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12 maggio Quarta Domenica di Pasqua

12 maggio Quarta Domenica di Pasqua
13/02/2019 elena

12 maggio
Quarta Domenica di Pasqua

Prima lettura
(At 3,14.43-52)

   In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

I giusti sono destinati alla vita eterna attraverso la perseveranza finale, che il Concilio di Trento quantifica come un grande dono, il dono per eccellenza.

Il gran dono
della perseveranza finale

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 109, a. 10, corpo e soluzione 3)

   Tre sono le accezioni del termine perseveranza. – Talora infatti significa quell’abito dell’anima per cui l’uomo è costante e non si lascia distogliere dall’agire secondo la virtù nonostante l’assalto delle tristezze: e in questo senso la perseveranza sta alle tristezze come la continenza alle concupiscenze e ai piaceri, secondo le parole del Filosofo. – In secondo luogo la perseveranza può indicare l’abito in forza del quale l’uomo concepisce il proposito di perseverare nel bene sino alla fine. E in tutte e due queste accezioni la perseveranza viene infusa assieme alla grazia, come la continenza e le altre virtù. – In un altro modo invece si chiama perseveranza il continuare nel bene sino alla fine della vita. E per avere questa perseveranza l’uomo in grazia ha bisogno non già di una nuova grazia abituale, ma dell’aiuto di Dio che lo guidi e lo protegga contro gli assalti delle tentazioni, come si è visto. E così chi è già santificato dalla grazia ha bisogno di chiedere a Dio questo dono della perseveranza, cioè deve chiedere di essere custodito dal male sino alla fine della vita. Infatti la grazia viene data a molti a cui non è dato di perseverare nella grazia.
   3. Come insegna S. Agostino, «nello stato primitivo fu dato all’uomo un dono che gli offriva la possibilità di perseverare, ma non gli fu dato di perseverare. Invece adesso, per la grazia di Cristo, molti ricevono sia il dono della grazia per poter perseverare, sia ancora il perseverare di fatto». E così il dono di Cristo è più grande del peccato di Adamo. Tuttavia l’uomo poteva perseverare più facilmente con il dono della grazia nello stato di innocenza, in cui non c’era alcuna ribellione della carne allo spirito, di quanto non possiamo noi ora. Poiché la restaurazione della grazia di Cristo, sebbene sia iniziata quanto allo spirito, non è ancora compiuta quanto alla carne. Il che avverrà nella patria, dove l’uomo non solo potrà perseverare, ma sarà anche nella condizione di non poter peccare.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 109, a. 10, corpus e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod perseverantia tripliciter dicitur. – Quandoque enim significat habitum mentis per quem homo firmiter stat, ne removeatur ab eo quod est secundum virtutem, per tristitias irruentes, ut sic se habeat perseverantia ad tristitias sicut continentia ad concupiscentias et delectationes ut philosophus dicit, in 7 Ethic. – Alio modo potest dici perseverantia habitus quidam secundum quem habet homo propositum perseverandi in bono usque in finem. Et utroque istorum modorum, perseverantia simul cum gratia infunditur sicut et continentia et ceterae virtutes. – Alio modo dicitur perseverantia continuatio quaedam boni usque ad finem vitae. Et ad talem perseverantiam habendam homo in gratia constitutus non quidem indiget aliqua alia habituali gratia, sed divino auxilio ipsum dirigente et protegente contra tentationum impulsus, sicut ex praecedenti quaestione [a. 9] apparet. Et ideo postquam aliquis est iustificatus per gratiam, necesse habet a Deo petere praedictum perseverantiae donum, ut scilicet custodiatur a malo usque ad finem vitae. Multis enim datur gratia, quibus non datur perseverare in gratia.
   Ad tertium dicendum quod, sicut Augustinus dicit, in libro De natura et gratia, homo in primo statu accepit donum per quod perseverare posset, non autem accepit ut perseveraret. Nunc autem per gratiam Christi multi accipiunt et donum gratiae quo perseverare possunt, et ulterius eis datur quod perseverent. Et sic donum Christi est maius quam delictum Adae. Et tamen facilius homo per gratiae donum perseverare poterat in statu innocentiae, in quo nulla erat rebellio carnis ad spiritum, quam nunc possumus, quando reparatio gratiae Christi, etsi sit inchoata quantum ad mentem, nondum tamen est consummata quantum ad carnem. Quod erit in patria, ubi homo non solum perseverare poterit, sed etiam peccare non poterit.

