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31 marzo Quarta Domenica di Quaresima

31 marzo Quarta Domenica di Quaresima
11/02/2019 elena

31 marzo
Quarta Domenica di Quaresima

Prima lettura
(Gs 5,9-12)

   In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

   La celebrazione della Pasqua è una delle prescrizioni fondamentali della legge antica

L’origine della legge antica

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 98, a. 2, corpo)

   L’antica legge fu data da un Dio buono, che è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Infatti l’antica legge guidava gli uomini a Cristo in due modi. Primo, dandogli testimonianza: per cui in Lc egli dice: Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei salmi; e in Gv: Se credeste a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Secondo, come una predisposizione: poiché, ritraendo gli uomini dal culto idolatrico, li raccoglieva nel culto dell’unico Dio, che doveva salvare il genere umano per mezzo di Cristo; per cui S. Paolo in Gal dice: Prima che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Ora, è evidente che predisporre al fine e condurre al fine appartiene a un promotore unico, che agisce da se stesso o mediante i suoi ministri. Infatti il demonio non avrebbe potuto dare la legge che doveva condurre gli uomini a quel Cristo che lo avrebbe scacciato, secondo il passo di Mt: Se Satana scaccia Satana, il suo regno è diviso in se stesso. Perciò la legge antica è stata data da quel medesimo Dio dal quale è stata compiuta la salvezza degli uomini mediante la grazia di Cristo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 98, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod lex vetus a bono Deo data est, qui est Pater Domini nostri Iesu Christi. Lex enim vetus homines ordinabat ad Christum dupliciter. Uno quidem modo, testimonium Christo perhibendo, unde ipse dicit, Lucae ult. [44], oportet impleri omnia quae scripta sunt in lege et psalmis et prophetis de me; et Ioan. 5 [46], si crederetis Moysi, crederetis forsitan et mihi, de me enim ille scripsit. Alio modo, per modum cuiusdam dispositionis, dum, retrahens homines a cultu idololatriae, concludebat eos sub cultu unius Dei, a quo salvandum erat humanum genus per Christum, unde apostolus dicit, ad Gal. 3 [23], priusquam veniret fides, sub lege custodiebamur conclusi in eam fidem quae revelanda erat. Manifestum est autem quod eiusdem est disponere ad finem et ad finem perducere, et dico eiusdem per se vel per suos subiectos. Non enim diabolus legem tulisset per quam homines adducerentur ad Christum, per quem erat eiiciendus; secundum illud Matth. 12 [26], si Satanas Satanam eiicit, divisum est regnum eius. Et ideo ab eodem Deo a quo facta est salus hominum per gratiam Christi, lex vetus data est.

Seconda lettura
(2 Cor 5,17-21)

   Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

La riconciliazione con Dio

San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 4, corpo)

   La passione di Cristo è la causa della nostra riconciliazione con Dio per due motivi. Primo, perché cancella il peccato, dal quale gli uomini sono resi nemici di Dio, secondo le parole di Sap 14 [9]: Sono ugualmente in odio a Dio l’empio e la sua empietà; e nel Sal 5 [7] è detto: Tu detesti chi fa il male. Secondo, poiché essa è un sacrificio graditissimo a Dio. L’effetto proprio del sacrificio è infatti di placare Dio: come quando un uomo condona un’offesa ricevuta per un gradito atto di ossequio che gli viene prestato. Per cui è detto in 1 Sam 26 [19]: Se il Signore ti eccita contro di me, voglia accettare il profumo di un’offerta. Ora, che Cristo abbia patito volontariamente fu un bene così grande che, per tale bene riscontrato nella natura umana, Dio si placò riguardo a tutte le offese ricevute dal genere umano, quanto a coloro che sono uniti a Cristo che ha patito, nella maniera sopra indicata.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 4, corpus)

   Respondeo dicendum quod passio Christi est causa reconciliationis nostrae ad Deum dupliciter. Uno modo, inquantum removet peccatum, per quod homines constituuntur inimici Dei, secundum illud Sap. 14 [9], similiter odio sunt Deo impius et impietas eius; et in Psalmo [5,7], odisti omnes qui operantur iniquitatem. Alio modo, inquantum est Deo sacrificium acceptissimum. Est enim hoc proprie sacrificii effectus, ut per ipsum placetur Deus, sicut cum homo offensam in se commissam remittit propter aliquod obsequium acceptum quod ei exhibetur. Unde dicitur 1 Reg. 26 [19], si Dominus incitat te adversum me, odoretur sacrificium. Et similiter tantum bonum fuit quod Christus voluntarie passus est, quod propter hoc bonum in natura humana inventum, Deus placatus est super omni offensa generis humani, quantum ad eos qui Christo passo coniunguntur secundum modum praemissum [a. 1 ad 4; a. 3 ad 1; q. 48 a 6 ad 2].

