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2 febbraio – Sabato Festa della Presentazione del Signore

2 febbraio – Sabato Festa della Presentazione del Signore
08/01/2019 elena

2 febbraio – Sabato
Festa
della Presentazione del Signore

Prima lettura
(Ml  3,1-4)

   Così dice il Signore Dio: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani».

La venuta del Signore

San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 1, corpo)

   Il modo di vivere di Cristo doveva essere quello più conforme al fine dell’incarnazione, per il quale egli venne nel mondo. Ora, egli venne prima di tutto per rivelare la verità, come disse egli stesso: Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità (Gv 18,37). Quindi egli non doveva nascondersi nella solitudine, ma manifestarsi e predicare in pubblico. Per cui diceva a quelli che volevano trattenerlo con loro: Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato (Lc 4,42). – Secondo, egli venne per liberare gli uomini dal peccato, come è detto in 1 Tm 1 [15]: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Quindi, come nota il Crisostomo, «sebbene Cristo avesse potuto attrarre tutti a sé e far sentire loro la sua predicazione stando sempre fermo nel medesimo luogo, tuttavia non lo fece, per darci l’esempio di come dobbiamo muoverci e andare in cerca di coloro che periscono, come fa il pastore in cerca della pecora smarrita, e il medico con l’infermo». – Terzo, egli venne affinché per mezzo di lui potessimo accedere a Dio, come è detto in Rm 5 [2]. Ora, per questo era necessario che egli infondesse negli uomini la fiducia di avvicinarsi a lui, vivendo familiarmente tra loro. Infatti in Mt 9 [10] è detto: Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i suoi discepoli. E Girolamo spiega: «Avevano visto un pubblicano convertirsi a una vita migliore, ammesso alla penitenza: perciò anch’essi non disperano della salvezza».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod conversatio Christi talis debuit esse ut conveniret fini incarnationis, secundum quam venit in mundum. Venit autem in mundum, primo quidem, ad manifestandum veritatem, sicut ipse dicit, Ioan. 18 [37], in hoc natus sum, et ad hoc veni in mundum, ut testimonium perhibeam veritati. Et ideo non debebat se occultare, vitam solitariam agens, sed in publicum procedere, publice praedicando. Unde, Luc. 4 [42-43], dicit illis qui volebant eum detinere, quia et aliis civitatibus oportet me evangelizare regnum Dei, quia ideo missus sum. – Secundo, venit ad hoc ut homines a peccato liberaret, secundum illud 1 Tim. 1 [15], Christus Iesus venit in hunc mundum peccatores salvos facere. Et ideo, ut Chrysostomus dicit, licet in eodem loco manendo posset Christus omnes ad se attrahere, ut eius praedicationem audirent, non tamen hoc fecit, praebens nobis exemplum ut perambulemus et requiramus pereuntes, sicut pastor ovem perditam, et medicus accedit ad infirmum. – Tertio, venit ut per ipsum habeamus accessum ad Deum, ut dicitur Rom. 5 [2]. Et ita, familiariter cum hominibus conversando, conveniens fuit ut hominibus fiduciam daret ad se accedendi. Unde dicitur Matth. 9 [10], factum est, discumbente eo in domo, ecce, multi publicani et peccatores venientes discumbebant cum Iesu et discipulis eius. Quod exponens Hieronymus dicit, viderant publicanum, a peccatis ad meliora conversum, locum invenisse poenitentiae, et ob id etiam ipsi non desperant salutem.

Seconda lettura
(Eb 2,14-18)

   Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Colui che della morte ha il potere

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 2, lez. 4, v. 14, nn. 141)

