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21 marzo – giovedì Tempo di Quaresima – 2a Settimana

21 marzo – giovedì Tempo di Quaresima – 2a Settimana
08/02/2019 elena

21 marzo – giovedì
Tempo di Quaresima – 2a Settimana

Prima lettura
(Ger 17,5-10)

   Così dice il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti». Niente è più infido del cuore e difficilmente guarisce! Chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per dare a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni».

San Tommaso
(Su Geremia, c. 17, alla fine)

   Nota che i santi fruttificano per la contemplazione della sapienza. Sir 6: «Accostati ad essa come chi ara e chi semina, e attendi i suoi ottimi frutti». Per il fervore della carità. Ct 5: «Venga il mio diletto nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti». Per la confessione della lode. Eb 15: «Per mezzo di lui offriamo a Dio continuamente un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome». Per l’attività meritoria. Sal 84: «Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto». Per la conversione del prossimo. Gv 15: «Perché andiate, e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga».
   Parimenti bisogna notare che uno segue Cristo per l’integrità della carne. Ap 14: «Infatti sono vergini, e seguono l’agnello dovunque vada». Per l’intenzione del cuore. Fil 3: «Mi sforzo di correre per conquistarlo». Per la sofferenza della tribolazione. 1 Pt 2: «Cristo morì per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme». Per l’osservanza dei comandamenti. Gb 25: «Il mio piede ha seguito le sue orme, ho custodito la sua via e non ho declinato da essa». Per l’acquisto della gloria. Sir 23: «Gloria grande è seguire il Signore, sarà sua la lunghezza dei giorni».

Testo latino di San Tommaso
(In Ieremiam, c. 17, ult.)

   Nota, quod sancti fructificant per sapientiae contemplationem. Eccl. 6: quasi is qui arat, et qui seminat, accede ad eam, et sustine bonos fructus illius. Per caritatis fervorem. Cant. 5: veniat dilectus meus in hortum suum, ut comedat fructum pomorum suorum. Per laudis confessionem. Heb. 13: per ipsum offeramus hostiam laudis semper Deo, idest fructum labiorum confitentium nomini ejus. Per meritoriam operationem. Psal. 84: etenim Dominus dabit benignitatem, et terra nostra dabit fructum suum. Per proximorum conversionem. Joan. 15: ut eatis, et fructum afferatis, et fructus vester maneat. Item notandum, quod sequitur aliquis Christum per carnis integritatem. Apoc. 14: virgines enim sunt, et sequuntur agnum quocumque ierit. Per cordis intentionem. Philip. 3: sequor si quo modo comprehendam. Per tribulationis passionem. 1 Petr. 2: Christus passus est pro nobis vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia ejus. Per mandatorum observationem Job 23: vestigia ejus secutus est pes meus, viam ejus custodivi et non declinavi ex ea. Per gloriae receptionem. Eccli. 25: magna gloria est sequi Dominum; longitudo enim dierum assumetur ab eo.

Vangelo (Lc 16,19-31)

   In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
   Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
   Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
   E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Dovere dell’elemosina

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 5, corpo e soluzione 2)

   Essendo di precetto l’amore del prossimo, è necessario che siano di precetto tutte quelle azioni senza di cui non è possibile salvare tale amore. Ora, all’amore del prossimo non appartiene solo la benevolenza, ma anche la beneficenza, secondo l’espressione di 1 Gv 3 [18]: Non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. D’altra parte, perché noi vogliamo e facciamo il bene di una persona si richiede che provvediamo alle sue necessità, il che si compie mediante l’elemosina. Perciò fare l’elemosina è di precetto. – Siccome però i precetti hanno per oggetto gli atti delle virtù, è necessario che l’elemosina ricada sotto il precetto in quanto i suoi atti sono indispensabili per la virtù, cioè in quanto sono richiesti dalla retta ragione. E questa esige che si abbiano presenti le circostanze, sia dalla parte di chi deve dare, sia dalla parte di chi deve ricevere l’elemosina. Dalla parte di chi la dà si deve badare che quanto viene erogato in elemosina sia il suo superfluo, secondo le parole di Lc 11 [41]: Ciò che è superfluo datelo ai poveri. E chiamo superfluo non solo ciò che è tale in rapporto a lui stesso, cioè che eccede le sue necessità individuali, ma che è tale anche in rapporto alle persone affidate alle sue cure: poiché è necessario che uno prima provveda a se stesso e a coloro che gli sono affidati (rispetto alle quali si parla di necessità personali, in quanto “persona” indica un certo onore), e con quello che avanza soccorra ai bisogni degli altri. Come anche la natura prima provvede a se stessa, per il sostentamento del proprio corpo, quanto è necessario al compito della facoltà nutritiva; il superfluo invece lo eroga per la generazione di altri mediante la facoltà generativa. – Dalla parte poi di chi riceve si richiede che egli sia in necessità: altrimenti non avrebbe ragione di esigere l’elemosina. Ma poiché nessuno può provvedere da solo a tutti gli indigenti, non qualsiasi indigenza obbliga sotto precetto, ma soltanto quella che, se non è soddisfatta, lascia l’indigente in condizione di non potersi sostentare. Infatti in tal caso si avverano le parole di S. Ambrogio: «Da’ da mangiare a chi muore di fame. Se non lo nutri, tu l’hai ucciso». – Così dunque è di precetto fare elemosina quando si ha del superfluo; e quando si tratta di aiutare chi si trova in estrema necessità. Invece fare altre elemosine è di consiglio, come è di consiglio qualsiasi altro bene più perfetto.
   2. I beni temporali che uno riceve da Dio appartengono a ciascuno quanto alla proprietà, ma quanto all’uso non devono essere soltanto suoi, bensì anche degli altri, che possono essere sostentati da ciò che egli ha in sovrappiù. Scrive infatti S. Basilio: «Se tu dici che questi beni temporali ti sono venuti da Dio, pensi forse che Dio sia uno che distribuisce a noi le cose senza uguaglianza? Perché tu abbondi, e quello va mendicando, se non perché tu possa conseguire il merito dell’elargizione, e quegli sia arricchito col premio della pazienza? È dell’affamato il pane che tu conservi, è del nudo la veste che tieni sotto chiave, sono dello scalzo le scarpe che marciscono presso di te, è dell’indigente l’argento che tu possiedi sepolto. Insomma, tu commetti tante ingiustizie quante sono le cose che potresti dare». E la stessa cosa ripete S. Ambrogio, citato dal Decreto.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 5, corpus e ad secundum)

