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2 settembre – lunedì Tempo Ordinario – 22a Settimana

2 settembre – lunedì Tempo Ordinario – 22a Settimana
25/02/2019 elena

2 settembre – lunedì
Tempo Ordinario – 22a Settimana

Prima lettura
(1 Ts 4,13-18)

   Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

La speranza della vita eterna

San Tommaso
(Sulla prima lettera ai Tessalonicesi,
c. 4, lez. 2, v. 13, n. 93)

   93. Vieta loro di rattristarsi in modo disordinato, per cui dice: «come gli altri». Ora, l’Apostolo sembra concedere di rattristarsi per i morti, ma vieta di farlo in modo disordinato; per questo dice: «come gli altri».
   Infatti uno che si rattrista per i morti mostra compassione. Primo, per la dissoluzione del corpo di chi viene meno. Poiché dobbiamo continuare ad amarlo, e il corpo per l’anima. Sir 41,1: «O morte, come è amaro il tuo pensiero per l’uomo che vive sereno…». Secondo, per il distacco e la separazione che è dolorosa per gli amici. 1 Sam 15,32: «È forse passata l’amarezza della morte?». Terzo, perché con la morte si ravviva il ricordo del peccato. Rm 6,23: «Salario del peccato è la morte». Quarto, poiché viene ricordata la nostra morte. Qo 7,3: «Quella è infatti la fine di ogni uomo, e chi vive ci rifletterà…».
   Quindi ci si deve rattristare, ma moderatamente. Sir 22,11: «Piangi poco per un morto, poiché ora riposa…». E così dice: «come gli altri che non hanno speranza», poiché costoro ritengono che queste privazioni siano eterne, mentre noi diciamo di no. Fil 3,20-21: «E di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso». Per questo dice espressamente: «circa coloro che si sono addormentati [lat. dormientes]». Gv 11,11: «Il nostro amico Lazzaro dorme».
   Chi dorme, infatti, fa tre cose. Riposa con la speranza di alzarsi. Sal 40,9: «Forse chi dorme non potrà rialzarsi?». Così accade a chi muore nella fede. Inoltre in coloro che dormono l’anima vigila. Ct 5,2: «Io dormo, ma il mio cuore veglia…». Inoltre, in seguito l’uomo si rialza più riposato e vigoroso. Così i santi risorgono incorruttibili. 1 Cor 15,52.

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Tessalonicenses,

c. 4, lect. 2, v. 13, n. 93)

   Prohibentur ergo, ne scilicet inordinate tristentur, unde dicit sicut et caeteri. Videtur autem apostolus bene concedere tristari pro mortuis, aliquid tamen prohibere, ne scilicet inordinate tristentur, unde dicit sicut et caeteri. Quod enim aliquis tristetur, scilicet de mortuis, habet pietatem. Primo propter defectum corporis deficientis. Debemus enim eos diligere, et corpus propter animam. Eccli. 41, v. 1: o mors, quam amara est memoria tua homini pacem habenti, et cetera. Secundo propter discessum et separationem, quae dolorosa est amicis. 1 Reg. 15,32: siccine separat amara mors? Tertio quia per mortem fit commemoratio peccati. Rom. 6,23: stipendia peccati mors. Quarto quia fit commemoratio mortis nostrae. Eccle. 7,3: in illa enim finis cunctorum admonetur hominum, et vivens cogitat quid futurum sit, et cetera. Sic ergo tristandum, sed moderate. Unde Eccli. 22,11: modicum plora supra mortuum, quoniam requievit, et cetera. Et ideo dicit sicut et caeteri qui spem non habent, scilicet quia isti credunt huiusmodi defectus perpetuos, sed nos non. Phil. 3,20-21: salvatorem expectamus Dominum nostrum Iesum Christum, qui reformabit corpus humilitatis nostrae, configuratum corpori claritatis suae. Unde signanter dicit de dormientibus. Io. 11, v. 11: Lazarus amicus noster dormit. Dormiens enim tria facit. Cubat in spe surgendi. Ps. 10: numquid qui dormit non adiiciet ut resurgat? Sic et qui moritur in fide. Item in dormiente anima vigilat. Cant. c. 5,2: ego dormio, et cor meum vigilat, et cetera. Item postea homo resurget magis refectus et vegetus. Sic sancti resurgent incorruptibiles, 1 Cor. 15,52.

