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19 marzo – martedì San Giuseppe

19 marzo – martedì San Giuseppe
08/02/2019 elena

19 marzo – martedì
San Giuseppe

Prima lettura
(2 Sam 7,4-5a.12-14a.16)

   Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: Così dice il Signore: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?
   Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre».

La stirpe di Davide

San Tommaso
(S. Th. III, q. 31, a. 2, corpo)

   Come risulta da Mt 1 [1], Cristo è chiamato a titolo speciale figlio di due antichi padri, cioè di Abramo e di Davide. E le ragioni sono molteplici. La prima è che a loro in modo speciale fu promesso il Messia. Infatti ad Abramo fu detto: Saranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra (Gen 22,18). E S. Paolo riferisce a Cristo tale profezia scrivendo: È ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. La Scrittura non dice “e ai suoi discendenti”, come se si trattasse di molti, ma dice “e alla tua discendenza”, come a uno solo, cioè a Cristo (Gal 3,16). A Davide poi fu detto: Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono [Sal 131,11]. Per cui le folle dei Giudei, tributando a Cristo onori regali, lo acclamarono con le parole: Osanna al Figlio di Davide [Mt 21,9]. – La seconda ragione è che Cristo sarebbe stato re, profeta e sacerdote. Ora, Abramo fu sacerdote, come risulta dall’ordine che Dio gli diede: Prendimi una giovenca di tre anni… [Gen 15,9]. Fu inoltre profeta, secondo quelle parole: Egli è un profeta: preghi egli per te [Gen 20,7]. Davide poi fu re e profeta. – La terza ragione è che in Abramo ebbe inizio per la prima volta la circoncisione [Gen 17,10], mentre in Davide si manifestò con la massima evidenza la scelta di Dio, secondo le parole di 1 Sam 13 [14]: Il Signore si è già scelto un uomo secondo il suo cuore. Perciò Cristo è chiamato in modo specialissimo figlio dell’uno e dell’altro per far capire che egli è la salvezza tanto dei Circoncisi quanto degli eletti tra i Gentili.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 31, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod Christus specialiter duorum antiquorum patrum filius dicitur esse, Abrahae scilicet et David, ut patet Matth. 1 [1]. Cuius est multiplex ratio. Prima quidem, quia ad hos specialiter de Christo repromissio facta est. Dictum est enim Abrahae, Gen. 22 [18], benedicentur in semine tuo omnes gentes terrae, quod apostolus de Christo exponit, dicens, Galat. 3 [16], Abrahae dictae sunt promissiones, et semini eius. Non dicit et seminibus, quasi in multis, sed, quasi in uno, et semini tuo, qui est Christus. Ad David autem dictum est [Ps. 131,11], de fructu ventris tui ponam super sedem tuam. Unde et populi Iudaeorum, ut regem honorifice suscipientes, dicebant, Matth. 21 [9], hosanna filio David. – Secunda ratio est quia Christus futurus erat rex, propheta et sacerdos. Abraham autem sacerdos fuit, ut patet ex hoc quod Dominus dixit ad eum, Gen. 15 [9], sume tibi vaccam triennem, et cetera. Fuit etiam propheta, secundum id quod dicitur Gen. 20 [7], propheta est, et orabit pro te. David autem rex fuit et propheta. – Tertia ratio est quia in Abraham primo incoepit circumcision [Gen. 17,10], in David autem maxime manifestata est Dei electio, secundum illud quod dicitur 1 Reg. 13 [14], quaesivit sibi Dominus virum iuxta cor suum. Et ideo utriusque filius Christus specialissime dicitur, ut ostendatur esse in salutem circumcisioni et electioni gentilium.

Seconda lettura
(Rm 4,13-16-18.22)

   Infatti non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede.
   Eredi dunque si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: Ti ho costituito padre di molti popoli – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono. Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza.
   Ecco perché gli fu accreditato come giustizia.