   Respondeo dicendum quod cum dilectio proximi sit in praecepto, necesse est omnia illa cadere sub praecepto sine quibus dilectio proximi non conservatur. Ad dilectionem autem proximi pertinet ut proximo non solum velimus bonum, sed etiam operemur, secundum illud 1 Ioan. 3 [18], non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. Ad hoc autem quod velimus et operemur bonum alicuius requiritur quod eius necessitati subveniamus, quod fit per eleemosynarum largitionem. Et ideo eleemosynarum largitio est in praecepto. – Sed quia praecepta dantur de actibus virtutum, necesse est quod hoc modo donum eleemosynae cadat sub praecepto, secundum quod actus est de necessitate virtutis, scilicet secundum quod recta ratio requirit. Secundum quam est aliquid considerandum ex parte dantis; et aliquid ex parte eius cui est eleemosyna danda. Ex parte quidem dantis considerandum est ut id quod est in eleemosynas erogandum sit ei superfluum, secundum illud Luc. 11 [41], quod superest date eleemosynam. Et dico superfluum non solum respectu sui ipsius, quod est supra id quod est necessarium individuo; sed etiam respectu aliorum quorum cura sibi incumbit, quia prius oportet quod unusquisque sibi provideat et his quorum cura ei incumbit (respectu quorum dicitur necessarium personae secundum quod persona dignitatem importat), et postea de residuo aliorum necessitatibus subveniatur sicut et natura primo accipit sibi, ad sustentationem proprii corporis, quod est necessarium ministerio virtutis nutritivae; superfluum autem erogat ad generationem alterius per virtutem generativam. – Ex parte autem recipientis requiritur quod necessitatem habeat, alioquin non esset ratio quare eleemosyna ei daretur. Sed cum non possit ab aliquo uno omnibus necessitatem habentibus subveniri, non omnis necessitas obligat ad praeceptum, sed illa sola sine qua is qui necessitatem patitur sustentari non potest. In illo enim casu locum habet quod Ambrosius dicit, pasce fame morientem. Si non paveris, occidisti. – Sic igitur dare eleemosynam de superfluo est in praecepto; et dare eleemosynam ei qui est in extrema necessitate. Alias autem eleemosynam dare est in consilio, sicut et de quolibet meliori bono dantur consilia.
   Ad secundum dicendum quod bona temporalia, quae homini divinitus conferuntur, eius quidem sunt quantum ad proprietatem, sed quantum ad usum non solum debent esse eius, sed etiam aliorum, qui ex eis sustentari possunt ex eo quod ei superfluit. Unde Basilius dicit, si fateris ea tibi divinitus provenisse (scilicet temporalia bona) an iniustus est Deus inaequaliter res nobis distribuens? Cur tu abundas, ille vero mendicat, nisi ut tu bonae dispensationis merita consequaris, ille vero patientiae braviis decoretur? Est panis famelici quem tu tenes, nudi tunica quam in conclavi conservas, discalceati calceus qui penes te marcescit, indigentis argentum quod possides inhumatum. Quocirca tot iniuriaris quot dare valeres. Et hoc idem dicit Ambrosius, in Decret., dist. 47.

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