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3 febbraio 4a Domenica del Tempo Ordinario

3 febbraio 4a Domenica del Tempo Ordinario
08/01/2019 elena

3 febbraio
4a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Ger 1,4-5.17-19)

   Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».

La santificazione nel grembo

San Tommaso
(Su Geremia, c. 1, v. 3)

   Prima che tu uscissi dal grembo ti ho santificato.
   Sulla santificazione nel grembo esamineremo quattro cose. Primo, il tempo. E sembra che tale santificazione possa aversi prima dell’infusione dell’anima, stando a quanto dice la Glossa di S. Ambrogio su Lc 1: Non c’era ancora lo spirito della vita, e già era presente lo spirito della grazia. Inoltre qui si dice: Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, e ciò va inteso della conoscenza spirituale, che è di approvazione: quindi ebbe la grazia prima della formazione. D’altra parte sembra che non l’ebbe prima di nascere dal grembo materno, poiché S. Agostino dice: «Non può rinascere se non chi è già nato»; ora, nessuno ha la grazia se non è rinato, poiché attraverso la grazia uno diventa figlio di Dio: quindi non ha nemmeno la grazia della santificazione.
   Su ciò bisogna dire che la santificazione di cui parliamo avviene attraverso la grazia, il cui soggetto è l’anima: quindi non può esserci prima dell’infusione dell’anima; ma dopo l’infusione, prima della nascita dal grembo, può esserci per uno speciale privilegio. Sul primo punto bisogna dire che viene chiamata spirito di vita l’aria esteriore, liberamente respirata. Oppure si dice che è presente lo spirito della vita se viene inteso per l’anima, quando si rende noto. Quanto all’altra difficoltà, bisogna dire che si intende la conoscenza di approvazione che è secondo la predestinazione alla grazia, e non secondo la giustizia presente. All’altra difficoltà ancora, si deve dire che nessuno può rinascere secondo la legge comune, con la rigenerazione che avviene attraverso i sacramenti, prima che sia nato, poiché non può ancora essere soggetto all’attività dei ministri della Chiesa, da cui viene dispensata tale grazia. Ma Dio non ha legato la sua potenza ai sacramenti; quindi egli può, per uno speciale privilegio, santificare qualcuno nel grembo materno.
   (…)
   Ora, poiché ogni santificazione è ordinata al santissimo concepimento del Figlio di Dio, convenientemente la madre nel cui grembo fu celebrato quel concepimento fu santificata; e Giovanni Battista, che ancora racchiuso nel grembo materno mostrò il bambino racchiuso nel grembo (cf. Lc 1,41.44); e Geremia, che fra gli altri dissertò espressamente sul modo di quel santissimo concepimento. Più sotto (31,22): «Il Signore ha fatto una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo».

Testo latino di San Tommaso
(In Ieremiam, c. 1, v. 3)

   Circa sanctificationem in utero quatuor videamus. Primo tempus. Et videtur quod ante infusionem animae possit esse hujusmodi sanctificatio, per illud quod dicit Glossa Ambrosii Luc. 1: nondum inerat spiritus vitae, et jam inerat spiritus gratiae. Praeterea hic dicitur: priusquam te formarem in utero novi: et intelligitur de spirituali notitia, quae est approbationis: ergo ante formationem gratiam habuit. E contra videtur, quod non, antequam ex utero nascatur, quia dicit Augustinus: non potest renasci nisi jam natus: nullus autem habet gratiam nisi renatus, quia per gratiam fit quis filius Dei: ergo nec gratiam sanctificationis. Ad hoc dicendum, quod sanctificatio de qua loquimur, fit per gratiam, cujus subjectum est anima; et ideo ante infusionem animae non potest esse; sed post infusionem, ante nativitatem ex utero, fit ex speciali privilegio. Ad primum dicendum, quod spiritus vitae dicitur ibi aer exterius, libere respiratus. Vel dicitur inesse spiritus vitae, si de anima accipiatur, quando innotescit. Ad aliud dicendum, quod intelligitur de notitia approbationis, quae est secundum praedestinationem ad gratiam, et non dicitur secundum praesentem justitiam. Ad aliud dicendum, quod nullus potest renasci lege communi, regeneratione quae est per sacramenta, antequam sit natus, quia nondum subjacere potest operationibus ministrorum Ecclesiae, per quos hujusmodi gratia dispensatur. Sed Deus potentiam suam non alligavit sacramentis; et ideo ipse potest speciali privilegio aliquem in utero sanctificare.
   (…)
   Cum autem omnis sanctificatio ordinetur ad illam sanctissimam Filii Dei conceptionem, convenienter Mater, in cujus utero celebrata est illa conceptio, sanctificata fuit, et Joannes Baptista, qui adhuc clausus utero, clausum in utero ostendit, et Jeremias, qui inter alios expressus modum illius sanctissimae conceptionis disseruit. Infra 21: creavit Dominus novum super terram: femina circumdabit virum.

