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17 marzo Seconda Domenica di Quaresima

17 marzo Seconda Domenica di Quaresima
08/02/2019 elena

17 marzo
Seconda Domenica di Quaresima

Prima lettura
(Gen 5,5-12.17-18)

   In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».

La giustificazione e la fede

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 113, a. 4, corpo e soluzione 1)

   Abbiamo già visto che per la giustificazione è richiesto un atto del libero arbitrio in quanto l’anima dell’uomo viene mossa da Dio. Ora, Dio muove l’anima dell’uomo convertendola verso se stesso, secondo le parole che riscontriamo in una versione del Sal 84: Dio, convertendoci ci darai la vita. Quindi per la giustificazione dei peccatori si richiede un moto di conversione della mente a Dio. Ma la prima conversione verso Dio avviene mediante la fede, come è detto in Eb: Chi si accosta a Dio deve credere che egli esiste. Quindi per la giustificazione è richiesto un atto di fede.
   1. Un atto di fede non è perfetto se non è informato dalla carità: quindi nella giustificazione del peccatore l’atto di fede è accompagnato da un atto di carità. Inoltre il libero arbitrio si muove verso Dio per sottomettersi a lui, e quindi vi concorre un atto di timore filiale, come pure un atto di umiltà. Infatti non si esclude che un medesimo atto del libero arbitrio possa appartenere a diverse virtù in quanto l’una è imperante e l’altra esecutrice: cioè in quanto un atto è ordinabile a diversi fini. L’atto di misericordia, poi, può agire contro il peccato o come soddisfazione, e allora è successivo alla giustificazione, oppure come preparazione, in quanto i misericordiosi troveranno misericordia [Mt 5], e allora può anche precederla; e può anche concorrere alla giustificazione assieme alle virtù sopra ricordate, in quanto la misericordia è inclusa nella carità verso il prossimo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 113, a. 4, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [a. 3], motus liberi arbitrii requiritur ad iustificationem impii, secundum quod mens hominis movetur a Deo. Deus autem movet animam hominis convertendo eam ad seipsum; ut dicitur in Psalmo 84 [7], secundum aliam litteram, Deus, tu convertens vivificabis nos. Et ideo ad iustificationem impii requiritur motus mentis quo convertitur in Deum. Prima autem conversio in Deum fit per fidem; secundum illud ad Heb. 11 [6], accedentem ad Deum oportet credere quia est. Et ideo motus fidei requiritur ad iustificationem impii.
   Ad primum ergo dicendum quod motus fidei non est perfectus nisi sit caritate informatus, unde simul in iustificatione impii cum motu fidei, est etiam motus caritatis. Movetur autem liberum arbitrium in Deum ad hoc quod ei se subiiciat, unde etiam concurrit actus timoris filialis, et actus humilitatis. Contingit enim unum et eundem actum liberi arbitrii diversarum virtutum esse, secundum quod una imperat et alia imperatur, prout scilicet actus est ordinabilis ad diversos fines. Actus autem misericordiae operatur contra peccatum per modum satisfactionis, et sic sequitur iustificationem, vel per modum praeparationis, inquantum misericordes misericordiam consequuntur [Matth. 5,7], et sic etiam potest praecedere iustificationem; vel etiam ad iustificationem concurrere simul cum praedictis virtutibus, secundum quod misericordia includitur in dilectione proximi.

Seconda lettura
(Fil 3,20-4,1, forma breve)

   Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi.

Lo splendore dei corpi risorti

San Tommaso
(S. Th. Suppl., q. 85, a. 1, corpo;
4 Sent. dist. 44, q. 2, a. 4, q.la 1, sol. probl. 1)

   Che i corpi dei santi dopo la resurrezione saranno splendenti è necessario ammetterlo, per l’autorità della Scrittura che lo promette. Alcuni però ne attribuiscono la causa alla quinta essenza, che allora prenderebbe il predominio sul corpo umano. Ma questo è assurdo, come spesso abbiamo spiegato; perciò è meglio affermare che tale splendore sarà causato dalla ridondanza della gloria dell’anima sul corpo. Infatti ciò che un essere riceve lo riceve secondo la propria natura e non secondo la natura di chi glielo comunica. Ecco perché lo splendore che nell’anima è spirituale viene ricevuto dal corpo come splendore corporale. Perciò in base al grado di luminosità dovuto all’anima secondo i suoi meriti, ci sarà pure una differenza di luminosità nei corpi, secondo le parole di S. Paolo. Cosicché nel corpo glorioso si potrà conoscere la gloria dell’anima, come attraverso il vetro si conosce il colore del corpo contenuto in un vaso di vetro, come nota S. Gregorio nell’esegesi di quel testo di Giobbe: «Non sono paragonabili ad essa né l’oro né il vetro».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. Suppl., q. 85, a. 1, corpus;
IV Sent. dist. 44, q. 2, a. 4, q.la 1, sol. 1)

Respondeo dicendum ad primam quaestionem, quod corpora sanctorum fore lucida post resurrectionem ponere oportet propter auctoritatem Scripturae quae hoc promittit. Sed causam hujusmodi claritatis quidam attribuunt quintae essentiae, quae tunc dominabitur in corpore humano. Sed quia hoc est absurdum, ut saepe dictum est, ideo melius est ut dicatur quod claritas illa causabitur ex redundantia gloriae animae in corpus. Quod enim recipitur in aliquo, non recipitur per modum influentis, sed per modum recipientis; et ita claritas quae est in anima ut spiritualis, recipitur in corpore ut corporalis; et ideo secundum quod anima erit majoris claritatis secundum majus meritum, ita etiam erit differentia claritatis in corpore, ut patet per apostolum 1 Corinth. 15; et ita in corpore glorioso cognoscetur gloria animae, sicut in vitro cognoscitur color corporis quod continetur in vase vitreo, ut Gregorius dicit super illud Job 28: non adaequabitur ei aurum vel vitrum.

