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24 febbraio 7a Domenica del Tempo Ordinario

24 febbraio 7a Domenica del Tempo Ordinario
09/01/2019 elena

24 febbraio
7a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(1 Sam 26,2.7-9.12-13.22-23)

   In quei giorni, Saul si mosse e scese al deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti di Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. Davide e Abisai scesero tra quella gente di notte ed ecco Saul giaceva nel sonno tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra a capo del suo giaciglio mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisai disse a Davide: «Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo». Ma Davide disse ad Abisai: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?». Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era dalla parte del capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore. Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era grande spazio tra di loro. E Davide gridò: «Ecco la lancia del re, passi qui uno degli uomini e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore».

L’amore dei nemici

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 25, a. 8, corpo)

   L’amore dei nemici può essere inteso in tre modi. Primo, quale amore verso i nemici in quanto nemici. E questa è una cosa perversa e contraria alla carità, poiché equivale ad amare il male altrui. – Secondo, può essere inteso come amore dei nemici rispetto alla loro natura, ma in generale. E questo amore dei nemici è imposto dalla carità, per cui uno che ama Dio e il prossimo non deve escludere dall’amore universale del prossimo i propri nemici. – Terzo, l’amore dei nemici può essere inteso come un amore in particolare: in modo cioè che uno abbia uno speciale affetto di carità verso il nemico. E questo la carità non lo richiede necessariamente: poiché la carità non esige neppure che uno ami singolarmente di un amore speciale tutti gli uomini, dato che sarebbe una cosa impossibile. Tuttavia la carità lo esige come predisposizione dell’animo: che cioè uno abbia l’animo disposto ad amare singolarmente il suo nemico, se la necessità lo richiedesse. – Che invece uno ami attualmente per amore di Dio i propri nemici fuori dei casi di necessità appartiene alla perfezione della carità. Siccome infatti la carità ci porta ad amare il prossimo per Dio, quanto più uno ama Dio, tanto più mostra di amare il prossimo, nonostante qualsiasi inimicizia. Come se uno amasse molto un amico, per suo amore ne amerebbe anche i figli, per quanto gli siano nemici. E in questo senso intende parlare S. Agostino.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 25, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod dilectio inimicorum tripliciter potest considerari. Uno quidem modo, ut inimici diligantur inquantum sunt inimici. Et hoc est perversum et caritati repugnans, quia hoc est diligere malum alterius. – Alio modo potest accipi dilectio inimicorum quantum ad naturam, sed in universali. Et sic dilectio inimicorum est de necessitate caritatis, ut scilicet aliquis diligens Deum et proximum ab illa generalitate dilectionis proximi inimicos suos non excludat. – Tertio modo potest considerari dilectio inimicorum in speciali, ut scilicet aliquis in speciali moveatur motu dilectionis ad inimicum. Et istud non est de necessitate caritatis absolute, quia nec etiam moveri motu dilectionis in speciali ad quoslibet homines singulariter est de necessitate caritatis, quia hoc esset impossibile. Est tamen de necessitate caritatis secundum praeparationem animi, ut scilicet homo habeat animum paratum ad hoc quod in singulari inimicum diligeret si necessitas occurreret. – Sed quod absque articulo necessitatis homo etiam hoc actu impleat ut diligat inimicum propter Deum, hoc pertinet ad perfectionem caritatis. Cum enim ex caritate diligatur proximus propter Deum, quanto aliquis magis diligit Deum, tanto etiam magis ad proximum dilectionem ostendit, nulla inimicitia impediente. Sicut si aliquis multum diligeret aliquem hominem, amore ipsius filios eius amaret etiam sibi inimicos. Et secundum hunc modum loquitur Augustinus.

Seconda lettura
(1 Cor 15,45-49)

   Fratelli, il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste.

L’uomo terreno e l’uomo celeste

San Tommaso
(Sulla prima lettera ai Corinzi,
c. 15, lez. 7, v. 49, n. 998)

   998. «E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste». Qui conclude in particolare in che modo dobbiamo conformarci all’uomo celeste.
   Ora, ci possiamo conformare all’uomo celeste in due modi, cioè nella vita della grazia e nella vita della gloria, e una è la via all’altra, poiché senza la vita della grazia non si raggiunge la vita della gloria. Per questo dice: «Come eravamo simili…», cioè quando eravamo peccatori ci fu in noi la similitudine di Adamo. 2 Sam 7,19: «Questa è la legge di Adamo, Signore Dio…». Quindi, perché possiamo essere celesti, cioè raggiungere la vita della gloria, «impegniamoci a essere simili all’uomo celeste» mediante la vita della grazia. Col 3,9 s.: «Spogliàti dell’uomo vecchio, rivestitevi dell’uomo nuovo», ossia di Cristo. Rm 8,29: «Poiché quelli che da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi…». Così dunque dobbiamo conformarci all’uomo celeste nella vita della grazia, perché diversamente non raggiungeremo la vita della gloria.

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Corinthios,
c. 15, lect. 7, v. 49, n. 998)

   Igitur sicut portavimus, et cetera. Hic concludit qualiter in speciali debeamus conformari homini, scilicet caelesti. Possumus autem dupliciter conformari caelesti in vita scilicet gratiae et gloriae, et una est via ad aliam: quia sine vita gratiae non pervenitur ad vitam gloriae. Et ideo dicit sicut portavimus, etc., id est quamdiu peccatores fuimus, in nobis fuit similitudo Adae. II Reg. VII, 19: ista est lex Adam, Domine Deus, et cetera. Ut ergo possimus esse caelestes, id est pervenire ad vitam gloriae, portemus imaginem caelestis, per vitam gratiae. Col. c. III, 9 s.: exuentes veterem hominem, induite novum hominem, scilicet Christum. Rom. VIII, 29: quos praescivit et praedestinavit conformes, et cetera. Sic ergo debemus conformari caelesti in vita gratiae, quia alias non perveniemus ad vitam gloriae.