Seconda lettura
(1 Cor 12,31-13,13)

   Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Eccellenza della carità

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 23, a. 6, in contrario e corpo)

   In 1 Cor 13 [13] è detto: La più grande di tutte è la carità.
   È necessario che le virtù umane, che sono il principio degli atti buoni, consistano nell’adeguazione alla regola degli atti umani, poiché la bontà di tali atti viene misurata in base alla loro conformità alla regola stabilita. Sopra però abbiamo detto che esistono due regole degli atti umani, cioè la ragione umana e Dio. Ma Dio è la prima regola, da cui deve essere regolata la stessa ragione umana. Di conseguenza le virtù teologali, che consistono nell’adeguarsi a questa prima regola, avendo esse Dio per oggetto, sono superiori alle virtù morali e intellettuali, che consistono nell’adeguarsi alla ragione umana. Perciò è necessario che tra le stesse virtù teologali sia più nobile quella che meglio raggiunge Dio. D’altra parte è noto che i mezzi diretti sono superiori a quelli indiretti. Ora, la fede e la speranza raggiungono certamente Dio in quanto egli causa in noi la conoscenza della verità e il conseguimento della beatitudine, ma la carità raggiunge Dio come è in se stesso, non in quanto noi riceviamo qualche beneficio da lui. Perciò la carità è più nobile della fede e della speranza, e quindi di tutte le altre virtù. Al pari cioè della prudenza la quale, adeguandosi direttamente alla ragione, è superiore alle altre virtù morali, che si adeguano alla ragione in quanto da essa viene stabilito il giusto mezzo negli atti e nelle passioni umane.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 23, a. 6, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur 1 ad Cor. 13 [13], maior horum est caritas.
   Respondeo dicendum quod, cum bonum in humanis actibus attendatur secundum quod regulantur debita regula, necesse est quod virtus humana, quae est principium bonorum actuum, consistat in attingendo humanorum actuum regulam. Est autem duplex regula humanorum actuum, ut supra [a. 3; q.17 a. 1] dictum est, scilicet ratio humana et Deus, sed Deus est prima regula, a qua etiam humana ratio regulanda est. Et ideo virtutes theologicae, quae consistunt in attingendo illam regulam primam, eo quod earum obiectum est Deus, excellentiores sunt virtutibus moralibus vel intellectualibus, quae consistunt in attingendo rationem humanam. Propter quod oportet quod etiam inter ipsas virtutes theologicas illa sit potior quae magis Deum attingit. Semper autem id quod est per se magis est eo quod est per aliud. Fides autem et spes attingunt quidem Deum secundum quod ex ipso provenit nobis vel cognitio veri vel adeptio boni, sed caritas attingit ipsum Deum ut in ipso sistat, non ut ex eo aliquid nobis proveniat. Et ideo caritas est excellentior fide et spe; et per consequens omnibus aliis virtutibus. Sicut etiam prudentia, quae attingit rationem secundum se, est excellentior quam aliae virtutes morales, quae attingunt rationem secundum quod ex ea medium constituitur in operationibus vel passionibus humanis.

Vangelo (Lc 4,21-30)

   In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Lo scandalo a Nazaret

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 4, lez. 6, vv. 28-30)

