Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

15 febbraio – venerdì Tempo Ordinario – 5a Settimana

15 febbraio – venerdì Tempo Ordinario – 5a Settimana
09/01/2019 elena

15 febbraio – venerdì
Tempo Ordinario – 5a Settimana

Prima lettura
(Gen 3,1-8)

   Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il rumore dei passi del Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno, e l’uomo, con sua moglie, si nascose dalla presenza del Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino.

Il serpente

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 165, a. 2, soluzione 4)

   4. Come spiega S. Agostino, «il serpente è detto astuto, o prudente, per l’astuzia del demonio, il quale voleva ingannare attraverso di esso: come si dice prudente o astuta la lingua che il prudente, o l’astuto, muove per suggerire qualcosa con prudenza o con astuzia. Né il serpente capiva le parole che da lui venivano indirizzate alla donna; e neppure si deve pensare che la sua anima sia diventata razionale: poiché gli stessi uomini, la cui natura è razionale, quando parlano come indemoniati non comprendono ciò che dicono. Così dunque il serpente parlò all’uomo come l’asina di Balaam parlò al suo padrone: con la differenza che il primo fatto avvenne per opera del demonio, il secondo invece per opera di un angelo. Per cui al serpente non fu chiesto perché avesse fatto questo, avendolo fatto non lui in forza della sua natura, ma il demonio in lui: quel demonio che per il suo peccato era già stato condannato al fuoco eterno. Le parole dette al serpente vanno dunque riferite a colui che in esso aveva agito». – E altrove il Santo aggiunge che «la punizione del demonio di cui ora si parla è quella da cui noi dobbiamo guardarci, non quella che sarà pronunziata nell’ultimo giudizio». Con quelle parole infatti: Sarai maledetto fra tutti gli animali e le bestie della terra [Gen 3,14], «egli è posto al disotto delle bestie, non per il potere, ma per la conservazione della loro natura: poiché gli animali non hanno perduto alcuna beatitudine celeste, che non ebbero mai, ma continuano la loro vita nella natura che hanno ricevuto». – Contro di lui sono anche le parole che riscontriamo in un’altra versione [LXX]: Striscerai sul petto e sul ventre, dove «col petto è indicata la superbia, poiché qui sono racchiusi gli impulsi dell’anima, e col ventre sono indicati i desideri carnali, essendo questa la parte più molle del corpo. E con queste cose il demonio si insinua in colui che egli vuole ingannare». – Le parole poi: Terra mangerai tutti i giorni della tua vita [Gen 3,14] possono essere intese in due modi. O nel senso che gli apparterranno quelli che egli ingannerà con le cupidigie terrene, cioè i peccatori, indicati col termine terra. Oppure con queste parole è adombrato il terzo genere della tentazione, che è la curiosità: infatti chi mangia la terra penetra cose profonde e tenebrose». – Con l’inimicizia infine tra lui e la donna «si vuole dimostrare che noi possiamo essere tentati dal demonio solo per la parte animale, che nell’uomo è quasi un’immagine della donna. Il seme del diavolo sono quindi le cattive suggestioni, mentre il seme della donna sono i frutti delle opere buone, che resistono alle suggestioni perverse. Per questo il serpente insidia il piede della donna, in modo da ghermirla con la compiacenza quando inciampa in cose illecite; ed essa insidia la sua testa per eliminare al primo apparire ogni cattiva suggestione».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 165, a. 2, ad quartum)

   Ad quartum dicendum quod, sicut Augustinus dicit, 11 Super Gen. ad litt., serpens dictus est astutus, vel callidus, sive prudens, propter astutiam diaboli, quae in illo agebat dolum, sicut dicitur prudens vel astuta lingua quam prudens vel astutus movet ad aliquid prudenter vel astute suadendum. Neque etiam serpens verborum sonos intelligebat qui ex illo fiebant ad mulierem, neque enim conversa credenda est anima eius in naturam rationalem. Quandoquidem nec ipsi homines, quorum rationalis natura est, cum daemon in eis loquitur, sciunt quid loquantur. Sic ergo locutus est serpens homini sicut asina in qua sedebat Balaam, locuta est homini, nisi quod illud fuit opus diabolicum, hoc angelicum. Unde serpens non est interrogatus cur hoc fecerit, quia non in sua natura ipse id fecerat, sed diabolus in illo, qui iam ex peccato suo igni destinatus fuerat sempiterno. Quod autem serpenti dicitur, ad eum qui per serpentem operatus est, refertur. Et sicut Augustinus dicit, in libro Super Gen. contra Manichaeos, nunc quidem eius poena, idest diaboli, dicitur qua nobis cavendus est, non ea quae ultimo iudicio reservatur. Per hoc enim quod ei dicitur [Gen. 3,14], maledictus es inter omnia animantia et bestias terrae, pecora illi praeponuntur, non in potestate, sed in conservatione naturae suae, quia pecora non amiserunt beatitudinem aliquam caelestem, quam nunquam habuerunt, sed in sua natura quam acceperunt, peragunt vitam. Dicitur etiam ei, pectore et ventre repes, secundum aliam litteram [iuxta vers. LXX]. Ubi nomine pectoris significatur superbia, quia ibi dominatur impetus animae, nomine autem ventris significatur carnale desiderium, quia haec pars mollior sentitur in corpore. His autem rebus serpit ad eos quos vult decipere. Quod autem dicitur [Gen. 3,14], terram comedes cunctis diebus vitae tuae, duobus modis intelligi potest. Vel, ad te pertinebunt quos terrena cupiditate deceperis, idest peccatores, qui terrae nomine significantur. Vel tertium genus tentationis his verbis figuratur, quod est curiositas, terram enim qui manducat, profunda et tenebrosa penetrat. Per hoc autem quod inimicitiae ponuntur inter ipsum et mulierem, ostenditur non posse nos a diabolo tentari nisi per illam animalem partem quae quasi mulieris imaginem in homine ostendit. Semen autem diaboli est perversa suggestio, semen mulieris, fructus boni operis, quod perversae suggestioni resistit. Et ideo observat serpens plantam mulieris, ut, si quando in illicita illabitur, delectatio illam capiat, et illa observat caput eius, ut eum in ipso initio malae suasionis excludat.