Primato della fede

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 4, a. 7, corpo)

   In due modi una cosa può essere prima di un’altra: per se e per accidens. Ora, la fede è per se, cioè in senso assoluto, la prima fra tutte le virtù. Siccome infatti in campo pratico il fine ha funzione di principio, come si è detto sopra, necessariamente le virtù teologali, che hanno per oggetto il fine ultimo, precedono tutte le altre virtù. Ma il fine ultimo deve trovarsi nell’intelletto prima ancora che nella volontà: poiché la volontà non si muove verso una cosa se non in quanto essa è conosciuta dall’intelletto. E poiché il fine ultimo è oggetto del volere mediante la speranza e la carità, mentre è oggetto dell’intelletto mediante la fede, è necessario che la fede sia la prima fra tutte le virtù: poiché la conoscenza naturale non può raggiungere Dio in quanto è oggetto della beatitudine, e quindi della speranza e della carità. – Invece per accidens alcune virtù possono precedere la fede. Infatti una causa per accidens ha una priorità per accidens. Ora, togliere gli ostacoli è compito delle cause per accidens, come insegna il Filosofo. E in questo senso è possibile che alcune virtù precedano la fede, in quanto tolgono gli ostacoli che impediscono di credere: la fortezza, p. es., toglie il timore disordinato che impedisce la fede, e l’umiltà elimina la superbia, che provoca il rifiuto dell’intelletto a sottomettersi alla verità della fede. E lo stesso possiamo dire di altre virtù: sebbene esse non siano vere virtù se non è presupposta la fede, come spiega S. Agostino.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 4, a. 7, corpus)

   Respondeo dicendum quod aliquid potest esse prius altero dupliciter, uno modo, per se; alio modo, per accidens. Per se quidem inter omnes virtutes prima est fides. Cum enim in agibilibus finis sit principium, ut supra [I-II q. 13 a. 3; q. 34 a. 4 ad 1; q. 57 a. 4] dictum est, necesse est virtutes theologicas, quarum obiectum est ultimus finis, esse priores ceteris virtutibus. Ipse autem ultimus finis oportet quod prius sit in intellectu quam in voluntate, quia voluntas non fertur in aliquid nisi prout est in intellectu apprehensum. Unde cum ultimus finis sit quidem in voluntate per spem et caritatem, in intellectu autem per fidem, necesse est quod fides sit prima inter omnes virtutes, quia naturalis cognitio non potest attingere ad Deum secundum quod est obiectum beatitudinis, prout tendit in ipsum spes et caritas. – Sed per accidens potest aliqua virtus esse prior fide. Causa enim per accidens est per accidens prior. Removere autem prohibens pertinet ad causam per accidens, ut patet per philosophum, in 8 Phys. Et secundum hoc aliquae virtutes possunt dici per accidens priores fide, inquantum removent impedimenta credendi, sicut fortitudo removet inordinatum timorem impedientem fidem; humilitas autem superbiam, per quam intellectus recusat se submittere veritati fidei. Et idem potest dici de aliquibus aliis virtutibus, quamvis non sint verae virtutes nisi praesupposita fide, ut patet per Augustinum, in libro Contra Iulianum.

Vangelo
(Mt 1,16.18-21.24a)

   Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
   Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
   Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Valore dell’obbedienza

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 104, a. 3, corpo)

