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19 maggio Quinta Domenica di Pasqua

19 maggio Quinta Domenica di Pasqua
14/02/2019 elena

19 maggio
Quinta Domenica di Pasqua

Prima lettura
(At 14,21b-27)

   In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

Il digiuno atto di virtù

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 147, a. 1, in contrario e corpo)

   Il digiuno è enumerato fra gli altri atti di virtù in 2 Cor 6 [5], dove S. Paolo dice: Nei digiuni, nella scienza, nella castità…
   Noi diciamo che un atto è virtuoso per il fatto che dalla ragione è ordinato a qualche bene onesto. Ora, ciò avviene per il digiuno. Infatti il digiuno è praticato principalmente per tre cose. Primo, per reprimere le concupiscenze della carne. Per cui S. Paolo nel passo citato scrive: Nei digiuni, nella castità; perché con il digiuno si conserva la castità. Infatti S. Girolamo scrive che «senza Cerere e Bacco, Venere si raffredda»: cioè con l’astinenza nel mangiare e nel bere la lussuria si smorza. Secondo, perché l’anima si elevi a contemplare le realtà più sublimi. Infatti in Dn 10 [3] è detto che Daniele ricevette rivelazioni da Dio dopo tre settimane di digiuno. Terzo, in riparazione dei peccati. Per cui è detto in Gl 2 [12]: Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. – Ed è quando dice anche S. Agostino: «Il digiuno purifica l’anima, eleva la mente, sottomette la carne allo spirito, rende il cuore contrito e umiliato, dissipa le nebbie della concupiscenza, smorza gli ardori della libidine e accende la luce della castità». È quindi evidente che il digiuno è un atto di virtù.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 147, a. 1, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod connumeratur aliis virtutum actibus, 2 ad Cor. 6 [5-6], ubi apostolus dicit, in ieiuniis, in scientia, in castitate, et cetera.
   Respondeo dicendum quod ex hoc aliquis actus est virtuosus, quod per rationem ordinatur ad aliquod bonum honestum. Hoc autem convenit ieiunio. Assumitur enim ieiunium principaliter ad tria. Primo quidem, ad concupiscentias carnis comprimendas. Unde apostolus dicit, in auctoritate inducta [2 Cor. 6,5], in ieiuniis, in castitate, quia per ieiunia castitas conservatur. Ut enim Hieronymus dicit, sine Cerere et Baccho friget Venus, idest, per abstinentiam cibi et potus tepescit luxuria. Secundo, assumitur ad hoc quod mens liberius elevetur ad sublimia contemplanda. Unde dicitur Dan. 10 [3 sqq.], quod post ieiunium trium hebdomadarum, revelationem accepit a Deo. Tertio, ad satisfaciendum pro peccatis. Unde dicitur Ioel 2 [12], convertimini ad me in toto corde vestro, in ieiunio et fletu et planctu. Et hoc est quod Augustinus dicit, in quodam sermone De orat. et ieiun., ieiunium purgat mentem, sublevat sensum, carnem spiritui subiicit, cor facit contritum et humiliatum, concupiscentiae nebulas dispergit, libidinum ardores extinguit, castitatis vero lumen accendit. Unde patet quod ieiunium est actus virtutis.

Seconda lettura
(Ap 21,1-5a)

   Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

La vita eterna

San Tommaso
(Sul Simbolo degli Apostoli, art. 12)