Vangelo (Lc 4,16-30)

   In quel tempo, Gesù venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Nessun profeta è bene accetto
nella sua patria

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 4, lez. 6, vv. 28-30)

   IL GRECO: Poiché li aveva rimproverati per la loro cattiva intenzione, essi si indignarono; ed è quanto si dice: All’udire queste cose tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno; anche perché aveva detto: oggi si è compiuta questa scrittura. E così avevano pensato che egli si paragonasse ai Profeti. Per questo motivo si indignarono e lo scacciarono dalla città; quindi prosegue: si alzarono e lo cacciarono fuori della città. AMBROGIO: Non c’è da meravigliarsi se persero la salvezza coloro che cacciarono fuori dei propri confini il Salvatore. Ora, il Signore, che col suo esempio aveva insegnato agli Apostoli a farsi tutto a tutti, non respinge coloro che vogliono, né sceglie coloro che non vogliono; né combatte contro quanti lo scacciano, né si rifiuta di ascoltare quanti lo supplicano. D’altra parte non si mostra piccola un’invidia la quale, dimentica della carità, piega le ragioni dell’amore a un odio crudele. Infatti mentre il Signore spargeva benefici tra il popolo, essi riversavano su di lui le loro offese; perciò prosegue: e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città per gettarlo giù dal precipizio. BEDA: I Giudei, discepoli del diavolo, sono peggiori del loro maestro. Egli infatti dice (Mt 4,6): «Gettati giù». Questi invece di fatto cercano di buttarlo giù. Ma Gesù, essendo cambiata improvvisamente la loro mente, oppure essendo stata colta dallo stupore, se ne andò, poiché riservava loro ancora un posto per la penitenza; quindi prosegue: Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. CRISOSTOMO: In questo passo mostra ciò che spetta all’umanità e ciò che spetta alla divinità: infatti lo stare in mezzo a coloro che lo attaccavano e non lasciarsi prendere da loro mostrava l’eminenza della divinità, mentre l’andarsene mostrava il mistero dell’economia dell’incarnazione. AMBROGIO: Allo stesso tempo comprendi che ciò non accadde necessariamente, ma per una volontaria sottomissione del corpo. Infatti viene preso quando vuole, e si sottrae quando vuole. E in che modo poteva essere trattenuto da pochi chi non poteva essere trattenuto da tutto un popolo? Ma egli volle che la profanazione fosse compiuta da molti, così da essere afflitto da pochi ma morire per tutti. Anzi, preferiva ancora salvare i Giudei anziché perderli: affinché dall’esito inefficace del loro furore cessassero di volere ciò che non erano in grado di compiere. BEDA: Non era poi ancora giunta l’ora della passione, che era fissata per la parasceve della Pasqua; e neppure era presente il luogo della passione, che non era Nazaret, ma Gerusalemme, raffigurata dal sangue delle vittime; e neppure aveva scelto questo genere di morte, poiché era stato profetizzato da secoli che sarebbe stato crocifisso.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 4, lect. 6, vv. 28-30)

   Graecus. Quia pravam eorum intentionem redarguerat, ideo indignantur; et hoc est quod dicitur et repleti sunt omnes in synagoga ira: pro eo etiam quod dixerat hodie completa est haec prophetia, arbitrati sunt quod seipsum compararet prophetis; et ideo indignantur, et fugant eum extra civitatem; unde sequitur et surrexerunt, et eiecerunt illum extra civitatem. Ambrosius. Nec mirum, si perdiderunt salutem qui eiecerunt de suis finibus salvatorem. Dominus autem, qui docuerat apostolos exemplo sui omnibus omnia fieri, nec volentes repudiat, nec invitos alligat, nec eicientibus reluctatur, nec rogantibus deest. Non mediocriter autem invidia proditur, quae caritatis oblita in acerba odia causas amoris inflectit. Cum enim ipse Dominus per populos beneficia diffunderet, illi iniurias irrigabant; unde sequitur et duxerunt illum usque ad supercilium montis, super quem civitas illorum erat aedificata, ut praecipitarent eum. Beda. Peiores sunt Iudaei discipuli diaboli diabolo magistro; ille enim ait: mitte te deorsum: isti facto mittere conantur; sed illorum mente mutata subito, vel obstupefacta, descendit, quia adhuc illis poenitentiae locum reservat; unde sequitur ipse autem transiens per medium illorum ibat. Chrysostomus. In quo et quae sunt humanitatis et quae sunt divinitatis ostendit: stare enim in medio insidiantium et non apprehendi, divinitatis eminentiam ostendebat; discedere vero, dispensationis approbat mysterium. Ambrosius. Simul intellige non ex necessitate fuisse, sed voluntariam corporis passionem: etenim quando vult capitur, quando vult elabitur. Nam quemadmodum a paucis teneri potuit, qui a populo non tenetur? Sed voluit sacrilegium esse multorum, ut a paucis quidem affligeretur, sed pro toto orbe moreretur. Quin etiam malebat Iudaeos adhuc sanare quam perdere; ut inefficaci furoris exitu desinerent velle quod implere non possent. Beda. Nondum etiam venerat hora passionis, quae in parasceve Paschae futura extiterat; necdum locum passionis adierat, qui non in Nazareth, sed Hierosolymis hostiarum sanguine figurabatur; nec hoc genus mortis elegerat, qui crucifigendum se a saeculo praeconabatur.

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