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6 marzo Mercoledì delle Ceneri

6 marzo Mercoledì delle Ceneri
08/02/2019 elena

6 marzo
Mercoledì delle Ceneri

Prima lettura
(Gl 2,12-18)

   Così dice il Signore: «Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male». Chi sa che non cambi e si ravveda e lasci dietro a sé una benedizione? Offerta e libagione per il Signore, vostro Dio. Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra. Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo. Tra il vestibolo e l’altare piangano i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano: «Perdona, Signore, al tuo popolo e non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti». Perché si dovrebbe dire fra i popoli: «Dov’è il loro Dio?». Il Signore si mostra geloso per la sua terra e si muove a compassione del suo popolo.

La virtù della penitenza

San Tommaso
(S. Th. III, q. 85, a. 1, corpo)

   Come si è già visto, fare penitenza significa dolersi di un’azione propria commessa precedentemente. Abbiamo però anche detto che il dolore, o tristezza, si presenta sotto due aspetti. Primo, quale passione dell’appetito sensitivo. E da questo lato la penitenza non è una virtù, ma una passione. – Secondo, quale atto della volontà. E sotto questo aspetto essa è dovuta a una certa scelta. Scelta che necessariamente è un atto di virtù, quando è retta: poiché, come insegna Aristotele, la virtù è «un abito elettivo conforme alla retta ragione». Ora, spetta alla retta ragione far sì che uno si addolori di ciò di cui si deve dolere. Ed è appunto ciò che si riscontra nella penitenza di cui parliamo: infatti il penitente concepisce un dolore ragionevole dei peccati commessi, con l’intenzione di rimuoverli. Perciò è evidente che la penitenza di cui parliamo o è una virtù, oppure è un atto di virtù.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 85, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut ex dictis patet, poenitere est de aliquo a se prius facto dolere. Dictum est autem supra quod dolor vel tristitia dupliciter dicitur. Uno modo, secundum quod est passio quaedam appetitus sensitivi. Et quantum ad hoc, poenitentia non est virtus, sed passio alio modo, secundum quod consistit in voluntate. Et hoc modo est cum quadam electione. Quae quidem si sit recta, necesse est quod sit actus virtutis, dicitur enim in II Ethic. quod virtus est habitus electivus secundum rationem rectam. Pertinet autem ad rationem rectam quod aliquis doleat de quo dolendum est. Quod quidem observatur in poenitentia de qua nunc loquimur, nam poenitens assumit moderatum dolorem de peccatis praeteritis, cum intentione removendi ea. Unde manifestum est quod poenitentia de qua nunc loquimur, vel est virtus, vel actus virtutis.

Seconda lettura
(2 Cor 5,20-6,2)

   Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio. Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: «Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso». Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

La penitenza e la giustizia

San Tommaso
(S. Th. III, q. 85, a. 3, corpo)

