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15 maggio – mercoledì Tempo di Pasqua – 4a Settimana

15 maggio – mercoledì Tempo di Pasqua – 4a Settimana
13/02/2019 elena

15 maggio – mercoledì
Tempo di Pasqua – 4a Settimana

Prima lettura
(At 12,24-13,5a)

   In quei giorni, la parola di Dio cresceva e si diffondeva. Bàrnaba e Sàulo poi, compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono prendendo con sé Giovanni, detto Marco. C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetràrca, e Sàulo. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Sàulo per l’opera alla quale li ho chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li congedarono. Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, scesero a Selèucia e di qui salparono per Cipro. Giunti a Salamina, cominciarono ad annunciare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei. 

Il digiuno di quaranta giorni

San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 2, soluzione 3)

   3. Come dice il Crisostomo, «egli digiunò, non perché ne avesse bisogno, ma per far comprendere a noi quale grande bene sia il digiuno, quale difesa costituisca contro il demonio e come, una volta ricevuto il battesimo, sia necessario praticarlo senza più abbandonarsi alla dissolutezza. Nel suo digiuno però non andò più in là di Mosè e di Elia, affinché il corpo assunto non sembrasse irreale». – S. Gregorio fa poi notare che nel digiuno di quaranta giorni, da noi osservato sull’esempio di Cristo, è racchiuso un secondo mistero, poiché «la virtù del decalogo si adempie nei quattro Vangeli: dieci per quattro infatti fa quaranta. Oppure perché il nostro corpo mortale è composto dei quattro elementi, e seguendo la sua inclinazione contraddiciamo ai precetti che il Signore ci ha dato nel decalogo». Oppure ancora, secondo S. Agostino [perché] «tutta la sapienza consiste nel conoscere il Creatore e le creature. Il Creatore è la Trinità: Padre e Figlio e Spirito Santo. Delle creature invece alcune sono invisibili, come l’anima, alla quale è attribuito il numero tre, per cui ci è prescritto di amare Dio in tre modi, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, altre invece sono visibili, come il corpo, a cui è attribuito il numero quattro a causa del caldo, dell’umido, del freddo e del secco. Il numero dieci, dunque, il quale indica tutto l’insegnamento, moltiplicato per quattro, che è il numero attribuito al corpo, in quanto esso deve venire praticato mediante il corpo, ci dà il numero quaranta». E così «il tempo nel quale gemiamo e soffriamo è di quaranta giorni». – Che poi Cristo, dopo il digiuno nel deserto, sia ritornato alla vita normale, non è senza motivo. È infatti quanto conviene alla vita di chi si impegna a comunicare agli altri il frutto della sua contemplazione; impegno che, come si è detto, Cristo si era assunto: cioè dedicarsi prima all’orazione e poi discendere al piano dell’azione vivendo in mezzo agli altri. Per cui anche S. Beda afferma: «Cristo digiunò perché tu non ti sottraessi al precetto; mangiò invece con i peccatori affinché tu, contemplando la sua grazia, ne riconoscessi il potere».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 2, ad tertium)

   Ad tertium dicendum quod, sicut Chrysostomus dicit, super Matth., ut discas quam magnum bonum est ieiunium, et qualiter scutum est adversus diabolum, et quoniam post Baptismum non lasciviae, sed ieiunio intendere oportet, ipse ieiunavit, non eo indigens, sed nos instruens. Non autem ultra processit ieiunando quam Moyses et Elias, ne incredibilis videretur carnis assumptio. – Secundum mysterium autem, ut Gregorius dicit, quadragenarius numerus exemplo Christi in ieiunio custoditur, quia virtus Decalogi per libros quatuor sancti Evangelii impletur, denarius enim quater ductus in quadragenarium surgit. Vel, quia in hoc mortali corpore ex quatuor elementis subsistimus, per cuius voluntatem praeceptis dominicis contraimus, quae per Decalogum sunt accepta. Vel, secundum Augustinum, in libro Octogintatrium quaest., omnis sapientiae disciplina est creatorem creaturamque cognoscere. Creator est Trinitas, Pater et Filius et Spiritus Sanctus. Creatura vero partim est invisibilis, sicut anima, cui ternarius numerus tribuitur, diligere enim Deum tripliciter iubemur, “ex toto corde, ex tota anima, ex tota mente”, partim visibilis, sicut corpus, cui quaternarius debetur propter calidum, humidum, frigidum et siccum. Denarius ergo numerus, qui totam insinuat disciplinam, quater ductus, idest numero qui corpori tribuitur multiplicatus, quia per corpus administratio geritur, quadragenarium conficit numerum. Et ideo tempus quo ingemiscimus et dolemus, quadragenario numero celebratur. – Nec tamen incongruum fuit ut Christus post ieiunium et desertum ad communem vitam rediret. Hoc enim convenit vitae secundum quam aliquis contemplata aliis tradit, quam Christum dicimus assumpsisse, ut primo contemplationi vacet, et postea ad publicum actionis descendat aliis convivendo. Unde et Beda dicit, super Marc., ieiunavit Christus, ne praeceptum declinares, manducavit cum peccatoribus, ut, gratiam cernens, agnosceres potestatem.