   Bisogna considerare innanzitutto, in questo articolo, che cos’è la vita eterna. Essa è in primo luogo la perfetta comunione dell’anima con Dio; infatti Dio è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche. Gen 15,1: «Io sono il tuo protettore, e la tua ricompensa oltremodo grande».
   Questa congiunzione tra l’anima e Dio si attua attraverso la perfetta visione dell’essenza divina. «Adesso, infatti, vediamo in modo confuso come in uno specchio, mentre allora vedremo faccia a faccia» (1 Cor 13,12). La nostra lode diventerà anch’essa un cantico perfetto, poiché, come dice S. Agostino, «vedremo, ameremo, loderemo», e nella visione beatifica troveremo gioia e allegrezza, e l’anima sarà tutta un canto di ringraziamento e di lode.
   Sarà perfetta la sazietà dei nostri desideri: nella vita eterna infatti ogni beato avrà molto di più di quanto possa desiderare e sperare. E la ragione è che quaggiù è impossibile soddisfare l’umana brama di felicità; qui infatti non troviamo alcun bene creato che sia capace di placare appieno gli aneliti dell’uomo. Dio soltanto vi riesce, anzi, supera qualunque nostro desiderio, all’infinito. S. Agostino ha scritto con ragione: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore non troverà quiete fin quando non riposi in te».
   Ora, dato che i santi possiedono Dio perfettamente nella gloria beatifica, è chiaro che sono saziati in ogni loro desiderio. Anzi, la ricchezza della gloria celeste sarà sempre superiore a ogni aspettativa. Il servo buono e fedele prenderà parte alla gioia del suo Signore (Mt 25,21) e, secondo quanto osserva S. Agostino, non sarà tanto il gaudio divino a entrare nel cuore umano, quanto piuttosto l’uomo e ogni sua facoltà a immergersi interamente nella stessa beatitudine di Dio. Contempleremo il suo volto, ci sazieremo della sua presenza (Sal 16,15), in una giovinezza eternamente rinnovata (Sal 102,5).
   Tutto ciò che di piacevole possiamo immaginare lo troveremo con la visione beatifica, in maniera sovrabbondante. L’uomo trova in Dio – sommo bene – il massimo diletto: nell’Onnipotente avremo ogni delizia (Gb 22,26), gioia piena alla sua presenza, dolcezza senza fine alla sua destra (Sal 15,11).

Testo latino di San Tommaso
(In Symbolum Apostolorum expositio, art. 12)

   Est autem primo considerandum in hoc articulo, quae vita sit vita aeterna. Circa quod sciendum quod in vita aeterna primum est quod homo coniungitur Deo. Nam ipse Deus est praemium et finis omnium laborum nostrorum: Gen. 15,1: ego protector tuus sum, et merces tua magna nimis. Consistit autem haec coniunctio in perfecta visione: 1 Cor. 13,12: videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Item consistit in summa laude: Augustinus, in 22 De civ. Dei: videbimus, amabimus, et laudabimus; Isai. 51,3: gaudium et laetitia invenietur in ea, gratiarum actio, et vox laudis. Item in perfecta satietate desiderii: nam ibi habebit quilibet beatus ultra desiderata et sperata. Cuius ratio est, quia nullus potest in vita ista implere desiderium suum, nec unquam aliquod creatum satiat desiderium hominis: Deus enim solus satiat, et in infinitum excedit: et inde est quod non quiescit nisi in Deo, Augustinus, in 1 Conf.: fecisti nos, Domine, ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te. Et quia sancti in patria perfecte habebunt Deum, manifestum est quod satiabitur desiderium eorum, et adhuc gloria excedet. Et ideo dicit Dominus, Matth. 25,21: intra in gaudium Domini tui. Augustinus: totum gaudium non intrabit in gaudentes, sed toti gaudentes intrabunt in gaudium. Psal. 16,15: satiabor cum apparuerit gloria tua; et iterum 102,5: qui replet in bonis desiderium tuum. Quidquid enim delectabile est, totum est ibi superabundanter. Si enim appetuntur delectationes, ibi erit summa et perfectissima delectatio, quia de summo bono, scilicet Deo: Iob 22,26: tunc super Omnipotentem deliciis afflues; Psal. 15,11: delectationes in dextera tua usque in finem.

