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30 marzo – sabato Tempo di Quaresima – 3a Settimana

30 marzo – sabato Tempo di Quaresima – 3a Settimana
11/02/2019 elena

30 marzo – sabato
Tempo di Quaresima – 3a Settimana

Prima lettura
(Os 6,1-6)

   «Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza. Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra». Che dovrò fare per te, Èfraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. Per questo li ho abbattuti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocàusti.

Eccellenza dell’amore o carità

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 23, a. 6, in contrario e corpo)

   In 1 Cor 13 [13] è detto: La più grande di tutte è la carità.
   È necessario che le virtù umane, che sono il principio degli atti buoni, consistano nell’adeguazione alla regola degli atti umani, poiché la bontà di tali atti viene misurata in base alla loro conformità alla regola stabilita. Sopra però abbiamo detto che esistono due regole degli atti umani, cioè la ragione umana e Dio. Ma Dio è la prima regola, da cui deve essere regolata la stessa ragione umana. Di conseguenza le virtù teologali, che consistono nell’adeguarsi a questa prima regola, avendo esse Dio per oggetto, sono superiori alle virtù morali e intellettuali, che consistono nell’adeguarsi alla ragione umana. Perciò è necessario che tra le stesse virtù teologali sia più nobile quella che meglio raggiunge Dio. D’altra parte è noto che i mezzi diretti sono superiori a quelli indiretti. Ora, la fede e la speranza raggiungono certamente Dio in quanto egli causa in noi la conoscenza della verità e il conseguimento della beatitudine, ma la carità raggiunge Dio come è in se stesso, non in quanto noi riceviamo qualche beneficio da lui. Perciò la carità è più nobile della fede e della speranza, e quindi di tutte le altre virtù. Al pari cioè della prudenza la quale, adeguandosi direttamente alla ragione, è superiore alle altre virtù morali, che si adeguano alla ragione in quanto da essa viene stabilito il giusto mezzo negli atti e nelle passioni umane.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 23, a. 6, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur 1 ad Cor. 13 [13], maior horum est caritas.
   Respondeo dicendum quod, cum bonum in humanis actibus attendatur secundum quod regulantur debita regula, necesse est quod virtus humana, quae est principium bonorum actuum, consistat in attingendo humanorum actuum regulam. Est autem duplex regula humanorum actuum, ut supra [a. 3 q. 17; a. 1] dictum est, scilicet ratio humana et Deus, sed Deus est prima regula, a qua etiam humana ratio regulanda est. Et ideo virtutes theologicae, quae consistunt in attingendo illam regulam primam, eo quod earum obiectum est Deus, excellentiores sunt virtutibus moralibus vel intellectualibus, quae consistunt in attingendo rationem humanam. Propter quod oportet quod etiam inter ipsas virtutes theologicas illa sit potior quae magis Deum attingit. Semper autem id quod est per se magis est eo quod est per aliud. Fides autem et spes attingunt quidem Deum secundum quod ex ipso provenit nobis vel cognitio veri vel adeptio boni, sed caritas attingit ipsum Deum ut in ipso sistat, non ut ex eo aliquid nobis proveniat. Et ideo caritas est excellentior fide et spe; et per consequens omnibus aliis virtutibus. Sicut etiam prudentia, quae attingit rationem secundum se, est excellentior quam aliae virtutes morales, quae attingunt rationem secundum quod ex ea medium constituitur in operationibus vel passionibus humanis.

Vangelo (Lc 18,9-14)

   In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
   «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
   Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
   Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
   Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il Fariseo e il pubblicano

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 18, lez. 2, v. 14b)