   IL GRECO: Poiché li aveva rimproverati per la loro cattiva intenzione, essi si indignarono; ed è quanto si dice: All’udire queste cose tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno; anche perché aveva detto: oggi si è compiuta questa scrittura. E così avevano pensato che egli si paragonasse ai Profeti. Per questo motivo si indignarono e lo scacciarono dalla città; quindi prosegue: si alzarono e lo cacciarono fuori della città. AMBROGIO: Non c’è da meravigliarsi se persero la salvezza coloro che cacciarono fuori dei propri confini il Salvatore. Ora, il Signore, che col suo esempio aveva insegnato agli Apostoli a farsi tutto a tutti, non respinge coloro che vogliono, né sceglie coloro che non vogliono; né combatte contro quanti lo scacciano, né si rifiuta di ascoltare quanti lo supplicano. D’altra parte non si mostra piccola un’invidia la quale, dimentica della carità, piega le ragioni dell’amore a un odio crudele. Infatti mentre il Signore spargeva benefici tra il popolo, essi riversavano su di lui le loro offese; perciò prosegue: e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città per gettarlo giù dal precipizio. BEDA: I Giudei, discepoli del diavolo, sono peggiori del loro maestro. Egli infatti dice (Mt 4,6): «Gettati giù». Questi invece di fatto cercano di buttarlo giù. Ma Gesù, essendo cambiata improvvisamente la loro mente, oppure essendo stata colta dallo stupore, se ne andò, poiché riservava loro ancora un posto per la penitenza; quindi prosegue: Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. CRISOSTOMO: In questo passo mostra ciò che spetta all’umanità e ciò che spetta alla divinità: infatti lo stare in mezzo a coloro che lo attaccavano e non lasciarsi prendere da loro mostrava l’eminenza della divinità, mentre l’andarsene mostrava il mistero dell’economia dell’incarnazione. AMBROGIO: Allo stesso tempo comprendi che ciò non accadde necessariamente, ma per una volontaria sottomissione del corpo. Infatti viene preso quando vuole, e si sottrae quando vuole. E in che modo poteva essere trattenuto da pochi chi non poteva essere trattenuto da tutto un popolo? Ma egli volle che la profanazione fosse compiuta da molti, così da essere afflitto da pochi ma morire per tutti. Anzi, preferiva ancora salvare i Giudei anziché perderli: affinché dall’esito inefficace del loro furore cessassero di volere ciò che non erano in grado di compiere. BEDA: Non era poi ancora giunta l’ora della passione, che era fissata per la parasceve dalla Pasqua; e neppure era presente il luogo della passione, che non era Nazaret, ma Gerusalemme, raffigurata dal sangue delle vittime; e neppure aveva scelto questo genere di morte, poiché era stato profetizzato da secoli che sarebbe stato crocifisso.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,
c. 4, lect. 6, vv. 28-30)

   Graecus. Quia pravam eorum intentionem redarguerat, ideo indignantur; et hoc est quod dicitur et repleti sunt omnes in synagoga ira: pro eo etiam quod dixerat hodie completa est haec prophetia, arbitrati sunt quod seipsum compararet prophetis; et ideo indignantur, et fugant eum extra civitatem; unde sequitur et surrexerunt, et eiecerunt illum extra civitatem. Ambrosius. Nec mirum, si perdiderunt salutem qui eiecerunt de suis finibus salvatorem. Dominus autem, qui docuerat apostolos exemplo sui omnibus omnia fieri, nec volentes repudiat, nec invitos alligat, nec eicientibus reluctatur, nec rogantibus deest. Non mediocriter autem invidia proditur, quae caritatis oblita in acerba odia causas amoris inflectit. Cum enim ipse Dominus per populos beneficia diffunderet, illi iniurias irrigabant; unde sequitur et duxerunt illum usque ad supercilium montis, super quem civitas illorum erat aedificata, ut praecipitarent eum. Beda. Peiores sunt Iudaei discipuli diaboli diabolo magistro; ille enim ait: mitte te deorsum: isti facto mittere conantur; sed illorum mente mutata subito, vel obstupefacta, descendit, quia adhuc illis poenitentiae locum reservat; unde sequitur ipse autem transiens per medium illorum ibat. Chrysostomus. In quo et quae sunt humanitatis et quae sunt divinitatis ostendit: stare enim in medio insidiantium et non apprehendi, divinitatis eminentiam ostendebat; discedere vero, dispensationis approbat mysterium. Ambrosius. Simul intellige non ex necessitate fuisse, sed voluntariam corporis passionem: etenim quando vult capitur, quando vult elabitur. Nam quemadmodum a paucis teneri potuit, qui a populo non tenetur? Sed voluit sacrilegium esse multorum, ut a paucis quidem affligeretur, sed pro toto orbe moreretur. Quin etiam malebat Iudaeos adhuc sanare quam perdere; ut inefficaci furoris exitu desinerent velle quod implere non possent. Beda. Nondum etiam venerat hora passionis, quae in parasceve Paschae futura extiterat; necdum locum passionis adierat, qui non in Nazareth, sed Hierosolymis hostiarum sanguine figurabatur; nec hoc genus mortis elegerat, qui crucifigendum se a saeculo praeconabatur.

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