Vangelo (Lc 6,27-38)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.  Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Non giudicate e non condannate

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 6, lez. 9, vv. 37-38a)

   AMBROGIO: Il Signore ha aggiunto di non giudicare alla leggera, affinché tu non sia costretto a formulare un giudizio nei confronti di un altro mentre sei consapevole di una tua mancanza. Per cui dice: Non giudicate. CRISOSTOMO: Non giudicare chi ti è superiore, cioè tu che sei un discepolo il tuo maestro, tu che sei un peccatore l’innocente. Tu non li devi biasimare, ma avvisarli e correggerli con amore; e neppure dobbiamo esprimere giudizi su cose dubbie o indifferenti che non hanno alcuna somiglianza con il peccato, o che non sono cose gravi o vietate. CIRILLO: Qui dunque egli frena quella pessima inclinazione delle nostre coscienze che è l’inizio del disprezzo: infatti, sebbene sia opportuno guardare chi sta intorno e trattenersi con lui secondo Dio, molti non fanno questo, ma esaminano le cose degli altri. E se scoprono che qualcuno è debole, ignorando le proprie passioni ne fanno materia di detrazione. CRISOSTOMO: E non è facile trovare qualcuno, sia tra i capi di famiglia sia tra i claustrali, che sia esente da questo difetto. Ora, queste sono insidie della tentazione del diavolo: infatti chi valuta severamente le cose degli altri, non meriterà mai il perdono dei suoi peccati. Perciò prosegue: e non sarete giudicati. Infatti come chi è pio e mite reprime il timore dei peccati, così chi è severo e crudele accresce le proprie colpe. GREGORIO NISSENO: Perciò non affrettatevi a pronunciare sui vostri servi una dura sentenza, per non subire voi stessi una cosa simile: infatti il giudizio richiama una più aspra condanna; per cui segue: non condannate e non sarete condannati. Infatti non viene proibito il giudizio con il perdono. BEDA: Ora, con una breve sentenza conclude concisamente tutto quanto aveva comandato sul comportamento con i nemici, dicendo: perdonate e sarete perdonati; date e vi sarà dato; dove comanda di perdonare le offese e di fare del bene, perché siano rimessi anche a noi i nostri peccati e ci venga concessa la vita eterna. CIRILLO: Ora, che con mano più larga riceveremo la ricompensa da Dio, il quale dona copiosamente a coloro che lo amano, lo mostra dicendo: una misura buona, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo. TEOFILATTO: Ciò equivale a dire: come se tu volessi misurare la farina senza parsimonia, ammassandola, scuotendola e versandola nel grembo in modo sovrabbondante, così il Signore metterà nel vostro grembo una misura grande e traboccante. AGOSTINO: Ora, dice vi sarà versata (lat. vi verseranno), poiché per i meriti di coloro ai quali hanno dato anche un solo bicchiere d’acqua fresca perché erano discepoli, meriteranno di ricevere grazie a loro la ricompensa celeste.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,
c. 6, lect. 9, v. 37-38a)

   Ambrosius. Addidit Dominus non temere iudicandum, ne tui conscius ipse delicti in alterum cogaris ferre sententiam: unde dicit nolite iudicare. Chrysostomus in Matthaeum. Non iudices praecedentes te, idest qui discipulus es magistrum, peccator innocentem; quos non oportet increpare, sed monere, et caritative corrigere: nec etiam iudicandum est in incertis et qualibuscumque, quae nec similitudinem habent peccati, aut quae non sunt gravia, sive prohibita. Cyrillus. Sedat ergo hic pessimam passionem nostrarum conscientiarum, contemptus principium: quamvis enim deceat aliquos se circumspicere, et secundum Deum conversari; hoc non faciunt, sed examinant aliena. Et si videant aliquos infirmari, tamquam propriarum passionum obliti, faciunt hoc detractionis materiam. Chrysostomus. Nec facile reperies quemquam neque patremfamilias, neque claustralem expertem huius erroris. Sunt autem et hae diabolicae tentationis insidiae: nam qui severe discutit aliena, nunquam propriorum reatuum merebitur veniam; unde sequitur et non iudicabimini; sicut enim pius et mitis reprimit peccatorum timorem; sic severus et dirus adjicit criminibus propriis. Gregorius Nyssenus. Non igitur cum acrimonia praecipitetis in servos sententiam, ne similia patiamini: vocat enim iudicium asperiorem damnationem; unde sequitur nolite condemnare, et non condemnabimini: non enim iudicium cum venia prohibet. Beda. Brevi autem sententia cuncta quae de conversando cum inimicis mandaverat, comprehendendo concludit, dicens dimittite et dimittetur vobis, date et dabitur vobis: ubi dimittere nos iniurias et dare beneficia iubet, ut et nobis peccata dimittantur, et vita detur aeterna. Cyrillus. Quod autem ampliori manu recompensationem accipiemus a Deo, qui largiflue donat diligentibus eum, ostendit subdens mensuram bonam, et confertam, et coagitatam et supereffluentem dabunt in sinum vestrum. Theophylactus. Quasi dicat: sicut si farinam sine parcitate mensurare velles, conferres eam, coagitares et supereffunderes abunde; sic Dominus mensuram magnam et supereffluentem dabit in sinum vestrum. Augustinus De quaest. Evang. dicit autem dabunt, quia per illorum merita quibus vel calicem aquae frigidae in nomine discipuli dederunt, mercedem caelestem recipere merebuntur.

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