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18 maggio – sabato Tempo di Pasqua – 4a Settimana

18 maggio – sabato Tempo di Pasqua – 4a Settimana
14/02/2019 elena

18 maggio – sabato
Tempo di Pasqua – 4a Settimana

Prima lettura
(At 13,44-52)

   Il sabato seguente quasi tutta la città [di Antiòchia] si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

Luce per illuminare le genti

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 2, lez. 9, fine)

   Perciò continua: luce per illuminare le genti. ATANASIO: Infatti prima della venuta di Cristo le genti erano stabilite nelle tenebre più profonde, prive di ogni conoscenza di Dio. CIRILLO: Ma il Cristo che giunge diviene la luce per quanti sono avvolti nelle tenebre e nell’errore, oppressi dalla mano del diavolo. Ora sono chiamati da Dio Padre alla conoscenza del Figlio, che è la luce vera. ATANASIO: Poiché Israele, seppure in modo tenue, era illuminato dalla Legge, non dice che a loro venne offerta la luce, ma aggiunge: e gloria del tuo popolo Israele: ricordando la storia antica, che cioè, come una volta Mosè parlando al Signore riportò un volto radioso, così anche coloro che raggiungono la luce divina dell’umanità, sbarazzandosi dell’antico velo, saranno trasformati nella stessa immagine di gloria in gloria. CIRILLO: Infatti, benché alcuni di loro siano stati disobbedienti, tuttavia i superstiti furono salvati, e per mezzo di Cristo raggiunsero la gloria. Tra queste primizie ci furono gli Apostoli, il cui splendore ha illuminato tuto il mondo. Inoltre Cristo fu la gloria di Israele in modo particolare, poiché secondo la carne procedette da loro; sebbene come Dio egli sovraintenda a tutti, benedetto nei secoli. GREGORIO NISSENO: Perciò dice espressamente: del tuo popolo, non solo perché viene adorato da loro, ma anche perché è nato da loro secondo la carne. BEDA: E mentre per le genti si parla di rivelazione, per Israele si preferisce parlare di gloria, poiché «quando entrerà la pienezza delle genti, allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 10, 15-26).

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,
c. 2, lect. 9, finem)

   Unde sequitur lumen ad revelationem gentium. Athanasius. Gentes enim ante Christi adventum in ultimis tenebris erant constitutae, cognitione divina privatae. Cyrillus. Sed Christus adveniens factus est lux tenebrosis et erraticis, quos diabolica manus pressit. Vocati sunt autem a Deo Patre ad notitiam Filii, qui est lux vera. Athanasius. Israel autem, licet tenuiter, lege illuminabatur; et ideo non dicit quod lumen illis protulerit, sed subdit et gloriam plebis tuae Israel: memorans antiquam historiam, quod sicut olim Moyses Dominum alloquendo gloriosam retulit faciem, sic et ipsi divinam humanitatis lucem pertingentes, vetus abicientes velamen, in eamdem imaginem transformarentur de gloria in gloriam. Cyrillus. Nam etsi quidam eorum inobedientes fuerint, tamen reliquiae salvae factae sunt, et per Christum pervenerunt ad gloriam. Harum primitiae fuere divini apostoli, quorum fulgores universum orbem illuminant. Fuit etiam Christus singulariter Israel gloria, quia secundum carnem ex eis processit; quamvis cunctis ut Deus praeesset per saecula benedictus. Gregorius Nyssenus. Et ideo signanter dixit plebis tuae, quia non ab eis tantum est adoratus, sed insuper ex eis est secundum carnem natus. Beda. Et bene revelatio gentium, Israelis gloriae praefertur, quia, cum plenitudo gentium introierit, tunc omnis Israel salvus erit (Rom. 10,15-26).

