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27 febbraio – mercoledì Tempo Ordinario – 7a Settimana

27 febbraio – mercoledì Tempo Ordinario – 7a Settimana
09/01/2019 elena

27 febbraio – mercoledì
Tempo Ordinario – 7a Settimana

Prima lettura
(Sir 4,12-22)

   La sapienza esalta i suoi figli e si prende cura di quanti la cercano. Chi ama la sapienza ama la vita, chi la cerca di buon mattino sarà ricolmo di gioia. Chi la possiede erediterà la gloria; dovunque vada, il Signore lo benedirà. Chi la venera rende culto a Dio, che è il Santo, e il Signore ama coloro che la amano. Chi l’ascolta giudicherà le nazioni, chi le presta attenzione vivrà tranquillo. Chi confida in lei l’avrà in eredità, i suoi discendenti ne conserveranno il possesso. Dapprima lo condurrà per vie tortuose, lo scruterà attentamente, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti; ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti e lo arricchirà di scienza e di retta conoscenza. Se egli invece batte una falsa strada, lo lascerà andare e lo consegnerà alla sua rovina.

La sapienza come partecipazione alla sapienza divina

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 23, a. 2, soluzione 1)

   1. L’essenza divina è per se stessa carità, come è anche sapienza e bontà. Come quindi si può dire che noi siamo buoni della bontà che è Dio, e sapienti della sapienza che è Dio – poiché la bontà che ci rende formalmente buoni è una partecipazione della bontà divina, e la sapienza che ci rende formalmente sapienti è una partecipazione della sapienza divina –, così [si può anche dire che] la carità con la quale formalmente amiamo il prossimo è una partecipazione della carità divina. E questo modo di parlare è abituale presso i platonici, alle cui dottrine si era formato S. Agostino. Di conseguenza alcuni, non riflettendo su questo fatto, dalle sue parole presero occasione di sbagliare.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 23, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod ipsa essentia divina caritas est, sicut et sapientia est, et sicut bonitas est. Unde sicut dicimur boni bonitate quae Deus est, et sapientes sapientia quae Deus est, quia bonitas qua formaliter boni sumus est participatio quaedam divinae bonitatis, et sapientia qua formaliter sapientes sumus est participatio quaedam divinae sapientiae; ita etiam caritas qua formaliter diligimus proximum est quaedam participatio divinae caritatis. Hic enim modus loquendi consuetus est apud Platonicos, quorum doctrinis Augustinus fuit imbutus. Quod quidam non advertentes ex verbis eius sumpserunt occasionem errandi.

Vangelo (Mc 9,38-40)

   In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».

Non glielo impedite

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Marco,
c. 9, lez. 5, v. 38)

   BEDA: Giovanni, amando il Signore con devozione particolare, ritenne che dovesse essere escluso dal beneficio colui che non faceva retto uso dell’ufficio; per cui si dice: Giovanni disse a Gesù: Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome, e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva. CRISOSTOMO: Molti fra i credenti infatti avevano ricevuto certi poteri senza tuttavia essere al seguito del Signore; e tale era colui che scacciava i demoni. Non tutti avevano ricevuto tutti i doni ordinatamente; infatti alcuni avevano ricevuto il dono di una vita pura, ma non avevano una fede così perfetta, e altri il contrario. TEOFILATTO: Oppure si può dire che qualche non credente, vedendo la virtù propria del nome di Cristo, pronunciava questo nome e faceva dei miracoli senza essere degno della grazia; poiché il Signore voleva che il suo nome fosse diffuso anche da parte di persone indegne di questo ministero. CRISOSTOMO: Non per falso zelo o invidia Giovanni impediva a quell’uomo di espellere i demoni, ma voleva che tutti quelli che invocavano il nome del Signore seguissero Cristo e facessero unità con i discepoli. Ma il Signore, mediante quelli che fanno miracoli, anche se sono indegni, spinge altri alla fede, e con grazia ineffabile induce i primi a diventare migliori. Per cui segue: Ma Gesù disse: Non glielo impedite. BEDA: Con ciò insegna che nessuno deve essere allontanato da ciò che possiede in parte, ma piuttosto deve essere spinto a ciò che non ha ancora. CRISOSTOMO: Mostra poi bene perché non bisogna proibirglielo dicendo: perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me. E dice questo a motivo di coloro che caddero nell’eresia, quali Simone e Menandro e Cerinto: essi non facevano miracoli nel nome di Cristo, ma sembrava che compissero falsi prodigi. Costoro invece, sebbene non ci seguano, tuttavia non saranno in grado di dire con fermezza qualcosa contro di noi, poiché nell’operare prodigi onorano il mio nome. TEOFILATTO: In che modo infatti parla male di me chi trae dal mio nome occasione di gloria, e per il fatto che lo invoca opera miracoli?

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Marcum, c. 9, lect. 5, v. 38)

   Beda. Ioannes praecipua devotione Dominum amans, excludendum beneficio putavit eum qui non recte utatur officio; unde dicitur respondit illi Ioannes dicens: Magister, vidimus quemdam in nomine tuo eicientem daemonia, qui non sequitur nos, et prohibuimus eum. Chrysostomus. Multi enim credentium charismata receperunt, nec tamen cum Christo erant; qualis erat hic qui daemones eiciebat: non enim omnes ad omnia ordinate se habebant: alii enim erant purae vitae, fidem autem tam perfecte non habebant; alii vero e contrario. Theophylactus. Vel etiam quidam increduli videntes nomen Iesu virtuosum, dicebant et ipsi hoc nomen, et signa faciebant, licet divina gratia essent indigni: volebat enim Dominus etiam per indignos nomen suum ampliare. Chrysostomus. Non autem zelo, seu invidia motus Ioannes prohibebat illum qui daemones expellebat; sed volebat quod omnes qui nomen Domini invocabant, sequerentur Christum, et essent cum discipulis unum. Sed Dominus per hos qui miracula faciunt, licet sint indigni, alios provocat ad fidem, et ipsosmet per hanc ineffabilem gratiam inducit ut fiant meliores; unde sequitur Iesus autem ait: nolite prohibere eum. Beda. In quo docet neminem a bono quod ex parte habet, esse arcendum; sed ad hoc potius quod nondum habet, esse provocandum. Chrysostomus. Decenter autem eum non esse prohibendum ostendit consequenter dicens nemo est enim qui faciat virtutes in nomine meo, et possit cito male loqui de me. Hoc autem dicit propter eos qui in haeresim ceciderunt, quales erant Simon, et Menander et Cerinthus; neque enim illi in nomine Christi miracula faciebant; sed deceptionibus quibusdam facere videbantur. Isti vero etsi non sequuntur nos, non tamen contra nos aliquid firmiter dicere valebunt, eo quod honorant in operando virtutes nomen meum. Theophylactus. Qualiter enim male de me loquitur qui ex nomine meo occasionem gloriae habet, et per hoc quod ipsum invocat, miracula operatur?

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