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3 marzo 8a Domenica del Tempo Ordinario

3 marzo 8a Domenica del Tempo Ordinario
08/02/2019 elena

3 marzo
8a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Sir 27,4-7)

   Quando si agita un vaglio, restano i rifiuti; così quando un uomo riflette, gli appaiono i suoi difetti. La fornace prova gli oggetti del vasaio, la prova dell’uomo si ha nella sua conversazione. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo. Non lodare un uomo prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.

I frutti spirituali

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 70, a. 1, corpo)

   Il termine frutto dalle realtà materiali è passato a indicare quelle spirituali. Ora, nelle realtà materiali si dice frutto ciò che la pianta produce quando è giunta alla sua perfezione, e che ha in se stesso una certa dolcezza. E questo frutto si può riferire a due cose: all’albero che lo produce e all’uomo che dall’albero lo raccoglie. Per analogia dunque anche nelle realtà spirituali il frutto può avere questi due significati: primo, può indicare ciò che l’uomo produce, come se l’uomo fosse l’albero; secondo, può indicare ciò che l’uomo ottiene. – Ora, non tutto ciò che l’uomo ottiene si presenta come frutto, ma solo ciò che è ultimo e insieme piacevole. Infatti l’uomo possiede il campo e l’albero, ma questi non vengono chiamati frutti, bensì solo ciò che è ultimo, quello cioè che l’uomo intende ricavare dal campo e dall’albero. E in questo senso il frutto dell’uomo è il fine ultimo, di cui egli deve fruire. – Se però si considera frutto dell’uomo ciò che egli produce, allora gli stessi atti umani si dicono frutti: infatti l’operazione è l’atto secondo del soggetto operante, ed è piacevole, se è ad esso proporzionata. Se dunque un’operazione umana deriva da un uomo secondo la capacità della sua ragione, si dice che è un frutto della ragione. Se invece deriva dall’uomo per una virtù superiore, che è quella dello Spirito Santo, allora si dice che l’operazione dell’uomo è un frutto dello Spirito Santo, come proveniente da un seme divino; poiché in 1 Gv è detto: Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché un germe divino dimora in lui.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I-II, q. 70, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod nomen fructus a corporalibus ad spiritualia est translatum. Dicitur autem in corporalibus fructus, quod ex planta producitur cum ad perfectionem pervenerit, et quandam in se suavitatem habet. Qui quidem fructus ad duo comparari potest, scilicet ad arborem producentem ipsum; et ad hominem qui fructum ex arbore adipiscitur. Secundum hoc igitur, nomen fructus in rebus spiritualibus dupliciter accipere possumus, uno modo, ut dicatur fructus hominis, quasi arboris, id quod ab eo producitur; alio modo, ut dicatur fructus hominis id quod homo adipiscitur. – Non autem omne id quod adipiscitur homo, habet rationem fructus, sed id quod est ultimum, delectationem habens. Habet enim homo et agrum et arborem, quae fructus non dicuntur; sed solum id quod est ultimum, quod scilicet ex agro et arbore homo intendit habere. Et secundum hoc, fructus hominis dicitur ultimus hominis finis, quo debet frui. – Si autem dicatur fructus hominis id quod ex homine producitur, sic ipsi actus humani fructus dicuntur, operatio enim est actus secundus operantis, et delectationem habet, si sit conveniens operanti. Si igitur operatio hominis procedat ab homine secundum facultatem suae rationis, sic dicitur esse fructus rationis. Si vero procedat ab homine secundum altiorem virtutem, quae est virtus Spiritus Sancti; sic dicitur esse operatio hominis fructus Spiritus Sancti, quasi cuiusdam divini seminis; dicitur enim 1 Ioan.3 [9], omnis qui natus est ex Deo, peccatum non facit, quoniam semen ipsius in eo manet.

Seconda lettura
(1 Cor 15,54-58)

   Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Siete saldi e irremovibili

San Tommaso
(Sulla prima lettera ai Corinzi,
c. 15, lez. 9, v. 58, n. 1023)

   1023. Conseguentemente, quando dice: «Perciò, fratelli miei carissimi…», aggiunge un ammonimento. Come è stato detto, degli pseudo-apostoli corrompevano i Corinzi negando la risurrezione; quindi, dopo aver elaborato la fede della risurrezione e averla mostrata con esempi, li ammonisce a comportarsi bene per non essere sedotti dagli pseudo-apostoli.
   E circa questo punto fa tre cose. Primo, li conferma nella fede dicendo: «Perciò», cioè dopo avere dimostrato la risurrezione, «fratelli miei», per mezzo della fede mediante la quale siamo tutti figli di Dio – Gv 1,12: «Diede loro il potere di diventare figli di Dio» –, «carissimi», per la carità con cui dobbiamo amarci vicendevolmente – 1 Gv 4,21: «Da Dio abbiamo questo comandamento …» –, «rimanete saldi», cioè nella fede nella risurrezione per non regredire nella fede – Ef 4,14: «Affinché non siamo più come bambini sballottati …» –, «e irremovibili», per non lasciarvi sedurre dagli altri – Col 1,23: «Fondati nella fede, stabili e immobili …–».
   Secondo, li incita alle buone opere dicendo: «prodigandovi sempre più nell’opera del Signore», Gal 6,10: «Finché abbiamo tempo, operiamo il bene verso tutti…». Pr 15,5: «Nella casa del giusto c’è abbondanza …».
   Terzo, li rafforza mediante la speranza dicendo: «Sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore». Sap 3,15: «Infatti delle buone opere glorioso è il frutto».

