Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

6 febbraio – mercoledì Memoria di San Paolo Miki e compagni Tempo Ordinario – 4a Settimana

6 febbraio – mercoledì Memoria di San Paolo Miki e compagni Tempo Ordinario – 4a Settimana
08/01/2019 elena

6 febbraio – mercoledì
Memoria di San Paolo Miki
e compagni
Tempo Ordinario – 4a Settimana

Prima lettura
(Eb 12,4-7.11-15)

   Fratelli, non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato e avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e percuote chiunque riconosce come figlio». È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire. Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore; vigilate perché nessuno si privi della grazia di Dio. Non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi danni e molti ne siano contagiati.

La correzione divina

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 12, lez. 2, vv. 5-6, nn. 673-674)

   673. Ora pone le parole dell’autore dicendo: «Figlio mio …», e aggiunge il motivo là dove dice: «perché il Signore corregge colui che egli ama …», Nell’autorità vieta due cose, poiché proibisce l’odio della correzione e l’insofferenza nei suoi confronti.
   Per il primo punto dice: «figlio mio, non disprezzare», come fanno alcuni che odiano la correzione, dei quali si dice in Pr 9,8: «Non riprendere chi ti deride, perché non ti odi». Am 5,10: «Essi odiano chi ammonisce alla porta, e hanno in abominio chi parla secondo verità». Perciò l’Apostolo dice: «non disprezzare la correzione del Signore», come se dicesse: quando il Signore ti castiga in vista della correzione, non disprezzare, ossia non sentire fastidio non curandotene. Sap 3,11: «Chi disprezza la sapienza e la disciplina è infelice».
   Per il secondo punto dice: «e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui». Infatti l’uomo, spiritualmente, si perde d’animo quando si contrista fino al punto di cadere. Sopra lo stesso argomento in Eb 12,3 si era detto: «Perché non vi stanchiate perdendovi d’animo». Sir 6,26: «Non disdegnare i suoi legami».
   674. Poi, quando dice: «perché il Signore corregge colui che egli ama», ne stabilisce il motivo. Infatti, come dice il Filosofo, la parola «castigo» generalmente si riferisce ai fanciulli e alla concupiscenza. Infatti diciamo casto colui la cui concupiscenza è stata castigata. Similmente un fanciullo si dice castigato se è stato bene educato. Infatti, se uno è inclinato al male, ha bisogno di chi lo freni. Ora, siffatta inclinazione è la concupiscenza, e i fanciulli, che di per sé seguono i loro impulsi, hanno bisogno di qualcuno che li castighi.
   Perciò chi castiga fa ciò perché gli altri non tendano al male. E poiché i nostri sensi e la nostra immaginazione sono inclini al male, come si dice in Gen 8,21, perciò Dio ci castiga per sottrarci al male. Sal 117,18: «Il Signore mi ha provato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte». Ger 31,18: «Tu mi hai castigato, e io ho subito il castigo come un vitello non ancora domato».
   Ora, egli castiga perché flagella, ma non per la condanna, bensì per la salvezza. Per cui dice che «percuote chiunque riconosce come figlio». Perciò quelli che non sono percossi non sono riconosciuti come figli. Sal 72,5: «Non conoscono l’affanno dei mortali, e non sono colpiti come gli altri uomini», quasi come segno dell’eterna condanna. Ez 16,42: «La mia gelosia si allontanerà da te». E non è cosa sorprendente se castiga tutti i figli che accoglie in adozione, perché Dio non ha risparmiato il proprio Figlio. Lc 24,26: «Bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze».

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,
c. 12, lect. 2, vv. 5-6, nn. 673-674)

   Verba autem auctoris ponit, dicens fili mi, et cetera. Et subdit rationem, ibi quem enim diligit, et cetera. In auctoritate vero prohibet duo; quia prohibet odium disciplinae, et impatientiam ad ipsam. Propter primum dicit fili mi, noli negligere, sicut quidam qui odiunt disciplinam, de quibus dicitur, Prov. 9,8: noli arguere derisorem, ne oderit te. Amos 5,10: odio habuerunt loquentem in porta, et corripientem perfecte abominati sunt. Dicit ergo Apostolus noli negligere disciplinam Domini, quasi dicat: cum Deus te flagellat causa disciplinae, noli negligere, id est, negligenter habere fastidiendo. Sap. 3,11: sapientiam et disciplinam qui abiicit infelix est. Propter secundum dicit et ne fatigeris dum ab eo argueris. Quidam enim etsi correctionem duram non odiant, tamen impatienter portant, et ideo dicit neque fatigeris, et cetera. Tunc enim homo spiritualiter fatigatur, quando contristatur intantum, quod deficit. Supra eodem: ut non fatigemini animis vestris deficientes. Eccli. 6,26: ne acidieris in vinculis illius. Deinde cum dicit quem enim diligit dominus, castigat, assignat causam. Sicut autem dicit philosophus, verbum castigationis communiter accipitur in pueris et in concupiscentia. Dicimus enim castum, cuius concupiscentia castigata est. Similiter puer dicitur castigatus, qui est bene disciplinatus. Quod enim de se habet pronitatem ad malum, indiget refraenante. Talis autem est concupiscentia, et pueri, qui de se sequuntur impetus suos, ideo indigent castigante. Ille ergo, qui castigat, ideo hoc facit ne tendant in malum. Et quia sensus nostri, et cogitatio nostra prona sunt ad malum, ut dicitur Gen. 8,21, ideo Dominus castigat nos, ut retrahat nos a malo. Ps. 117,18: castigans castigavit me Dominus, et morti non tradidit me. Ier. 31,18: castigasti me, et eruditus sum quasi iuvenculus indomitus. In hoc autem castigat, quia flagellat, non quidem ad condemnationem, sed ad salutem. Unde dicit, quod flagellat omnem filium quem recipit. Et ideo, qui non flagellantur non sunt de numero filiorum. Ps. 72,5: in labore hominum non sunt, et cum hominibus non flagellabuntur, unde est signum quasi aeternae reprobationis. Ez. 16,42: auferetur zelus meus a te. Nec mirum si flagellat omnem filium quem recipit per adoptionem: quia proprio Filio suo non pepercit. Lc. ult. v. 26: oportuit Christum pati.

Vangelo (Mc 6,1-6)

   In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Non vi poté fare alcun prodigio

San Tommaso
(S. Th. III, q. 43, a. 2, soluzione 1)

   1. Le parole: Non vi poté fare alcun prodigio, non vanno riferite alla potenza di Dio assoluta, ma a quanto può essere fatto in maniera opportuna: non era infatti opportuno che egli facesse miracoli tra gente incredula. Da cui le parole successive [6]: E si meravigliava della loro incredulità. In senso analogo è detto in Gen 18 [17]: Non potrò tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare; e ancora [19,22] Io non possò fare nulla finché tu non sia arrivato là.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 43, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod hoc quod dicitur, non poterat ibi ullam virtutem facere, non est referendum ad potentiam absolutam, sed ad id quod potest fieri congruenter, non enim congruum erat ut inter incredulos operaretur miracula. Unde subditur [6], et mirabatur propter incredulitatem eorum. Secundum quem modum dicitur Gen. 18 [17], non celare potero Abraham quae gesturus sum; et 19 [22], non potero facere quidquam donec ingrediaris illuc.

CondividiShare on FacebookShare on Google+