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16 maggio – giovedì Tempo di Pasqua – 4a Settimana

16 maggio – giovedì Tempo di Pasqua – 4a Settimana
14/02/2019 elena

16 maggio – giovedì
Tempo di Pasqua – 4a Settimana

Prima lettura
(At 13,13-25)

   Salpàti da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge, in Panfìlia. Ma Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. Essi invece, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagòga nel giorno di sabato, sedettero. Dopo la lettura della Legge e dei Profeti, i capi della sinagòga mandarono a dire loro: «Fratelli, se avete qualche parola di esortazione per il popolo, parlate!». Si alzò Paolo e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. Quindi sopportò la loro condotta per circa quarant’anni nel deserto, distrusse sette nazioni nella terra di Canaan e concesse loro in eredità quella terra per circa quattrocentocinquanta anni. Dopo questo diede loro dei giudici, fino al profeta Samuèle. Poi essi chiesero un re e Dio diede loro Sàul, figlio di Chis, della tribù di Beniamino, per quarant’anni. E, dopo averlo rimosso, suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”. Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele. Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”».

Battesimo di penitenza
o conversione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 38, a. 3, soluzione 1)

   1. Quelle parole, come dice S. Beda, si possono riferire a due battesimi di penitenza. Il primo era quello conferito da Giovanni: il quale è detto «battesimo di conversione» in quanto era un certo stimolo alla conversione e un impegno, da parte di chi lo riceveva, a fare penitenza. Il secondo è il battesimo di Cristo, col quale sono rimessi i peccati. E questo Giovanni non poteva darlo, ma soltanto lo predicava, dicendo: Egli vi battezzerà nello Spirito Santo [Mc 1,8; Mt 3,11]. Si può anche rispondere che egli predicava un battesimo di conversione in quanto esso induceva alla conversione, la quale porta l’uomo al perdono dei peccati. Oppure si può dire, con S. Girolamo, che «mediante il battesimo di Cristo è conferita la grazia, con la quale i peccati sono gratuitamente rimessi: quanto però è portato a compimento dallo sposo era stato già iniziato dal suo paraninfo», cioè da Giovanni. Per cui sta scritto che battezzava e predicava un battesimo di penitenza per il perdono dei peccati [Mc 1,4; Lc 3,3] non perché lo potesse amministrare egli stesso, ma perché gli dava inizio preparandolo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 38, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod in illis verbis, ut Beda dicit, potest intelligi duplex Baptismus poenitentiae. Unus quidem, quem Ioannes baptizando conferebat, qui scilicet Baptismus dicitur poenitentiae, etc., quia scilicet ille Baptismus erat quoddam inductivum ad poenitentiam, et quasi quaedam protestatio qua profitebantur homines se poenitentiam acturos. Alius autem est Baptismus Christi, per quem peccata remittuntur, quem Ioannes dare non poterat, sed solum praedicabat, dicens, ille vos baptizabit in Spiritu Sancto. Vel potest dici quod praedicabat Baptismum poenitentiae, idest, inducentem ad poenitentiam, quae quidem poenitentia ducit homines in remissionem peccatorum. Vel potest dici quod per Baptismum Christi, ut Hieronymus dicit, gratia datur, qua peccata gratis dimittuntur, quod autem consummatur per sponsum, initiatur per paranymphum, scilicet per Ioannem. Unde dicitur quod baptizabat et praedicabat Baptismum poenitentiae in remissionem peccatorum, non ideo quia hoc ipse perficeret, sed quia hoc inchoabat praeparando.

Vangelo (Gv 13,16-20)

   [Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro: «In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono. In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».

Risposta
all’obiezione di Ario

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 13, lez. 3, IX, v. 20, n. 1794)

   1794. Da questo brano Ario si sforzò di ricavare una conferma al proprio errore, nel modo seguente. Il Signore afferma che chi accoglie lui accoglie il Padre: quindi il rapporto tra il Padre che invia e il Figlio inviato è identico a quello esistente tra il Figlio e i discepoli che questi invia. Ora, Cristo era superiore ai discepoli inviati, dunque il Padre è maggiore del Figlio.
   Ma a ciò si può rispondere, con sant’Agostino, che in Cristo c’erano due nature, quella umana e quella divina: e in base ad esse da una parte egli parla secondo la natura umana, quando dice: «Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me», ossia accoglie me in quanto uomo, perché ho in comune con essi la stessa loro natura, dall’altra parte invece parla secondo la natura divina, quando dice: «Chi accoglie me (che sono Dio) accoglie colui che mi ha mandato», con il quale formo un’unità di natura. Oppure si può dire: «Chi accoglie colui che io manderò, riceve me», a cui egli deve la sua autorità. E «chi riceve me» riceve il Padre, la cui autorità è stata a me trasmessa. Cosicché nelle parole suddette si può riscontrare in qualche modo la mediazione di Cristo tra Dio e l’uomo, a cui accenna quel testo di S. Paolo (1 Tm 2,5): «Uno solo è il mediatore tra Dio e l’uomo, l’uomo Cristo Gesù»

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,
c. 13, lect. 3, IX, v. 20, n. 1794)

   Sed ex hoc Arius errorem suum confirmare nititur hoc modo. Dominus dicit, quod qui recipit ipsum, recipit Patrem: ergo eadem est comparatio Patris mittentis ad Filium, quae est Filii mittentis ad discipulos; sed Christus mittens, est maior discipulis missis: ergo Pater est maior Filio. Sed ad hoc dicendum, secundum Augustinum, quod in Christo fuerunt duae naturae, humana scilicet, et divina: et secundum hoc loquitur ex una parte secundum humanam naturam, dicens qui accipit si quem misero, me, hominem, accipit, qui communico cum eis in una natura; et ex alia parte loquitur secundum divinitatem qui autem me, Deum, accipit, accipit eum qui me misit, qui cum eo sum unius naturae. Vel qui accipit eum quem ego mitto, accipit me, cuius auctoritas est in eis; et qui me accipit, accipit Patrem, cuius auctoritas est in me; ut sic in verbis istis importetur quasi mediatio Christi inter Deum et hominem, secundum illud 1 Tim. 2,5: mediator Dei et hominum, homo Christus Iesus.

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