Vangelo (Gv 14,7-14)

   In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Le opere dei credenti

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 14, lez. 3, V, v. 12)

   In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.
   Dice dunque innanzitutto: In verità, in verità io vi dico, come se dicesse: le opere che io faccio sono così grandi da dare una prova sufficiente della mia divinità; ma se non vi bastano, guardate le opere che farò per mezzo di altri. Infatti che un uomo compia non solo da se stesso, ma anche per mezzo di altri, delle cose straordinarie, è il segno per eccellenza di un grande potere; per cui dice: In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio; e queste parole mostrano non solo la verità della divinità in Cristo, ma anche la potenza della fede, e l’unione di Cristo con i fedeli. Come infatti Cristo opera grazie al Padre che dimora in lui per unità di natura, così anche i fedeli operano grazie a Cristo che dimora in essi mediante la fede. Ef 3,17: «Che Cristo abiti mediante la fede nei vostri cuori». Ora, le opere che Cristo ha compiuto e che i discepoli compiono per la potenza di Cristo sono le opere dei miracoli. Mc 16,17: «Questi saranno i segni che seguiranno coloro che avranno creduto: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno in lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti ecc.».
   Ma ciò che aggiunge ci colpisce: e ne compirà di più grandi. In un primo modo si potrebbe dire che il Signore compie mediante gli Apostoli delle opere più numerose e più grandi di quelle compiute da lui stesso. Infatti il più grande dei miracoli compiuti da Cristo fu quello che dei malati venivano guariti solo toccando la frangia del suo mantello, come riporta S. Matteo (9,20). Ma negli Atti degli Apostoli (5,15) si legge di S. Pietro che i malati guarivano al passaggio della sua ombra. Ora, è una cosa più grande che a guarire sia l’ombra piuttosto che la frangia del mantello. In secondo luogo si può dire che Cristo ha compiuto opere più numerose con le parole dei discepoli che con le proprie. Infatti qui il Signore parla delle opere che erano state fatte con delle parole, come dice S. Agostino, chiamando opere le parole che egli diceva, e il cui frutto era la loro fede. Si legge infatti (Mt 19,21-22), a proposito di Cristo, che il giovane ricco non fu indotto dalle sue parole a lasciare ciò che aveva e a seguirlo. Infatti dopo le parole: «Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri», si aggiunge: «egli se ne andò via triste». Invece a proposito di Pietro e degli altri Apostoli si legge negli Atti (4,34-35) che coloro ai quali essi predicavano vendevano i loro possedimenti e tutto ciò che avevano, e ne portavano il prezzo ai piedi degli Apostoli.
   Qualcuno però potrebbe obiettare che il Signore non dice che saranno gli Apostoli a fare cose maggiori, ma colui che crede in me. Allora chi non ha fatto delle opere più grandi di quelle di Cristo non deve essere annoverato fra i credenti in Cristo? Al contrario! Sarebbe duro affermarlo.
