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28 febbraio – giovedì Tempo Ordinario – 7a Settimana

28 febbraio – giovedì Tempo Ordinario – 7a Settimana
09/01/2019 elena

28 febbraio – giovedì
Tempo Ordinario – 7a Settimana

Prima lettura
(Sir 5,1-10)

   Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: «Basto a me stesso». Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore. Non dire: «Chi mi dominerà?», oppure: «Chi riuscirà a sottomettermi per quello che ho fatto?», perché il Signore senza dubbio farà giustizia. Non dire: «Ho peccato, e che cosa mi è successo?», perché il Signore è paziente. Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: «La sua compassione è grande; mi perdonerà i molti peccati», perché presso di lui c’è misericordia e ira, e il suo sdegno si riverserà sui peccatori. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato. Non confidare in ricchezze ingiuste: non ti gioveranno nel giorno della sventura.

L’ira divina

San Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 11, corpo)

   Parlando di Dio, certe cose si dicono in senso proprio e altre in senso metaforico, come è chiaro da quanto si è detto in precedenza. Ora, quando alcune passioni dell’uomo vengono attribuite metaforicamente a Dio, si parte dalla somiglianza degli effetti: per cui, rispetto a Dio, si esprime metaforicamente col nome di una data passione ciò che in noi è segno di una data passione. Gli uomini, per es., sono soliti punire quando sono adirati: perciò la punizione stessa è segno di ira, e così con il nome di ira, quando questa è attribuita a Dio, viene indicata la punizione stessa. In modo analogo, talora, viene attribuito a Dio metaforicamente come volontà ciò che in noi di solito è un segno della volontà. Quando per  es. uno comanda qualcosa, è segno che vuole che tale cosa si faccia: quindi il precetto divino talvolta, metaforicamente, viene chiamato volontà di Dio, come è detto in Mt: Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Ma tra la volontà e l’ira c’è questa differenza, che l’ira non si dice mai di Dio in senso proprio, dato che nel suo significato principale include una passione, mentre la volontà può dirsi di Dio in senso proprio. Quindi si distingue in Dio una volontà propriamente detta, e una volontà in senso metaforico. La volontà propriamente detta prende il nome di volontà di beneplacito, mentre la volontà in senso metaforico è detta volontà di segno [o significata], in quanto il segno stesso del volere è detto volontà.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 11, corpus)

   Respondeo dicendum quod in Deo quaedam dicuntur proprie, et quaedam secundum metaphoram, ut ex supradictis [q. 13 a. 3] patet. Cum autem aliquae passiones humanae in divinam praedicationem metaphorice assumuntur, hoc fit secundum similitudinem effectus, unde illud quod est signum talis passionis in nobis, in Deo nomine illius passionis metaphorice significatur. Sicut, apud nos, irati punire consueverunt, unde ipsa punitio est signum irae, et propter hoc, ipsa punitio nomine irae significatur, cum Deo attribuitur. Similiter id quod solet esse in nobis signum voluntatis, quandoque metaphorice in Deo voluntas dicitur. Sicut, cum aliquis praecipit aliquid, signum est quod velit illud fieri, unde praeceptum divinum quandoque metaphorice voluntas Dei dicitur, secundum illud Matth. 6 [10], fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra. Sed hoc distat inter voluntatem et iram, quia ira de Deo nunquam proprie dicitur, cum in suo principali intellectu includat passionem, voluntas autem proprie de Deo dicitur. Et ideo in Deo distinguitur voluntas proprie, et metaphorice dicta. Voluntas enim proprie dicta, vocatur voluntas beneplaciti, voluntas autem metaphorice dicta, est voluntas signi, eo quod ipsum signum voluntatis voluntas dicitur.

Vangelo (Mc 9,41-50)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

Lo scandalo attivo e passivo

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 43, a. 1, soluzione 4)

   4. Le parole o le azioni altrui possono essere per un uomo causa di peccato in due modi: primo, direttamente; secondo, indirettamente. Direttamente quando uno con le sue parole o azioni malvagie cerca di trascinare un altro al peccato: oppure quando la sua azione, anche se egli non ne ha l’intenzione, è tale da essere un incentivo alla colpa: come quando uno, p. es., commette pubblicamente un peccato, o un atto che ha l’apparenza di peccato. E allora chi compie tale atto offre propriamente un’occasione di caduta: per cui questo è detto scandalo attivo. – Invece una parola o un’azione altrui può essere per un uomo causa di peccato per accidens, quando uno mal disposto è indotto a peccare a prescindere dall’intenzione di chi agisce e dalla natura dell’azione compiuta: come quando uno, p. es., ha invidia dei beni altrui. E allora chi compie tale azione buona non offre, per quanto dipende da lui, un’occasione di peccare, ma è l’altro che la prende, secondo le parole di Rm 7 [8]: Prendendo occasione da questo comandamento … Abbiamo così lo scandalo passivo senza l’attivo: poiché chi agisce rettamente, per quanto sta in lui, non dà occasione alla caduta dell’altro. – In certi casi capita dunque che si abbia insieme lo scandalo attivo nell’uno e quello passivo nell’altro: quando cioè uno pecca dietro la sollecitazione dell’altro. – Altre volte invece abbiamo lo scandalo attivo senza quello passivo: quando cioè uno sollecita l’altro a peccare con le parole o con i fatti, e l’altro non acconsente. – Talora infine si verifica, come si è già detto, lo scandalo passivo senza quello attivo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 43, a. 1, ad quartum)

   Ad quartum dicendum quod dictum vel factum alterius potest esse alteri causa peccandi dupliciter, uno modo, per se; alio modo, per accidens. Per se quidem, quando aliquis suo malo verbo vel facto intendit alium ad peccandum inducere; vel, etiam si ipse hoc non intendat, ipsum factum est tale quod de sui ratione habet ut sit inductivum ad peccandum, puta quod aliquis publice facit peccatum vel quod habet similitudinem peccati. Et tunc ille qui huiusmodi actum facit proprie dat occasionem ruinae, unde vocatur scandalum activum. – Per accidens autem aliquod verbum vel factum unius est alteri causa peccandi, quando etiam praeter intentionem operantis, et praeter conditionem operis, aliquis male dispositus ex huiusmodi opere inducitur ad peccandum, puta cum aliquis invidet bonis aliorum. Et tunc ille qui facit huiusmodi actum rectum non dat occasionem, quantum in se est, sed alius sumit occasionem, secundum illud ad Rom. 7 [8], occasione autem accepta, et cetera. Et ideo hoc est scandalum passivum sine activo, quia ille qui recte agit, quantum est de se, non dat occasionem ruinae quam alter patitur. – Quandoque ergo contingit quod et sit simul scandalum activum in uno et passivum in altero, puta cum ad inductionem unius alius peccat. Quandoque vero est scandalum activum sine passivo, puta cum aliquis inducit verbo vel facto alium ad peccandum, et ille non consentit. – Quandoque vero est scandalum passivum sine activo, sicut iam dictum est.

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