excitandum interioris desiderii fervorem. Cum vero hanc mensuram excedit, ita quod sine taedio durare non possit, non est ulterius oratio protendenda. Unde Augustinus dicit, ad Probam, dicuntur fratres in Aegypto crebras quidem habere orationes, sed eas tamen brevissimas, et raptim quodammodo iaculatas, ne illa vigilanter erecta, quae oranti plurimum necessaria est, per productiores moras evanescat atque hebetetur intentio. Ac per hoc etiam ipsi satis ostendunt hanc intentionem, sicut non esse obtundendam si perdurare non potest, ita, si perduraverit, non cito esse rumpendam. Et sicut hoc est attendendum in oratione singulari per comparationem ad intentionem orantis, ita etiam in oratione communi per comparationem ad populi devotionem.

Vangelo (Lc 4,38-44)

   In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagòga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva. Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo. Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». E andava predicando nelle sinagòghe della Giudea.

Si recò in un luogo deserto

San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 1, soluzione 3)

   3. «L’agire di Cristo è un insegnamento per noi». Per dare quindi l’esempio ai predicatori, che non devono sempre farsi vedere in pubblico, il Signore talvolta si allontanava dalla folla. E faceva così per tre motivi. A volte per prendere un po’ di riposo corporale. Per cui in Mc 6 [31] è detto che il Signore disse ai discepoli: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. Era infatti molta la folla che andava e veniva, e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Altre volte invece per pregare, come è detto in Lc 6 [12]: In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare, e passò la notte in orazione a Dio. E S. Ambrogio commenta: «Col suo esempio ci istruisce sui precetti delle virtù». Altre volte infine per insegnarci a fuggire il favore degli uomini. Per cui il Crisostomo, spiegando il passo di Mt 5 [1], Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna, commenta: «Trattenendosi non in città, né sulla piazza, ma nella solitudine del monte, voleva insegnarci a non fare nulla con ostentazione, e a tenerci lontani dai tumulti, soprattutto quando si deve trattare di cose necessarie alla salvezza».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 1, ad tertium)

   Ad tertium dicendum quod actio Christi fuit nostra instructio. Et ideo, ut daret exemplum praedicatoribus quod non semper se darent in publicum, ideo quandoque Dominus se a turbis retraxit. Quod quidem legitur fecisse propter tria. Quandoque quidem propter corporalem quietem. Unde Marci 6 [31] dicitur quod Dominus dixit discipulis, venite seorsum in desertum locum, et requiescite pusillum. Erant enim qui veniebant et redibant multi, et nec spatium manducandi habebant. Quandoque vero causa orationis. Unde dicitur Luc. 6 [12], factum est in illis diebus, exiit in montem orare, et erat pernoctans in oratione Dei. Ubi dicit Ambrosius quod ad praecepta virtutis suo nos informat exemplo. Quandoque vero ut doceat favorem humanum vitare. Unde super illud Matth. 5 [1], videns Iesus turbas ascendit in montem, dicit Chrysostomus, per hoc quod non in civitate et foro, sed in monte et solitudine sedit, erudivit nos nihil ad ostentationem facere, et a tumultibus abscedere, et maxime cum de necessariis disputare oporteat.

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