Seconda lettura
(Ap 7,9.14b-17)

   Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Il candore delle anime,
splendore della grazia

San Tommaso
(S. Th. III, q. 69, a. 1, in contrario, corpo e soluzione 2)

   In Ez 36 [25] è detto: Effonderò su di voi acqua pura, e vi purificherò da tutte le vostre sozzure.
   S. Paolo dice: Quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella sua morte (Rm 6,3) e poi aggiunge: Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù Signore nostro (Rm 6,11). Dal che risulta che l’uomo con il battesimo muore alla vecchiezza del peccato e inizia a vivere nella novità della grazia. Ma ogni peccato fa parte della vecchiezza precedente. Perciò il battesimo cancella ogni peccato.
   2. Di nessun peccato si può dare il perdono se non in virtù della passione di Cristo, poiché senza spargimento di sangue non esiste perdono (Eb 9,22). Di conseguenza il pentimento della volontà umana non basterebbe alla remissione della colpa senza la fede nella passione di Cristo e senza il proposito di attingervi, o ricevendo il battesimo, o sottomettendosi alle chiavi della Chiesa. Perciò, quando un adulto si accosta pentito al battesimo, ottiene certamente la remissione di tutti i suoi peccati in forza del proposito del battesimo, ma più perfettamente ancora grazie all’effettiva ricezione del sacramento.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 69, a. 1, sed contra,
corpus e ad secundum)

   Sed contra est quod dicitur Ezech. 36 [25], effundam super vos aquam mundam, et mundabimini ab omnibus inquinamentis vestris.
   Respondeo dicendum quod, sicut apostolus dicit, Rom. 6 [3], quicumque baptizati sumus in Christo Iesu, in morte ipsius baptizati sumus. Et postea [v. 11] concludit, ita et vos existimate mortuos quidem esse peccato, viventes autem Deo in Christo Iesu Domino nostro. Ex quo patet quod per Baptismum homo moritur vetustati peccati, et incipit vivere novitati gratiae. Omne autem peccatum pertinet ad pristinam vetustatem. Unde consequens est quod omne peccatum per Baptismum tollatur.
   Ad secundum dicendum quod nullius peccati remissio fieri potest nisi per virtutem passionis Christi, unde et apostolus dicit, Heb. 9 [22], quod sine sanguinis effusione non fit remissio. Unde motus voluntatis humanae non sufficeret ad remissionem culpae, nisi adesset fides passionis Christi et propositum participandi ipsam, vel suscipiendo Baptismum, vel subiiciendo se clavibus Ecclesiae. Et ideo, quando aliquis adultus poenitens ad Baptismum accedit, consequitur quidem remissionem omnium peccatorum ex proposito Baptismi, perfectius autem ex reali susceptione Baptismi.