Vangelo
(Gv 13,31-33a.34-35)

   Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Il comandamento nuovo

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 13, lez. 7, III, v. 34)

   Vi do un comandamento nuovo. La qualità del comandamento è messa in luce in base alla sua novità, per cui dice: Vi do un comandamento nuovo. Però, nell’Antico Testamento o nella legge non era già stato dato il comandamento dell’amore del prossimo? Certamente era stato dato, poiché in Mt 22,37 Gesù, interrogato da un dottore della legge su quale fosse il primo comandamento, rispose: «Amerai il Signore Dio tuo», e aggiunse, «e il prossimo tuo come te stesso». Come si legge in Lv 19,18: « Amerai il prossimo tuo come te stesso».
   Ma questo comandamento è detto nuovo specialmente per tre ragioni. Innanzitutto per l’effetto di rinnovamento che esso realizza; Col 3,9: «Spogliatevi dell’uomo vecchio con le sue azioni e rivestitevi del nuovo, che si rinnova in una piena conoscenza a immagine di Colui che l’ha creato». Ora, questa novità deriva dalla carità, alla quale Cristo ci esorta.
   In secondo luogo questo comandamento è detto nuovo per la causa che realizza questo effetto, poiché viene da uno spirito nuovo. Esiste infatti un duplice spirito, antico e nuovo. L’antico è uno spirito di schiavitù, il nuovo uno spirito di amore; quello genera degli schiavi, questo dei figli adottivi; Rm 8,15: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito di figli adottivi»; Ez 36,26: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo». E questo spirito infiamma in vista della carità: poiché «la carità di Dio è stata effusa nei vostri cuori dallo Spirito Santo» (Rm 5,5).
   In terzo luogo per l’effetto che costituisce, cioè il Nuovo Testamento. Infatti la piccola differenza che c’è fra l’Antico e il Nuovo Testamento è quella che c’è fra il timore e l’amore; come infatti si legge in Ger 31,31, «Stabilirò con la casa di Israele un’alleanza nuova». Ma poiché questo comandamento nell’Antico Testamento proveniva da un timore e un amore santo, di fatto apparteneva al Nuovo Testamento; per cui si trovava nella legge antica non come una sua proprietà, ma come una preparazione alla legge nuova.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,
c. 13, lect. 7, III, v. 34)

   Sed qualitas mandati commendatur ex novitate, unde dicit mandatum novum. Sed numquid in veteri testamento vel lege datum non est mandatum de dilectione proximi? Datum quippe est, quia Matth. c. 22,37, Christus interrogatus a legisperito quod esset primum mandatum, respondit: diliges Dominum Deum tuum, et subditur: et proximum tuum sicut teipsum. Quod habetur Lev. 19,18: diliges proximum tuum sicut teipsum. Specialiter autem mandatum istud dicitur novum propter tria. Primo propter effectum innovationis quem efficit; Col. 3,9: exuentes vos veterem hominem cum actibus suis, et induentes novum, eum qui renovatur in agnitionem, secundum imaginem eius qui creavit illum. Haec autem novitas est per caritatem, ad quam hortatur Christus. Secundo istud mandatum dicitur novum propter causam quae hoc efficit, quia est a novo spiritu. Est enim duplex spiritus, scilicet vetus et novus. Vetus quidem est spiritus servitutis; novus autem spiritus amoris; ille generat servos, hic filios adoptionis; Rom. 8, v. 15: non accepistis spiritum servitutis iterum in timore, sed accepistis spiritum adoptionis filiorum; Ezech. 36,26: dabo vobis cor novum, et spiritum novum ponam in medio vestri. Et hic spiritus inflammat ad caritatem: quia caritas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum; Rom. 5, v. 5. Tertio per effectum quem constituit, scilicet novum testamentum. Nam brevis differentia novi et veteris testamenti est timor et amor; ut enim dicit Ier. 31,31: feriam domui Israel foedus novum. Quod autem mandatum istud in veteri testamento ex timore et amore sancto erat, pertinebat ad novum testamentum: unde hoc mandatum erat in veteri lege, non tamquam proprium eius, sed ut praeparativum novae legis.

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