Vangelo
(Lc 15,1-3.11-32)

   In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La penitenza
e il perdono dei peccati

San Tommaso
(S. Th. III, q. 86, a. 1, corpo)

   L’incapacità della penitenza a cancellare un certo peccato potrebbe dipendere da due motivi: primo, dal fatto che uno non è in grado di pentirsene; secondo, dal fatto che la penitenza non è in grado di cancellare il peccato. Per il primo motivo sono certamente incancellabili i peccati dei demoni e dei dannati: poiché il loro affetto è confermato nel male, e quindi ad essi il peccato non può dispiacere in quanto colpa, ma dispiace solo in quanto si traduce nel castigo di cui soffrono. Per cui essi hanno un certo pentimento, però infruttuoso, come è detto in Sap 5 [3]: Presi dal pentimento, gemeranno per l’angoscia dell’animo. E così tale penitenza non è accompagnata dalla speranza del perdono, ma dalla disperazione. – Ora, non può essere di tal genere il peccato di un uomo viatore, il cui libero arbitrio è flessibile al bene e al male. Affermare quindi che esiste nella vita presente qualche peccato di cui sia impossibile pentirsi, è un errore. Primo, perché in tal modo si negherebbe il libero arbitrio. – Secondo, perché si farebbe oltraggio alla grazia, la quale è in grado di muovere a penitenza il cuore di qualsiasi peccatore, come è detto in Pr 21 [1]: Il cuore del re è nelle mani del Signore, che lo volge dovunque egli vuole. – È erroneo inoltre pensare che un peccato non possa essere rimesso in un secondo modo dalla vera penitenza. Innanzitutto perché ciò è incompatibile con la misericordia di Dio, che è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza (Gl 2,13). Infatti Dio in qualche modo sarebbe superato dall’uomo, se l’uomo desiderasse la cancellazione del peccato e Dio non la volesse. – In secondo luogo poi perché ciò verrebbe a menomare la virtù della passione di Cristo, che dà efficacia alla penitenza come anche agli altri sacramenti; sta scritto infatti: Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1 Gv 2,2). – Si deve quindi affermare in modo assoluto che in questa vita tutti i peccati possono essere cancellati per mezzo della penitenza.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 86, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod hoc quod aliquod peccatum per poenitentiam tolli non possit, posset contingere dupliciter, uno modo, quia aliquis de peccato poenitere non posset; alio modo, quia poenitentia non posset delere peccatum. Et primo quidem modo, non possunt deleri peccata daemonum, et etiam hominum damnatorum, quia affectus eorum sunt in malo confirmati, ita quod non potest eis displicere peccatum inquantum est culpa, sed solum displicet eis inquantum est poena quam patiuntur; ratione cuius aliquam poenitentiam, sed infructuosam habent, secundum illud Sap. 5 [3], poenitentiam agentes, et prae angustia spiritus gementes. Unde talis poenitentia non est cum spe veniae, sed cum desperatione. – Tale autem non potest esse peccatum aliquod hominis viatoris, cuius liberum arbitrium flexibile est ad bonum et ad malum. Unde dicere quod aliquod peccatum sit in hac vita de quo aliquis poenitere non possit, est erroneum. Primo quidem, quia per hoc tolleretur libertas arbitrii. – Secundo, quia derogaretur virtuti gratiae, per quam moveri potest cor cuiuscumque peccatoris ad poenitendum, secundum illud Prov. 21 [1] cor regis in manu Dei, et quocumque voluerit vertet illud –. Quod autem secundo modo non possit per veram poenitentiam aliquod peccatum remitti, est etiam erroneum. Primo quidem, quia repugnat divinae misericordiae, de qua dicitur, Ioel 2 [13], quod benignus et misericors est, et multae misericordiae, et praestabilis super malitia. Vinceretur quodammodo enim Deus ab homine, si homo peccatum vellet deleri, quod Deus delere non vellet. – Secundo, quia hoc derogaret virtuti passionis Christi, per quam poenitentia operatur, sicut et cetera sacramenta, cum scriptum sit, 1 Ioan. 2 [2], ipse est propitiatio pro peccatis nostris, non solum nostris, sed etiam totius mundi. Unde simpliciter dicendum est quod omne peccatum in hac vita per poenitentiam deleri potest.

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