   CRISOSTOMO: Perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato. L’umiltà è un nome che ha molti significati. Infatti l’umiltà è una virtù, secondo il detto del Salmo 50,19: «Un cuore contrito e umiliato, o Signore, tu non lo disprezzi»; c’è poi l’umiltà che nasce dal dolore, secondo quanto dice il Salmo 142,3: «Ha buttato a terra la mia vita». C’è ancora un’umiltà che deriva dal peccato, dall’orgoglio e dall’insaziabilità delle ricchezze; infatti che c’è di più basso e vile di coloro che sono sommersi nelle ricchezze e nel potere, e le considerano cose grandi? BASILIO: Similmente accade pure che tu sia esaltato lodevolmente, quando cioè non pensi cose umili, ma la tua mente attraverso la magnanimità viene sollevata verso la virtù. Ora, questa altezza d’animo consiste nell’essere elevato nel dolore, nel disprezzare le cose terrene, nel vivere in cielo. E questa altezza della mente rispetto all’esaltazione generata dall’arroganza sembra avere la stessa differenza che ha la corpulenza di un corpo ben disposto rispetto al gonfiore della carne in un idropico. CRISOSTOMO: Questo rigonfiamento dell’orgoglio può trascinare già dal cielo chi non sta attento; mentre l’umiltà può innalzare verso il cielo dalle caverne più profonde del peccato; essa ha salvato il pubblicano a preferenza del Fariseo, e ha portato il ladrone in paradiso prima degli Apostoli; mentre l’orgoglio è penetrato persino nelle potestà spirituali. Ma se l’umiltà, benché unita al peccato, ha fatto progressi così rapidi da oltrepassare la superbia della giustizia, quanto più veloce sarà il suo cammino quando unirai ad essa la giustizia? Sarà presente anch’essa al tribunale divino in mezzo agli Angeli, con grande fiducia. Inoltre, se l’orgoglio unito alla giustizia la può sommergere, se è unito al peccato fino a che punto non sprofonderà l’uomo nella Geenna? Dico questo non perché trascuriamo la giustizia, ma perché evitiamo l’orgoglio. TEOFILATTO: Forse qualcuno si meraviglierà del fatto che il Fariseo venga condannato per aver detto poche parole a propria lode, mentre Giobbe, che ne ha dette molte, viene incoronato. Ciò accade perché il Fariseo diceva queste cose accusando gli altri, senza essere costretto da alcun motivo; invece Giobbe, costretto dagli amici e da gravi pressioni, fu costretto a elencare le proprie virtù per la gloria di Dio, affinché gli uomini non si allontanassero dalla via della virtù. BEDA: In senso figurato il Fariseo è il popolo dei Giudei, che esalta i propri meriti in base alla giustificazione della Legge; mentre il pubblicano è il popolo dei Gentili, che, trovandosi lontano da Dio, confessa i propri peccati; di costoro l’uno, con la sua superbia, se ne andò umiliato, mentre l’altro, con la sua contrizione, fu ritenuto degno di avvicinarsi e di essere esaltato.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,
c. 18, lect. 2, v. 14b)

   Chrysostomus… quia omnis qui se exaltat, humiliabitur; et qui se humiliat, exaltabitur. Humilitatis nomen multiplex est. Est enim quaedam virtus humilitas, iuxta illud: cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Est et humilitas ab aerumnis, iuxta illud: humiliavit in terra vitam meam. Est et humilitas a peccatis et superbia et insatiabilitate divitiarum: quid enim humilius his qui se submittunt in divitiis et potentatu, et haec reputant magna? Basilius. Similiter etiam et exaltari laudabiliter contingit, quando scilicet non humilia cogitas, sed mens tua est per magnanimitatem in virtutem erecta. Talis autem animi celsitudo est eminentia in tristitiis, terrenorum contemptus, conversatio in caelis: et videtur huiusmodi mentis sublimitas eamdem habere differentiam ad elationem quam arrogantia parit, quam habet corpulentia corporis bene dispositi ad inflationem carnis cum ex hydropisi tumet. Chrysostomus. Haec igitur fastus inflatio ab ipsis caelis potest deprimere non caventem; humilitas vero et ab ipsa abysso reatuum hominem sublimare: haec enim prae Pharisaeo publicanum salvavit, latronem ante apostolos in Paradisum duxit; illa vero etiam incorpoream ingressa est potestatem. Ceterum si iuncta delicto humilitas tam facile currit, ut superbiam iustitiae transeat; si iustitiae coniunxeris eam, quomodo non ibit? Assistet ipsa tribunali divino in medio Angelorum cum fiducia multa. Rursus si fastus coniunctus iustitiae eam deprimere potuit, si coniunctus sit peccato, in quantam Gehennam detrudet? Hoc dico, non ut negligamus iustitiam, sed ut fastum vitemus. Theophylactus. Sed forsitan mirabitur aliquis, quomodo Pharisaeus, cum pauca verba suae laudis protulerit, condemnatur; Iob vero cum plurima fuderit, coronatur. Eo scilicet quod Pharisaeus talia dicebat criminando alios, nulla ratione cogente; Iob vero, urgentibus eum amicis, et pressuris prementibus, coactus est proprias virtutes referre ad Dei gloriam, ne homines desisterent a profectu virtutis. Beda. Typice autem Pharisaeus est populus Iudaeorum, qui ex iustificationibus legis extollit merita sua; publicanus vero gentilis est, qui longe a Deo positus, confitetur peccata sua; quorum unus superbiendo recessit humiliatus, alter lamentando appropinquare meruit exaltatus.

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