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Corinthios,
c. 15, lect. 9, v. 58, n. 1023)

   Consequenter cum dicit itaque, fratres mei, etc., subdit admonitionem. Sicut enim dictum est, pseudo-apostoli corrumpebant Corinthios negando resurrectionem, et ideo, postquam iam astruxit fidem resurrectionis, et per exempla ostendit, admonet eos quod bene se habeant, ne seducantur a pseudo-apostolis. Et circa hoc tria facit. Primo enim eos in fide confirmat, dicens itaque, scilicet iam ostensa resurrectione, fratres mei, per fidem, per quam omnes sumus filii Dei Io. 1,12: dedit eis potestatem, etc., dilectissimi, per charitatem qua debemus nos invicem diligere 1 Io. 4,21: hoc mandatum habemus a Deo, etc., stabiles estote, scilicet in fide resurrectionis, ne recedatis a fide Eph. 4,14: non simus sicut parvuli fluctuantes, etc., et immobiles, ne scilicet ab aliis seducamini Col. 1,23: in fide fundati, stabiles, et immobiles, et cetera. Secundo inducit ad bona opera, dicens abundantes in omni opere bono semper Gal. 6,10: dum tempus habemus, et cetera. Prov. 15,5: in abundanti iustitia. Tertio roborat eos per spem, dicens scientes quod labor vester, etc., Sap. 3,15: bonorum enim laborum gloriosus est fructus.

Vangelo (Lc 6,39-45)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore».

La pagliuzza e la trave

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 6, lez. 10, vv. 41-42)

   TEOFILATTO: Ora il Signore introduce un’altra parabola sullo stesso tema, aggiungendo: Perché guardi la pagliuzza, ossia un piccolo misfatto, nell’occhio di tuo fratello e non consideri la trave che è nel tuo?, cioè il tuo gravissimo peccato. BEDA: Ciò fa riferimento alla parabola precedente, in cui ammoniva che il cieco non può essere guidato da un cieco, ossia il peccatore non può essere corretto dal peccatore. Per questo dice: Come puoi dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio non vedendo la trave che è nel tuo? CIRILLO: Come se dicesse: Chi è reo di gravi peccati, che chiama trave, in che modo condanna chi ne ha commessi pochi oppure nessuno? Questo significa la pagliuzza. TEOFILATTO: L’esempio si addice a tutti, ma specialmente ai maestri che, mentre castigano i peccati più piccoli dei loro sudditi, lasciano impuniti i propri. Per questo motivo li chiama ipocriti, perché giudicano i peccati degli altri al fine di apparire giusti; perciò prosegue: Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio, e allora potrai vederci bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. CIRILLO: Prima mostra te stesso puro dai grossi peccati, e poi potrai dare consigli al tuo prossimo che è colpevole solo di peccati leggeri. BASILIO: In verità, la conoscenza di se stessi è il dovere più importante. Infatti non solo l’occhio che vede le cose esterne non usa la vista sopra se stesso, ma anche il nostro intelletto, sebbene sia molto rapido nel cogliere il peccato degli altri, è invece lento nel cogliere i propri difetti.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,
c. 6, lect. 10, vv. 41-42)

   Theophylactus. Inducit autem Dominus et aliam parabolam de eodem, subdens quid autem vides festucam, idest modicum criminis, in oculo fratris tui, trabem autem quae in oculo tuo est, idest peccatum tuum maximum, non consideras? Beda. Hoc autem ad superiorem sensum respicit, ubi caecum a caeco duci, idest peccantem a peccatore castigari non posse praemonuit; unde dicitur aut quomodo potes dicere fratri tuo: frater, sine eiciam festucam de oculo tuo, ipse in oculo tuo trabem non videns? Cyrillus. Quasi dicat: qui gravibus obnoxius est peccatis, quae trabem vocat, qualiter damnat eum qui pauca vel quandoque nil mali commisit? Hoc enim festuca significat. Theophylactus. Convenit autem hoc omnibus, et maxime doctoribus, qui subditorum cum minima peccata puniant, propria impunita relinquunt. Propter hoc eos Dominus hypocritas vocat, qui ex hoc aliorum peccata iudicant ut iusti videantur; unde sequitur hypocrita, eice primum trabem de oculo tuo, et tunc perspicies ut educas festucam de oculo fratris tui. Cyrillus. Videlicet teipsum primum mundum ostendas a magnis peccatis; consequenter consules proximo modica committenti. Basilius. Videtur enim revera cognitio sui ipsius gravissimum omnium: neque enim solus oculus exteriora videns super se visu non utitur; sed et ipse noster intellectus, cum alienum velociter coniectat peccatum, lentus est erga propriorum perceptionem defectuum.

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