   141. Dice dunque: perciò egli si rese partecipe della carne e del sangue, cioè assunse una natura in cui avrebbe potuto patire e morire – il che non poteva fare nella natura divina – «per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo».
   Ma in che modo il diavolo ha il potere della morte? Infatti ciò è proprio soltanto di Dio. 1 Sam 2,6: «Il Signore fa morire e fa vivere», e Dt 32,39: «Sono io che do la morte e faccio vivere». Rispondo. Bisogna dire che, secondo un modo, ha il potere sulla morte il giudice, in quanto cioè, quasi infliggendo la morte, punisce con la morte; secondo un altro modo il bandito, come chi si acquista la morte per i demeriti. Nel primo modo Dio ha il dominio della morte. Gen 2,17: «Quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». Nel secondo modo il diavolo, il quale, persuadendo l’uomo a peccare, lo ha condotto alla morte. Sap 2,24: «La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo».
   Egli dice dunque: «per ridurre all’impotenza», non quanto alla sua sostanza, che è incorruttibile, non quanto alla malizia, sicché talvolta il diavolo diventi buono (come dice Origene), ma quanto al dominio del potere. (Gv 12,31): «Ora è il giudizio di questo mondo, ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori». Col 2,15: «Avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà, ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo».
   142. E ciò è avvenuto per mezzo della morte di Cristo per tre motivi. Primo, dalla parte di Cristo. Infatti la vera ragione della giustizia è che il vincitore assoggetti a se stesso il vinto. 2 Pt 2,19: «Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto». Infatti Cristo ha vinto il diavolo. Ap 5,5: «Ha vinto il leone della tribù di Giuda». Perciò è giusto che il diavolo gli sia sottomesso. Lc 11,21: «Quando un uomo forte bene armato fa la guardia al suo palazzo …».
   Il secondo motivo è dalla parte del diavolo. Infatti la giustizia esige che chi fa cattivo uso del potere che gli viene concesso, lo perda. Ora, al diavolo fu concesso il potere sui peccatori che ha sedotto, in modo permissivo, ma non sui buoni. Ma poiché ha presunto di estendere il suo potere anche su Cristo, che non commise alcun peccato – Gv 14,30: «Viene il principe di questo mondo; egli non ha alcun potere su di me –», perciò meritò di perderlo.
   Il terzo motivo è dalla parte nostra, poiché è giusto che il vinto sia schiavo del vincitore, come si è detto. Ora l’uomo, a causa del peccato, era schiavo del diavolo – Gv 8,34: «Chiunque commette peccato è schiavo del peccato» – e così è soggetto al diavolo e schiavo del peccato. Ora, Cristo ha pagato il prezzo per il nostro peccato. Sal 68,5: «Quanto non ho rubato, lo dovrei restituire?». Perciò, una volta eliminata la causa della schiavitù, cioè il peccato, per opera di Cristo l’uomo è stato liberato.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,
c. 2, lect. 4, v. 14, nn. 141)

   Dicit ergo: ideo participavit carni et sanguini, id est, assumpsit naturam in qua posset pati et mori, quod non poterat in divina, ut per mortem destrueret eum qui habebat mortis imperium, id est diabolum. Sed quomodo habet diabolus mortis dominium? Hoc enim est solius Dei. 1 Reg. 2,6: Dominus vivificat, et mortificat, et Deut. c. 32,39: ego occidam, et ego vivere faciam. Respondeo. Dicendum est quod aliter habet dominium mortis iudex, quia scilicet quasi mortem infligens, cum per mortem punit; aliter latro, quasi scilicet mortem sibi ex demerito acquirens. Primo modo Deus habet mortis imperium. Gen. 2,17: quacumque die comederis ex eo, morte morieris. Secundo modo diabolus, qui suadendo homini peccatum, morti ipsum addixit. Sap. 2,24: invidia diaboli mors intravit in orbem terrarum. Dicit autem destrueret, non quantum ad substantiam quam habet incorruptibilem, non quantum ad malitiam, ut aliquando diabolus bonus fiat (ut dicit Origenes), sed quantum ad potestatis dominium. Io. 12,31: nunc iudicium est mundi, nunc princeps mundi huius eiicietur foras. Col. 2,15: expolians principatus et potestates traduxit confidenter, palam triumphans illos in semetipso. Et hoc factum est per mortem Christi triplici ratione. Una est ex parte Christi. Iustitiae enim est vera ratio, ut victor victum sibi subiiciat. 2 Pet. 2,19: a quo enim quis superatus est, huius et servus est. Christus enim vicit diabolum. Apoc. 5,5: vicit leo de tribu Iuda. Et ideo iustum est diabolum sibi esse subiectum. Lc. 11,21: cum fortis armatus custodit atrium suum, et cetera. Alia ratio est ex parte diaboli. Iustitia enim exigit, quod qui male utitur potestate sibi concessa, amittat eam. Diabolo autem data est permissive in peccatores quos seduxit, sed non in bonos. Quia ergo hanc extendere praesumpsit etiam in ipso Christo, qui peccatum non fecit Io. 14,30: venit princeps mundi huius, et in me non habet quicquam ideo meruit illam perdere. Tertia ratio est ex parte nostri, quia iustum est, quod victus sit servus victoris, ut dictum est. Homo autem per peccatum servus erat diaboli Io. 8,34 s.: qui facit peccatum servus est peccati et ita subiectus diabolo, et obnoxius peccato. Christus autem solvit pretium pro peccato nostro. Ps.: quae non rapui, tunc exsolvebam. Sublata ergo causa servitutis, scilicet peccato, per Christum est homo liberatus.

