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7 marzo Giovedì dopo le Ceneri

7 marzo Giovedì dopo le Ceneri
08/02/2019 elena

7 marzo
Giovedì dopo le Ceneri

Prima lettura
(Dt 30,15-20)

   Mosè parlò al popolo e disse: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Oggi, perciò, io ti comando di amare il Signore, tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore, tuo Dio, ti benedica nella terra in cui tu stai per entrare per prenderne possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrarti davanti ad altri dèi e a servirli, oggi io vi dichiaro che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese in cui state per entrare per prenderne possesso, attraversando il Giordano. Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare nel paese che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe».

Ciascuno è responsabile
del male morale che compie

San Tommaso
(S. Th. I, q. 22, a. 2, soluzione 4)

   4. Quando si legge che Dio abbandona l’uomo a se stesso non si intende escludere l’uomo dalla divina provvidenza, ma si vuole solo mostrare che non gli è stata prefissata una capacità operativa, determinata a un solo modo di agire, come alle realtà naturali – che non agiscono se non sotto l’impulso di qualcos’altro, senza dirigersi da sé verso il loro fine, come [invece fanno] le creature razionali mediante il libero arbitrio, in virtù del quale deliberano e scelgono –. Quindi la Scrittura usa l’espressione «in balìa del suo proprio volere». Ma poiché lo stesso atto del libero arbitrio si riconduce a Dio come alla sua causa, è necessario che anche ciò che viene fatto con il libero arbitrio sia sottomesso alla provvidenza di Dio, poiché la provvidenza umana è contenuta in quella divina, come una causa particolare nella causa universale. – Agli uomini giusti, poi, Dio provvede in maniera più speciale che agli empi, in quanto non permette che ad essi accada qualcosa che ostacoli definitivamente la loro salvezza: poiché, come è detto in Rm: tutto coopera al bene di coloro che amano Dio. Degli empi, invece, è detto che li abbandona per il fatto che non li ritrae dal male morale. Non in modo tale, però, che siano del tutto esclusi dalla sua provvidenza: perché, se non fossero conservati dalla sua provvidenza, ricadrebbero nel nulla. – E pare che proprio da questa difficoltà sia stato mosso Cicerone quando sottrasse alla divina provvidenza le realtà umane, intorno a cui deliberiamo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 22, a. 2, ad quartum)

   Ad quartum dicendum quod in hoc quod dicitur Deum hominem sibi reliquisse, non excluditur homo a divina providentia, sed ostenditur quod non praefigitur ei virtus operativa determinata ad unum, sicut rebus naturalibus; quae aguntur tantum, quasi ab altero directae in finem, non autem seipsa agunt, quasi se dirigentia in finem, ut creaturae rationales per liberum arbitrium, quo consiliantur et eligunt. Unde signanter dicit, in manu consilii sui. Sed quia ipse actus liberi arbitrii reducitur in Deum sicut in causam, necesse est ut ea quae ex libero arbitrio fiunt, divinae providentiae subdantur, providentia enim hominis continetur sub providentia Dei, sicut causa particularis sub causa universali. Hominum autem iustorum quodam excellentiori modo Deus habet providentiam quam impiorum, inquantum non permittit contra eos evenire aliquid, quod finaliter impediat salutem eorum, nam diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum, ut dicitur Rom. 8 [28]. Sed ex hoc ipso quod impios non retrahit a malo culpae, dicitur eos dimittere. Non tamen ita, quod totaliter ab eius providentia excludantur, alioquin in nihilum deciderent, nisi per eius providentiam conservarentur. Et ex hac ratione videtur motus fuisse Tullius, qui res humanas, de quibus consiliamur, divinae providentiae subtraxit.

Vangelo (Lc 9,22-25)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».

Passione e risurrezione

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 9, lez. 4, v. 22)

   CIRILLO: Perciò era necessario che i suoi discepoli lo annunciassero su tutta la terra (infatti questo era il compito di coloro che egli aveva scelto per l’ufficio dell’apostolato), ma, come attesta la Scrittura sacra, c’è un tempo per ogni cosa. Infatti era opportuno che prima si compisse la croce e la risurrezione, e così seguisse la predicazione degli Apostoli; perciò continua: Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno. AMBROGIO: Forse poiché il Signore sapeva che anche i suoi discepoli avrebbero difficilmente creduto i misteri della passione e della risurrezione, volle essere egli stesso l’assertore della propria passione e risurrezione.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,
c. 9, lect. 4, v. 22)

   Cyrillus. Oportebat ergo discipulos eum ubique terrarum praedicare (hoc enim erat opus electorum ab eo ad apostolatus officium): sed, ut sacra Scriptura testatur, tempus est unicuique rei. Decebat enim ut crux et resurrectio impleretur, et sic sequeretur apostolorum praedicatio; unde sequitur dicens, quia oportet Filium hominis multa pati, et reprobari a senioribus, et principibus sacerdotum et Scribis, et occidi, et tertia die resurgere. Ambrosius. Fortasse, quia sciebat Dominus difficile passionis et resurrectionis mysterium etiam discipulos credituros, ipse voluit esse suae passionis et resurrectionis assertor.

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