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21 maggio – martedì Tempo di Pasqua – 5a Settimana

21 maggio – martedì Tempo di Pasqua – 5a Settimana
14/02/2019 elena

21 maggio – martedì
Tempo di Pasqua – 5a Settimana

Prima lettura
(At 14,19-28)

   In quei giorni, giunsero [a Listra] da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe. Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.

Il digiuno come atto di virtù

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 147, a. 1, in contrario e corpo)

   Il digiuno è enumerato fra gli altri atti di virtù in 2 Cor 6 [5], dove S. Paolo dice: Nei digiuni, nella scienza, nella castità…
   Noi diciamo che un atto è virtuoso per il fatto che dalla ragione è ordinato a qualche bene onesto. Ora, ciò avviene per il digiuno. Infatti il digiuno è praticato principalmente per tre cose. Primo, per reprimere le concupiscenze della carne. Per cui S. Paolo nel passo citato scrive: Nei digiuni, nella castità; perché con il digiuno si conserva la castità. Infatti S. Girolamo scrive che «senza Cerere e Bacco, Venere si raffredda»: cioè con l’astinenza nel mangiare e nel bere la lussuria si smorza. Secondo, perché l’anima si elevi a contemplare le realtà più sublimi. Infatti in Dn 10 [3] è detto che Daniele ricevette rivelazioni da Dio dopo tre settimane di digiuno. Terzo, in riparazione dei peccati. Per cui è detto in Gl 2 [12]: Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. – Ed è quando dice anche S. Agostino: «Il digiuno purifica l’anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umiliato, dissipa le nebbie della concupiscenza, smorza gli ardori della libidine e accende la luce della castità». È quindi evidente che il digiuno è un atto di virtù.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 147, a. 1, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod connumeratur aliis virtutum actibus, 2 ad Cor. 6 [5-6], ubi apostolus dicit, in ieiuniis, in scientia, in castitate, et cetera.
   Respondeo dicendum quod ex hoc aliquis actus est virtuosus, quod per rationem ordinatur ad aliquod bonum honestum. Hoc autem convenit ieiunio. Assumitur enim ieiunium principaliter ad tria. Primo quidem, ad concupiscentias carnis comprimendas. Unde apostolus dicit, in auctoritate inducta, in ieiuniis, in castitate, quia per ieiunia castitas conservatur. Ut enim Hieronymus dicit, sine Cerere et Baccho friget Venus, idest, per abstinentiam cibi et potus tepescit luxuria. Secundo, assumitur ad hoc quod mens liberius elevetur ad sublimia contemplanda. Unde dicitur Dan. 10 [3 sqq.], quod post ieiunium trium hebdomadarum, revelationem accepit a Deo. Tertio, ad satisfaciendum pro peccatis. Unde dicitur Ioel 2 [12], convertimini ad me in toto corde vestro, in ieiunio et fletu et planctu. Et hoc est quod Augustinus dicit, in quodam sermone De orat. et ieiun., ieiunium purgat mentem, sublevat sensum, carnem spiritui subiicit, cor facit contritum et humiliatum, concupiscentiae nebulas dispergit, libidinum ardores extinguit, castitatis vero lumen accendit. Unde patet quod ieiunium est actus virtutis.

Vangelo
(Gv 14,27-31)

   In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

In che senso Gesù
è inferiore al Padre

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 14, lez. 8, I, v. 28, n. 1970)

   1970. Da queste parole Ario prese l’occasione per insultare, dicendo che il Padre è superiore al Figlio. Errore che viene confutato dalle parole stesse del Signore. Infatti la frase: «Il Padre è più grande di me», è nello stesso contesto dell’altra; «Io vado al Padre». Ora, il Figlio va al Padre e viene a noi fin dall’eternità (vedi sopra, 1,1: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio»); ma si dice che va al Padre secondo la natura umana. Perciò anche quando dice: «È più grande di me», lo afferma non in quanto Figlio di Dio, ma in quanto Figlio dell’uomo, e sotto tale aspetto non solo egli è minore del Padre e dello Spirito Santo, ma persino degli angeli (vedi Eb 2,9: «Quel Gesù che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, noi lo vediamo, per via della morte patita, coronato di gloria e di onore»). Anzi, fu inferiore persino ad alcuni uomini, cioè ai genitori, ai quali in certe cose era sottoposto, come si legge in Lc 2,51. Egli quindi era inferiore al Padre secondo la sua umanità, ma era a lui eguale secondo la divinità. Come dice S. Paolo (Fil 2,6): «Sussistendo nella natura di Dio, non considerò questa sua eguaglianza con Dio come un tesoro geloso, ma annientò se stesso, assumendo la condizione di servo».

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,
c. 14, lect. 8, I, v. 28, n. 1970)

   Sed ex hoc Arius insultat dicens Patrem maiorem esse Filio. Cuius error ex ipsis verbis Domini excluditur. Nam ex intellectu eius, quomodo intelligitur vado ad Patrem, ex eodem intelligitur Pater maior me est. Filius autem non vadit ad Patrem nec venit ad nos inquantum est Filius Dei, secundum quod cum Patre fuit ab aeterno; supra I: in principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum. Sed dicitur ire ad Patrem, secundum humanam naturam. Sic ergo hoc quod dicit maior me est, non dicit inquantum Filius Dei, sed inquantum filius hominis, secundum quod non solum est minor Patre et Spiritu Sancto, sed etiam ipsis Angelis; Hebr. 2,9: eum autem qui modico quam Angeli minoratus est, videmus Iesum propter passionem mortis, gloria et honore coronatum. Item quibusdam hominibus, scilicet parentibus, subditus erat quantum ad aliquid, ut legitur Lc. 2,51. Sic ergo minor est Patre secundum humanitatem, aequalis secundum divinitatem; Phil. 2,6: non rapinam arbitratus est esse se aequalem Deo: sed semetipsum exinanivit, formam servi accipiens.

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