Vangelo
(Lc 2,22-32 forma breve)

   Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele».

I figli sono “sacri” a Dio

San Tommaso
(S. Th. III, q. 37, a. 3, corpo)

   Come si è già detto, Cristo volle nascere sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge [Gal 4,4], e perché nelle sue membra la giustificazione della legge si adempisse spiritualmente [Rm 8,4]. Ora, nella legge vi erano due precetti sui neonati. Uno generale, che valeva per tutti: terminati cioè i giorni richiesti per la purificazione della madre, si doveva offrire un sacrificio per il figlio o la figlia, secondo la prescrizione di Lv 12 [6]. E questo sacrificio era offerto sia in espiazione del peccato, nel quale la prole era stata concepita ed era nata, sia per una certa consacrazione del bambino, che per la prima volta veniva portato al tempio. E così qualcosa era offerto in olocausto, e qualcosa in espiazione del peccato. – Il secondo precetto invece era solo per i primogeniti, sia degli uomini che dei giumenti. Il Signore infatti si era riservato tutti i primogeniti di Israele, poiché nella liberazione di Israele aveva colpito tutti i primogeniti dell’Egitto, sia degli uomini che del bestiame, lasciando salvi soltanto i primogeniti degli Israeliti [Es 12,12-13]. E questa legge è data in Es 13 [2.12], prefigurando Cristo, che è il primogenito tra molti fratelli, come è detto in Rm 8 [29]. – Essendo dunque Cristo nato da una donna, primogenito e volontariamente soggetto alla legge, Luca fa notare che per lui furono osservati questi due precetti. Primo, quello riguardante i primogeniti [Lc 2,22]: Lo portarono a Gerusalemme per offrirlo al Signore; come sta scritto nella legge del Signore: “Ogni maschio primogenito sarà chiamato santo al Signore”. Secondo, quello che riguardava tutti [24]: e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 37, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [a. 1], Christus voluit sub lege fieri, ut eos qui sub lege erant redimeret, et ut iustificatio legis in suis membris spiritualiter impleretur. De prole autem nata duplex praeceptum in lege traditur. Unum quidem generale quantum ad omnes, ut scilicet, completis diebus purificationis matris, offerretur sacrificium pro filio sive pro filia, ut habetur Lev. 12 [6 sqq.]. Et hoc quidem sacrificium erat et ad expiationem peccati, in quo proles erat concepta et nata, et etiam ad consecrationem quandam ipsius, quia tunc primo praesentabatur in templo. Et ideo aliquid offerebatur in holocaustum, et aliquid pro peccato. – Aliud autem praeceptum erat speciale in lege de primogenitis tam in hominibus quam in iumentis, sibi enim Dominus deputaverat omne primogenitum in Israel, pro eo quod, ad liberationem populi Israel, percusserat primogenita Aegypti ab homine usque ad pecus, primogenitis filiorum Israel reservatis. Et hoc mandatum ponitur Ex. 13 [2.12 sqq.]. In quo etiam praefigurabatur Christus, qui est primogenitus in multis fratribus, ut dicitur Rom. 8 [29]. – Quia igitur Christus, ex muliere natus, erat primogenitus; et voluit fieri sub lege, haec duo Evangelista Lucas circa eum fuisse observata ostendit. Primo quidem, id quod pertinet ad primogenitos, cum dicit [Luc. 2,22], tulerunt illum in Ierusalem, ut sisterent eum Domino, sicut scriptum est in lege Domini, quia omne masculinum adaperiens vulvam sanctum Domino vocabitur. Secundo, id quod pertinet communiter ad omnes, cum dicit, et ut darent hostiam, secundum quod dictum erat in lege Domini, par turturum aut duos pullos columbarum.

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