   Come il peccato consiste nel fatto che l’uomo aderisce a dei beni corruttibili, disprezzando Dio, così il merito dell’atto virtuoso consiste al contrario nel fatto che egli aderisce a Dio disprezzando i beni creati. Ora, il fine è sempre superiore a ciò che è per il fine. Se quindi i beni creati sono disprezzati per aderire a Dio, ne segue che la virtù merita più lode per il fatto che egli aderisce a Dio che non per il fatto che disprezza i beni terreni. Ed è per questo che le virtù con cui si aderisce direttamente a Dio, ossia le virtù teologali, sono superiori a quelle morali, che hanno il compito di disprezzare qualche bene terreno per aderire a Dio. – Tra le virtù morali dunque una è superiore all’altra nella misura in cui, per aderire a Dio, si disprezza un bene più grande. Ora, tre sono i generi di beni umani che l’uomo può disprezzare per Dio: all’infimo grado ci sono i beni esterni, in quello intermedio i beni del corpo e in quello più alto i beni dell’anima, tra i quali occupa il primo posto, in qualche modo, la volontà: in quanto cioè con la volontà l’uomo fa uso di tutti gli altri beni. Di per sé quindi è più lodevole l’obbedienza, che sacrifica a Dio la propria volontà, che non le altre virtù morali, con cui si sacrificano a Dio altri beni. Per cui S. Gregorio afferma che «giustamente l’obbedienza è preferita alle vittime: poiché con le vittime si uccide la carne altrui, mentre con l’obbedienza si uccide la volontà propria». – E da ciò segue ancora che tutte le altre opere virtuose in tanto sono meritorie presso Dio in quanto sono compiute per ubbidire alla sua volontà. Infatti, anche se uno subisse il martirio o distribuisse tutti i suoi beni ai poveri, se non ordinasse tutte queste cose al compimento della volontà di Dio, il che appartiene direttamente all’obbedienza, esse non potrebbero essere meritorie; come neppure se fossero compiute senza la carità, la quale non può sussistere senza l’obbedienza. Infatti in 1 Gv 2 [4] è detto: Chi dice di conoscere Dio e non osserva i suoi comandamenti è bugiardo; chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. E questo è il motivo per cui si dice che l’amicizia fa «volere e non volere le medesime cose».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 104, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod sicut peccatum consistit in hoc quod homo, contempto Deo, commutabilibus bonis inhaeret; ita meritum virtuosi actus consistit e contrario in hoc quod homo, contemptis bonis creatis, Deo inhaeret. Finis autem potior est his quae sunt ad finem. Si ergo bona creata propter hoc contemnantur ut Deo inhaereatur, maior est laus virtutis ex hoc quod Deo inhaeret quam ex hoc quod bona terrena contemnit. Et ideo illae virtutes quibus Deo secundum se inhaeretur, scilicet theologicae, sunt potiores virtutibus moralibus, quibus aliquid terrenum contemnitur ut Deo inhaereatur. – Inter virtutes autem morales, tanto aliqua potior est quanto maius aliquid contemnit ut Deo inhaereat. Sunt autem tria genera bonorum humanorum quae homo potest contemnere propter Deum, quorum infimum sunt exteriora bona; medium autem sunt bona corporis; supremum autem sunt bona animae, inter quae quodammodo praecipuum est voluntas, inquantum scilicet per voluntatem homo omnibus aliis bonis utitur. Et ideo, per se loquendo, laudabilior est obedientiae virtus, quae propter Deum contemnit propriam voluntatem, quam aliae virtutes morales, quae propter Deum aliqua alia bona contemnunt. Unde Gregorius dicit, in ult. Moral., quod obedientia victimis iure praeponitur, quia per victimas aliena caro, per obedientiam vero voluntas propria mactatur. – Unde etiam quaecumque alia virtutum opera ex hoc meritoria sunt apud Deum quod sint ut obediatur voluntati divinae. Nam si quis etiam martyrium sustineret, vel omnia sua pauperibus erogaret, nisi haec ordinaret ad impletionem divinae voluntatis, quod recte ad obedientiam pertinet, meritoria esse non possent, sicut nec si fierent sine caritate, quae sine obedientia esse non potest. Dicitur enim 1 Ioan. 2 [4-5], quod qui dicit se nosse Deum, et mandata eius non custodit, mendax est, qui autem servat verba eius, vere in hoc caritas Dei perfecta est. Et hoc ideo est quia amicitia facit idem velle et nolle.

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