Vangelo (Mc 7,31-37)

   In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.  Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

La preghiera di Gesù

San Tommaso
(S. Th. III, q. 21, a. 1, corpo e soluzione 1)

   Come si è detto nella Seconda Parte, la preghiera è una certa manifestazione della nostra volontà a Dio, perché egli la adempia. Se dunque in Cristo ci fosse un’unica volontà, cioè quella divina, in nessun modo gli si potrebbe attribuire la preghiera, poiché la volontà divina è da sola capace di attuare ciò che vuole, secondo le parole del Sal 134 [6]: Tutto ciò che vuole, il Signore lo compie. Ma poiché in lui ci sono due volontà, la divina e l’umana, e la volontà umana non è capace di realizzare da sé ciò che vuole senza il ricorso alla potenza divina, ne segue che Cristo, in quanto uomo dotato di volontà umana, può pregare.
   1. Cristo poteva fare tutto ciò che voleva in quanto Dio, ma non in quanto uomo, poiché in quanto uomo non aveva l’onnipotenza, come si è detto. Tuttavia, essendo insieme Dio e uomo, volle rivolgere la preghiera al Padre non per una sua impotenza, ma per nostra istruzione. Primo, per farci capire che egli procede dal Padre. Per cui egli stesso dichiara: Ho detto queste cose, cioè le parole della preghiera, per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato (Gv 11,42). E S. Ilario commenta: «Non aveva bisogno di pregare, ma lo fece per noi, perché non ignorassimo il Figlio». Secondo, per darci l’esempio. Per cui scrive S. Ambrogio: «Cerca di non fraintendere, pensando che il Figlio di Dio preghi come un debole per impetrare ciò che non può fare. Essendo infatti autore del potere e maestro di obbedienza, ci forma con il suo esempio ai precetti della virtù». E S. Agostino: «Il Signore nella sua forma di servo avrebbe potuto pregare in silenzio, se fosse stato necessario. Invece volle mostrare apertamente che pregava il Padre, per ricordare in tal modo che era nostro maestro».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 21, a. 1, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est in secunda parte [II-II q. 83 aa. 1-2], oratio est quaedam explicatio propriae voluntatis apud Deum, ut eam impleat. Si igitur in Christo esset una tantum voluntas, scilicet divina, nullo modo sibi competeret orare, quia voluntas divina per seipsam est effectiva eorum quae vult, secundum illud Psalmi [134,6], omnia quaecumque voluit Dominus fecit. Sed quia in Christo est alia voluntas divina et alia humana; et voluntas humana non est per seipsam efficax ad implendum ea quae vult, nisi per virtutem divinam, inde est quod Christo, secundum quod est homo et humanam voluntatem habens, competit orare.
   Ad primum ergo dicendum quod Christus poterat perficere omnia quae volebat secundum quod Deus, non autem secundum quod homo, quia, secundum quod homo, non habuit omnipotentiam, ut supra [q.13 a. 1] habitum est. Nihilominus tamen, idem ipse Deus existens et homo, voluit ad Patrem orationem porrigere, non quasi ipse esset impotens, sed propter nostram instructionem. Primo quidem, ut ostenderet se esse a Patre. Unde ipse dicit, Ioan. 11 [42], propter populum qui circumstat dixi, scilicet verba orationis, ut credant quia tu me misisti. Unde Hilarius, in 10 De Trin., dicit, non prece eguit, nobis oravit, ne Filius ignoraretur. Secundo, ut nobis exemplum daret. Unde Ambrosius dicit, Super Luc., noli insidiatrices aperire aures, ut putes Filium Dei quasi infirmum rogare, ut impetret quod implere non possit. Potestatis enim auctor, obedientiae magister, ad praecepta virtutis suo nos informat exemplo. Unde et Augustinus dicit, Super Ioan., poterat Dominus in forma servi, si hoc opus esset, orare silentio. Sed ita se Patri voluit exhibere precatorem, ut meminisset nostrum se esse doctorem.

CondividiShare on FacebookShare on Google+