Vangelo (Gv 10,27-30)

   In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Il Padre e il Figlio
sono una cosa sola

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 10, lez. 5, V, v. 30)

   Io e il Padre siamo una cosa sola. Vengono esclusi con ciò due errori, quello di Ario, che divideva l’essenza, e quello di Sabellio, che confondeva le persone; in modo che siano liberati sia da Scilla che da Cariddi. Infatti dicendo una cosa sola ti libera da Ario, poiché una cosa sola esclude la diversità, e dicendo siamo ti libera da Sabellio, poiché il plurale mostra che il Padre e il Figlio si distinguono tra loro.
   Ma gli Ariani, con una menzogna della loro empietà, pretendono di negare questo discorso, dicendo che la creatura in un certo modo è una cosa sola con Dio; per cui in base a ciò anche il Figlio può essere una cosa sola con il Padre.
   Risulta però manifesto che ciò è falso, per tre motivi. Primo, per lo stesso modo di parlare. Infatti è chiaro che «uno» viene detto allo stesso modo di «ente». Quindi, come qualcosa non è detto «ente» puramente e semplicemente (simpliciter) se non secondo la sostanza, così non è detto nemmeno «uno» se non secondo la sostanza o natura. Ora, qualcosa è detto «uno» puramente e semplicemente (simpliciter) quando è detto senza alcuna aggiunta. Di conseguenza, poiché qui è detto Io e il Padre siamo una cosa sola (unum) senza alcuna aggiunta, è chiaro che sono una cosa sola secondo la sostanza e la natura. D’altra parte non si trova mai detto che Dio e la creatura sono una cosa sola senza qualche aggiunta, come in 1 Cor 6,17: «Chi si unisce a Dio è un solo spirito con lui». È dunque chiaro che il Figlio di Dio non è una cosa sola con il Padre come lo è la creatura.
   Secondo, per le cose che aveva detto sopra, ossia: «Ciò che il Padre mi ha dato è più grande di tutto», per poi concludere: Io e il Padre siamo una cosa sola; come per dire: In tanto siamo una cosa sola in quanto mi ha dato ciò che è più grande di tutto.
   Terzo, in base alla sua intenzione: infatti il Signore prova che nessuno strapperà le pecore dalla sua mano in quanto nessuno le può strappare dalla mano del Padre suo. Il che non seguirebbe se il suo potere fosse minore di quello del Padre. Quindi il Padre e il Figlio sono una cosa sola (unum) per la natura, l’onore e la potenza.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 10, lect. 5, V, v. 30)

   Per hoc autem excluditur duplex error: scilicet Arii, qui dividebat essentiam, et Sabellii, qui confundebat personas, ut sic et a Charybdi et a Scilla liberemur. Nam per hoc quod dicit unum, liberat te ab Ario; nam si unum, non ergo diversum. Per hoc autem quod dicit sumus, liberat a Sabellio; si enim sumus, ergo Pater et Filius est alius et alius. Sed hoc Ariani, impietatis suae mendacio, negare contendunt, dicentes, quod creatura aliquo modo est unum cum Deo: unde et hoc modo Filius potest esse unum cum Patre. Sed hoc patet esse falsum ex tribus. Primo ipso modo loquendi. Manifestum est enim quod unum dicitur sicut ens; unde sicut aliquid non dicitur ens simpliciter nisi secundum substantiam, ita nec unum nisi secundum substantiam vel naturam. Simpliciter autem dicitur aliquid quo nullo addito dicitur. Quia erga hoc simpliciter dicitur Ego et Pater unum sumus, nullo alio addito, manifestum est quod sunt unum secundum substantiam et naturam. Numquam autem invenitur quod Deus et creatura sint unum sine aliquo addito, sicut illud 1 Cor. 6,17: qui adhaeret Deo, unus spiritus est. Ergo patet quod Filius Dei non est unum cum Patre, ut creatura. Secundo ex his quae supra dixerat, scilicet, quod dedit mihi Pater, maius omnibus est, et postea concludit Ego et Pater unum sumus, quasi dicat: intantum unum sumus inquantum dedit mihi id quod maius est omnibus. Tertio patet ex sua intentione: nam Dominus probat quod non rapiet eas quisquam de manu sua, per hoc quod nemo potest rapere de manu Patris eius. Quod non sequeretur, si potestas eius esset minor quam potestas Patris. Unum ergo sunt Pater et Filius natura, honore et virtute.

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