   Quindi bisogna pensare diversamente, e dire che Cristo compie una duplice opera. Una senza di noi, come creare il cielo e la terra, risuscitare i morti e cose simili; un’altra in noi, ma non senza di noi: e questa è l’opera della fede, mediante la quale l’empio è giustificato. È dunque di queste opere che il Signore parla qui, di quelle che sono comuni al credente e a lui. Ed è questa l’opera che Cristo compie in noi, ma non senza di noi: poiché ogni uomo che crede fa la stessa cosa, in quanto ciò che è fatto in me da Dio è anche fatto in me da me stesso, cioè dal mio libero arbitrio. Per questo l’Apostolo dice (1 Cor 15,10) «Non io però – intendi: solo –, ma la grazia di Dio con me». E di queste opere dice: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi, poiché è più grande giustificare l’empio che creare il cielo e la terra: infatti la giustificazione dell’empio, di per sé, dura per l’eternità. Sap 1,15: «La giustizia è perpetua e immortale». Invece «il cielo e la terra passeranno», come si legge in S. Luca (21,33). Parimenti, anche per il fatto che l’opera materiale è ordinata alla spirituale, e il cielo e la terra sono un’opera materiale, mentre la giustificazione dell’empio è spirituale.
   Ma qui si affaccia un dubbio: poiché nella creazione del cielo e della terra è inclusa anche la creazione degli angeli santi. Allora chi coopera con Cristo alla propria giustificazione compie un’opera più grande della creazione di un angelo? S. Agostino non lo determina, ma dice: «Giudichi chi può se è un’opera più grande creare gli angeli o giustificare gli uomini empi; certo, se la potenza è uguale in entrambi i casi, in quest’ultimo la misericordia è maggiore». Se però consideriamo con attenzione di quali opere il Signore qui parli, non preferiamo la creazione degli angeli alla giustificazione dell’empio. Infatti nelle parole: e ne compirà di più grandi non dobbiamo intendere tutte le opere di Cristo, ma forse soltanto quelle che egli compiva in quel momento. Ora, è per la parola della fede che le compiva; e certamente è meno grande predicare le parole della giustizia – cosa che egli fa senza di noi – che giustificare degli empi, cosa che fa in noi, però in modo che lo facciamo anche noi.
   Assegna poi la ragione di ciò che ha detto, che cioè costui farà cose più grandi, dicendo: perché io vado al Padre. E ciò può essere inteso in tre modi. Uno secondo il Crisostomo: io opero per tutto il tempo in cui sono nel mondo, ma quando sarò partito sarete voi al mio posto, e quindi le cose che faccio io le farete voi, e ne farete anche di più grandi, perché io vado al Padre, e da quel momento non farò nulla da me stesso, cioè predicando.
   Oppure in questo senso: i Giudei pensano che quando io sarò stato ucciso, la fede degli uomini in me scomparirà; ma ciò non è vero, anzi, essa aumenterà, e voi farete delle opere più grandi perché io vado al Padre; cioè non sparisco, ma mi troverò nella dignità mia propria, e sarò in cielo: «Ora è stato glorificato il Figlio dell’uomo» (13,34).
   Oppure in un terzo modo: farete delle opere più grandi, e ciò perché io vado al Padre; come per dire: quando sarò più glorificato, conviene che io faccia delle opere più grandi. Quindi, prima che Gesù fosse glorificato, lo Spirito Santo non fu dato ai discepoli con quella pienezza in cui fu dato in seguito: «Lo Spirito non era stato dato poiché Gesù non era stato ancora glorificato» (7,19).