Vangelo (Gv 12,44-50)

   In quel tempo, Gesù esclamò «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

La luce degli uomini

San Tommaso
(La Somma contro i Gentili IV,
c. 13, verso la fine)

   Ma come chi agisce mediante l’intelligenza produce le cose nell’essere servendosi della nozione, o idea che ha presso di sé, così chi insegna causa la scienza negli altri mediante le nozioni che possiede in se stesso: poiché la scienza del discepolo deriva dalla scienza dell’insegnante come un’immagine di essa. Ora, Dio col suo intelletto non solo è causa di tutti gli esseri che sussistono in natura, ma ogni conoscenza intellettiva deriva dall’intelletto divino, com’è evidente dalle cose già dette [lib III, cc. 67,75]. Dunque è necessario che tutte le conoscenze intellettive siano causate dal Verbo di Dio, che è l’archetipo dell’intelletto divino. Ecco perché nel Vangelo si legge: «La vita era la luce degli uomini» (Gv 1,4); e ciò perché il Verbo, il quale è vita e in cui tutte le cose sono vita, manifesta la verità alle menti umane come una luce. – E non dipende da una deficienza del Verbo se non tutti gli uomini raggiungono la conoscenza della verità, e certuni rimangono ottenebrati. Ciò proviene infatti da un difetto degli uomini, i quali non si convertono al Verbo, né sono in grado di intenderlo pienamente: per questo negli uomini rimangono ancora le tenebre, maggiori o minori secondo la loro disponibilità verso il Verbo. Perciò S. Giovanni, per escludere ogni manchevolezza dalla virtù manifestativa del Verbo, dopo aver detto che «la vita è la luce degli uomini», aggiunge che «essa risplende nelle tenebre, e le tenebre non la compresero» [v. 5]. Le tenebre infatti ci sono non perché il Verbo non illumina, bensì perché alcuni non accolgono la luce del Verbo; così rimangono le tenebre nonostante che la luce del sole sia diffusa nell’aria, in colui che ha gli occhi chiusi o debilitati.

Testo latino di San Tommaso
(Summa contra Gentiles IV,
c. 13, circa finem)

   Sicut autem operans per intellectum per rationem quam apud se habet, res in esse producit; ita etiam qui alium docet, per rationem quam apud se habet, scientiam causat in illo: cum scientia discipuli sit deducta a scientia docentis, sicut imago quaedam ipsius. Deus autem non solum est causa per intellectum suum omnium quae naturaliter subsistunt, sed etiam omnis intellectualis cognitio ab intellectu divino derivatur, sicut ex superioribus patet. Oportet igitur quod per Verbum Dei, quod est ratio intellectus divini, causetur omnis intellectualis cognitio. Propter quod dicitur Ioan. 1-4: vita erat lux hominum: quia scilicet ipsum Verbum, quod vita est, et in quo omnia vita sunt, manifestat, ut lux quaedam, mentibus hominum veritatem. Nec est ex defectu Verbi quod non omnes homines ad veritatis cognitionem perveniunt, sed aliqui tenebrosi existunt. Provenit autem hoc ex defectu hominum, qui ad Verbum non convertuntur, nec eum plene capere possunt: unde adhuc in hominibus tenebrae remanent, vel maiores vel minores, secundum quod magis et minus convertuntur ad Verbum et capiunt ipsum. Unde Ioannes, ut omnem defectum a manifestativa Verbi virtute excludat, cum dixisset quod vita est lux hominum, subiungit quod in tenebris lucet, et tenebrae eam non comprehenderunt. Non enim tenebrae sunt ex hoc quod Verbum non luceat, sed ex hoc quod aliqui lucem Verbi non capiunt: sicut, luce corporei solis per orbem diffusa, tenebrae sunt ei qui oculos vel clausos vel debiles habet.

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