   Come si è già notato, la penitenza deve la sua natura di virtù speciale non solo al fatto che uno si pente del male commesso, perché allora basterebbe la carità, ma al fatto che il penitente si pente del peccato commesso in quanto è offesa di Dio, col proposito di riparare. Ora, la riparazione di un’offesa non si ha con la sola cessazione dell’offesa, ma esige anche un certo compenso, il quale si riscontra nelle offese verso gli altri, come anche la retribuzione: solo che il compenso viene dalla parte di colui che ha offeso, p. es. mediante la soddisfazione, mentre la retribuzione viene dalla parte di colui che ha ricevuto l’offesa. Ma l’uno e l’altra sono materia della giustizia: poiché sono ambedue delle commutazioni. Perciò è evidente che la penitenza in quanto virtù è tra le parti della giustizia. – Si deve però ricordare che, secondo il Filosofo, esistono due tipi di giustizia: quella assoluta e quella relativa [secundum quid]. La prima è quella esistente tra uguali: poiché la giustizia è una certa uguaglianza. Ed egli la denomina «giustizia politica», o «civile»: poiché tutti i cittadini sono uguali in quanto persone libere, soggette immediatamente al principe. – Si ha invece una giustizia secundum quid tra coloro che sono sottoposti l’uno all’altro: come tra schiavo e padrone, tra figlio e padre, tra moglie e marito. E questa è appunto la giustizia che si riscontra nella penitenza. Infatti il penitente ricorre a Dio col proposito di riparare come lo schiavo ricorre al padrone, secondo le parole del Sal 122 [2]: Come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio; oppure come il figlio al padre, come è detto in Lc 15 [18]: Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; oppure come la moglie al marito, come è detto in Ger 3 [11]: Ti sei disonorata con molti amanti; ma torna pure a me, dice il Signore.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 85, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [a. 2] dictum est, poenitentia non habet quod sit virtus specialis ex hoc solo quod dolet de malo perpetrato, ad hoc enim sufficeret caritas, sed ex eo quod poenitens dolet de peccato commisso inquantum est offensa Dei, cum emendationis proposito. Emendatio autem offensae contra aliquem commissae fit non per solam cessationem offensae, sed exigitur ulterius quaedam recompensatio, quae habet locum in offensis in alterum commissis sicut et retributio, nisi quod recompensatio est ex parte eius qui offendit, ut puta cum satisfactione; retributio autem est ex parte eius in quem fuit offensa commissa. Utrumque autem ad materiam iustitiae pertinet, quia utrumque est commutatio quaedam. Unde manifestum est quod poenitentia, secundum quod est virtus, est pars iustitiae. – Sciendum tamen quod, secundum philosophum, in 5 Ethic., dupliciter dicitur iustum, scilicet simpliciter, et secundum quid. Simpliciter quidem iustum est inter aequales, eo quod iustitia est aequalitas quaedam. Quod ipse vocat iustum politicum vel civile, eo quod omnes cives aequales sunt, quantum ad hoc quod immediate sunt sub principe, sicut liberi existentes. – Iustum autem secundum quid dicitur quod est inter illos quorum unus est sub potestate alterius, sicut servus sub Domino, filius sub patre, uxor sub viro. Et tale iustum consideratur in poenitentia. Unde poenitens recurrit ad Deum, cum emendationis proposito, sicut servus ad Dominum, secundum illud Psalmi [122,2], sicut oculi servorum in manibus dominorum suorum, ita oculi nostri ad Dominum Deum nostrum, donec misereatur nostri; et sicut filius ad patrem, secundum illud Luc. 15 [18], Pater, peccavi in caelum et coram te; et sicut uxor ad virum, secundum illud Ier. 3 [1], fornicata es cum amatoribus multis, tamen revertere ad me, dicit Dominus.

Vangelo
(Mt 6,1-6.16-18)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

L’elemosina e la carità

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 1, corpo)

    Gli atti esterni vanno riferiti a quella virtù a cui appartiene il movente che spinge a compiere tali atti. Ora, il movente che spinge a fare l’elemosina è l’intenzione di soccorrere chi è in necessità: infatti alcuni, nel definire l’elemosina, affermano che essa è «un’azione con la quale si dà per compassione qualcosa a un indigente, per amore di Dio». Ora, questo movente appartiene alla misericordia, come si è visto. Per cui è evidente che fare l’elemosina è propriamente un atto di misericordia. E ciò risulta anche dal termine stesso: infatti in greco esso deriva da misericordia, come il latino miseratio. E poiché la misericordia, come si è visto, è un effetto della carità, ne segue che fare elemosina è un atto di carità dettato dalla misericordia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod exteriores actus ad illam virtutem referuntur ad quam pertinet id quod est motivum ad agendum huiusmodi actus. Motivum autem ad dandum eleemosynas est ut subveniatur necessitatem patienti, unde quidam, definientes eleemosynam, dicunt quod eleemosyna est opus quo datur aliquid indigenti ex compassione propter Deum. Quod quidem motivum pertinet ad misericordiam, ut supra dictum est. Unde manifestum est quod dare eleemosynam proprie est actus misericordiae. Et hoc apparet ex ipso nomine, nam in Graeco a misericordia derivatur, sicut in Latino miseratio. Et quia misericordia est effectus caritatis, ut supra ostensum est, ex consequenti dare eleemosynam est actus caritatis, misericordia mediante.

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