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,
c. 14, lect. 3, V, v. 12)

   Dicit ergo primo amen, amen dico vobis, quasi dicat: opera quae ego facio, adeo magna sunt quod praebent sufficienter argumentum divinitatis meae; sed si haec vobis non sufficiant, respiciatis ad opera quae per alios facturus sum. Potissimum enim signum magnae virtutis est ut homo non solum per se, sed etiam per alios eximia operetur; et ideo dicit amen, amen, dico vobis: qui credit in me, opera quae ego facio, et ipse faciet: quae verba non solum monstrant virtutem divinitatis in Christo, sed etiam virtutem fidei, et coniunctionem Christi cum fidelibus. Sicut enim Filius operatur propter Patrem in se manentem per unitatem naturae, ita et fideles operantur propter Christum in se manentem per fidem; Eph. 3,17: habitare Christum per fidem in cordibus vestris. Opera autem quae Christus fecit et discipuli faciunt virtute Christi sunt opera miraculorum; Mc. ult., 17: signa autem eos qui crediderint, haec sequentur: in nomine meo daemonia eiicient, linguis loquentur novis, serpentes tollent et cetera. Sed mirabile est quod subdit et maiora horum faciet. Uno modo ut dicamus quod Dominus per apostolos plura et maiora facit quam per seipsum. Maximum enim inter miracula Christi fuit quod ad tactum fimbriae eius sanabantur infirmi, ut habetur Matth. 9,20. Sed de Petro legitur Act. 5,15 quod ad eius umbram sanabantur infirmi. Magis autem est quod sanet umbra quam fimbria. Alio modo ut dicamus quod Christus plura fecit per verba discipulorum, quam per sua. Loquitur enim hic Dominus de operibus quae facta erant per verba, ut Augustinus dicit, quae opera tunc dicebat ubi verba quae loquebatur, et eorumdem verborum fructus erat fides illorum. Legitur enim de Christo Matth. 19,22, quod adolescens non fuit inductus ad vendendum quae habebat, et eum sequendum. Nam cum diceret adolescenti: vade, et vende omnia quae habes, et da pauperibus, subditur: abiit tristis. Sed de Petro et aliis apostolis legitur Act. 4, quod eis praedicantibus vendebant possessiones et omnia quae habebant, et afferebant pretium earum ad pedes apostolorum. Sed obviat aliquis, quod Dominus non dicit quod apostoli maiora facient, sed qui credit in me. Numquid ergo qui non fecit maiora quam Christus, non est computandus inter credentes in Christum? Absit. Durum enim esset hoc. Ideo dicendum est aliter, quod Christus duplex opus facit. Unum sine nobis, videlicet creare caelum et terram, suscitare mortuos, et huiusmodi; aliud operatur in nobis, sed non sine nobis: quod est opus fidei, per quod vivificatur impius. De istis ergo loquitur hic Dominus, quae sunt communia credenti. Et hoc est opus quod facit Christus in nobis, sed non sine nobis; quia eadem facit quicumque credit: quia quod fit in me per Deum, fit in me etiam per meipsum, scilicet per liberum arbitrium. Unde dicit apostolus: non autem ego, supple, solus, sed gratia Dei mecum. Et de istis dicit opera quae ego facio, et ipse faciet, et maiora horum faciet: quia maius est iustificare impium quam creare caelum et terram. Nam iustificatio impii, quantum est de se, perseverat in aeternum; Sap. 1,15: iustitia perpetua est et immortalis. Caelum autem et terra transibunt, ut dicitur Lc. 21,33. Item, quia opus corporale ordinatur ad spirituale: caelum autem et terra opus corporale est, iustificatio vero impii opus spirituale. Sed hic incidit dubium. Nam in creatione caeli et terrae includitur creatio etiam sanctorum Angelorum. Numquid ergo maiora facit qui cooperatur Christo ad suam iustificationem quam creare Angelum? Quod Augustinus non determinat sed dicit: iudicet qui potest utrum maius sit iustos creare Angelos quam impios homines iustificare: certe si aequalis est utrumque potentiae, haec maioris est misericordiae. Si autem diligenter attendamus de quibus operibus Dominus hic loquatur non praeferimus creationem Angelorum iustificationi impii. Non enim per hoc quod dicit et maiora horum faciet, oportet nos intelligere omnia opera Christi; sed illa tantum fortassis quae tunc faciebat. Tunc autem verbo fidei faciebat: et utique minus est verba iustitiae praedicare, quod fecit praeter nos, quam impios iustificare, quod ita facit in nobis ut faciamus et nos. Consequenter assignat rationem dicti, ideo maiora faciet, dicens quia ad Patrem vado. Quod potest tripliciter adaptari. Uno modo secundum Chrysostomum. Ego operor quamdiu sum in mundo, sed, me recedente, vos eritis loco mei: et ideo quae ego facio, vos facietis, et etiam maiora quia ego vado ad Patrem, et ultra per meipsum nihil operor, scilicet praedicando. Alio modo, ut sit sensus; Iudaei credunt quod me occiso fides mea extinguatur; et hoc non est verum, immo magis approbabitur, et vos maiora facietis quia vado ad Patrem; idest, non pereo, sed in propria maneo dignitate, et in caelis ero; supra 13,31: nunc clarificatus est Filius hominis, et Deus clarificatus est in eo. Tertio modo: maiora facietis, et hoc, quia vado ad Patrem; quasi diceret: dum ero magis glorificatus, decet me maiora facere, et etiam dare vobis virtutes maiora faciendi. Unde, antequam Iesus esset glorificatus, Spiritus non fuit datus discipulis in ea plenitudine in qua datus est postmodum; supra 7, v. 39: nondum erat Spiritus datus, quia Iesus nondum erat glorificatus.

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