Vangelo (Lc 9,28b-36)

   In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Lo splendore della trasfigurazione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 45, a. 2, corpo)

   Lo splendore assunto da Cristo nella trasfigurazione era lo splendore della gloria quanto all’essenza, ma non quanto al modo di essere. Infatti lo splendore del corpo glorioso emana dallo splendore dell’anima, come afferma S. Agostino. Ora, anche lo splendore del corpo di Cristo nella trasfigurazione, come insegna il Damasceno, derivò dalla sua divinità e dalla gloria della sua anima. Si dovette infatti a una certa disposizione divina che la gloria dell’anima non ridondasse nel corpo di Cristo fin dal principio del suo concepimento: affinché egli, come si è già detto, attuasse i misteri della nostra redenzione in un corpo passibile. Con ciò però non fu tolto a Cristo il potere di trasmettere la gloria dell’anima al corpo. E questo, per quanto riguarda lo splendore, egli lo fece proprio nella trasfigurazione: in maniera diversa però da come avviene nel corpo glorificato. Infatti al corpo glorificato lo splendore dell’anima deriva come una qualità permanente del corpo. Per cui lo splendore fisico in un corpo glorificato non è miracoloso. Invece nella trasfigurazione dalla divinità e dall’anima derivò al corpo di Cristo uno splendore non a modo di qualità immanente e appartenente al corpo, ma piuttosto a modo di impressione passeggera, come quando l’aria è illuminata dal sole. Ed è per questo che quel fulgore apparso nel corpo di Cristo fu un fatto miracoloso, come fu un miracolo che Cristo camminasse sulle onde del mare. Da cui le parole di Dionigi: «Ciò che è proprio dell’uomo, Cristo lo compie in modo sovrumano: è quanto dimostra la Vergine che lo concepisce in modo soprannaturale, e l’acqua instabile che ne sostiene il peso dei piedi materiali e terreni». – Non è quindi giusto affermare con Ugo di S. Vittore che Cristo assunse la dote dello splendore nella trasfigurazione, quella dell’agilità camminando sul mare e quella della sottigliezza uscendo dal seno della Vergine senza aprirlo: poiché il termine dote indica una qualità immanente del corpo glorioso. Egli invece in quel caso ottenne miracolosamente ciò che è proprio di quelle doti. E qualcosa di simile si verificò per l’anima, nella visione di Dio avuta da S. Paolo durante il suo rapimento, come si è visto nella Seconda Parte.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 45, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod claritas illa quam Christus in transfiguratione assumpsit, fuit claritas gloriae quantum ad essentiam, non tamen quantum ad modum essendi. Claritas enim corporis gloriosi derivatur ab animae claritate, sicut Augustinus dicit, in epistola ad Dioscorum. Et similiter claritas corporis Christi in transfiguratione derivata est a divinitate ipsius, ut Damascenus dicit, et a gloria animae eius. Quod enim a principio conceptionis Christi gloria animae non redundaret ad corpus, ex quadam dispensatione divina factum est, ut in corpore passibili nostrae redemptionis expleret mysteria, sicut supra [q. 14 a. 1 ad 2] dictum est. Non tamen per hoc adempta est potestas Christo derivandi gloriam animae ad corpus. Et hoc quidem fecit, quantum ad claritatem, in transfiguratione, aliter tamen quam in corpore glorificato. Nam ad corpus glorificatum redundat claritas ab anima sicut quaedam qualitas permanens corpus afficiens. Unde fulgere corporaliter non est miraculosum in corpore glorioso. Sed ad corpus Christi in transfiguratione derivata est claritas a divinitate et anima eius non per modum qualitatis immanentis et afficientis ipsum corpus, sed magis per modum passionis transeuntis, sicut cum aer illuminatur a sole. Unde ille fulgor tunc in corpore Christi apparens miraculosus fuit, sicut et hoc ipsum quod ambulavit super undas maris. Unde Dionysius dicit, in Epistola 4, ad Caium, super hominem operatur Christus ea quae sunt hominis, et hoc monstrat Virgo supernaturaliter concipiens, et aqua instabilis materialium et terrenorum pedum sustinens gravitatem. – Unde non est dicendum, sicut Hugo de Sancto Victore dixit, quod Christus assumpserit dotes claritatis in transfiguratione, agilitatis ambulando super mare, et subtilitatis egrediendo de clauso utero Virginis, quia dos nominat quandam qualitatem immanentem corpori glorioso. Sed miraculose habuit ea quae pertinent ad dotes. Et est simile, quantum ad animam, de visione qua Paulus vidit Deum in raptu, ut in secunda parte [II-II q. 175 a. 3 ad 2] dictum est.

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