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1 febbraio – venerdì Tempo Ordinario – 3a Settimana

1 febbraio – venerdì Tempo Ordinario – 3a Settimana
08/01/2019 elena

1 febbraio – venerdì
Tempo Ordinario – 3a Settimana

Prima lettura
(Eb 10,32-39)

   Fratelli, richiamate alla memoria quei primi giorni: dopo aver ricevuto la luce di Cristo, avete dovuto sopportare una lotta grande e penosa, ora esposti pubblicamente a insulti e persecuzioni, ora facendovi solidali con coloro che venivano trattati in questo modo. Infatti avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere derubati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e duraturi. Non abbandonate dunque la vostra franchezza, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di perseveranza, perché, fatta la volontà di Dio, otteniate ciò che vi è stato promesso. Ancora un poco, infatti, un poco appena, e colui che deve venire, verrà e non tarderà. Il mio giusto per fede vivrà; ma se cede, non porrò in lui il mio amore. Noi però non siamo di quelli che cedono, per la propria rovina, ma uomini di fede per la salvezza della nostra anima.

Vivere mediante la fede

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 10, lez. 4, v. 38a, n. 548)

   548. Chi siano coloro che devono essere ricompensati lo mostra quando soggiunge «il mio giusto per fede vivrà». Questa autorità si trova anche in Rm 1,17 e Gal 3,11.
   Ora, la ricompensa è dovuta soltanto ai giusti. Sal 36,39: «La ricompensa dei giusti viene dal Signore». D’altra parte la giustizia è duplice. Una secondo il giudizio umano. Rm 10,3: «Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria». L’altra secondo il giudizio divino. Lc 1,6: «Erano giusti davanti a Dio». Ora, questa è la giustizia che Dio richiede. Perciò dice: «il mio giusto», ossia di una giustizia che è ordinata a me; cioè egli è giusto verso di me e per me.
   Ora, ciò con cui l’uomo viene giustificato è la fede. Rm 3,22: «Giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo». E il motivo di ciò è che l’uomo è giusto perché è ordinato a Dio, e ciò per cui l’uomo è ordinato a Dio è, prima di tutto, la fede. Per questo dice: «il mio giusto per fede vivrà». Più avanti (Eb 11,6) dice: «Chi infatti si accosta a Dio deve credere».
   E mediante la fede non c’è solo la giustizia, ma chi è giustificato mediante la fede anche «vivrà». Infatti, come il corpo vive mediante l’anima, così l’anima vive mediante Dio. Perciò, come il corpo vive mediante ciò per cui primariamente l’anima è unita al corpo, così l’anima vive mediante ciò per cui l’anima è primariamente unita a Dio; ora, questo è la fede, poiché la fede occupa il primo posto nella vita spirituale. Is 7,9: «Ma se non crederete, non avrete stabilità», così come non resiste la casa se sono distrutte le fondamenta. Gal 2,20: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio». La fede, poi, se non è informata dalla carità, è morta, e quindi la fede non vivifica l’anima senza la carità. 1 Gv 3,14: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli».
   Oppure «il mio giusto per fede vivrà», ossia presso di me è reputato tale e ha la vita della gloria, senza la passione attuale, se non gli si presenta l’occasione di patire.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,
c. 10, lect. 4, v. 38a, n. 548)

   Qui sunt etiam remunerandi, ostendit cum subdit iustus autem meus ex fide vivit. Haec eadem auctoritas habetur Rom. c. 1,17 et Gal. 3,11. Solis autem iustis debetur remuneratio. Ps. 36,39: salus autem iustorum a Domino. Est autem duplex iustitia. Una quo ad humanum iudicium. Rom. 10,3: ignorantes Dei iustitiam, et suam quaerentes statuere. Alia quo ad divinum. Lc. 1,6: erant autem iusti ante Deum. Istam autem iustitiam requirit Deus. Et ideo dicit iustus meus, scilicet iustitia, quae ad me ordinatur, id est, qui est mihi iustus et propter me. Illud autem per quod homo iustificatur, est fides. Rom. 3,22: iustitia Dei est per fidem Iesu Christi. Cuius ratio est, quia per hoc est homo iustus quod ordinatur in Deum: illud autem per quod primo homo ordinatur in Deum, est fides. Et ideo dicit iustus meus ex fide. Infra 11,6: accedentem ad Deum oportet credere. Nec solum per fidem iustitia, sed etiam per fidem iustificatus vivit. Sicut enim per animam vivit corpus, ita anima per Deum. Unde sicut per illud per quod primo unitur anima corpori, vivit corpus, ita per id per quod primo unitur Deus animae, vivit anima, hoc autem est fides, quia fides est primum in vita spirituali. Is. 7,9: si non credideritis, non permanebitis, sicut domus non permanet, destructo fundamento. Gal. 2,20: quod autem nunc vivo in carne, in fide vivo Filii Dei. Fides autem si non est formata charitate, mortua est, et ideo non vivificat animam sine charitate. Gal. 5,6: fides quae per charitatem operatur. 1 Io. 3,14: nos scimus, quia translati sumus de morte ad vitam, quoniam diligimus. Vel: iustus meus ex fide vivit, id est, apud me reputatur et habet vitam gloriae, sine actuali passione, si non datur opportunitas patiendi.

Vangelo (Mc 4,26-34)

   In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

La semplicità
dell’insegnamento di Gesù

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Marco,
c. 4, lez. 4, vv. 31-34)

   TEOFILATTO: Ora, l’albero ha fatto grandi rami. Infatti gli Apostoli furono divisi come rami, alcuni a Roma, alcuni in India e alcuni in altre parti della terra. GIROLAMO: Oppure questo seme è minimo nel timore, ma grande nella carità, che è più grande di tutti i legumi, poiché Dio è carità, e ogni carne fieno. Fece poi dei rami di misericordia e compassione quando i poveri di Cristo, che sono gli animali del cielo, si dilettano di abitare sotto la sua ombra. BEDA: L’uomo che semina poi è ritenuto dai più il Salvatore stesso, da altri invece l’uomo che semina nel suo cuore. CRISOSTOMO: Poi Marco, godendo della brevità, nel mostrare la natura delle parabole aggiunge: Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. TEOFILATTO: Poiché infatti le folle non erano istruite, le istruisce partendo dai commestibili e da nomi consueti; e per questo aggiunge: Senza parabole non parlava loro, cosicché si muovessero per avvicinarlo e interrogarlo.
   Segue: ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa, cioè quanto gli domandavano non sapendolo, non puramente e semplicemente tutto, manifesto o non manifesto. GIROLAMO: Erano infatti degni di udire separatamente i misteri nel profondo coloro che, nel timore della sapienza, lontani dai tumulti dei cattivi pensieri, rimanevano nella solitudine delle virtù: la sapienza infatti viene percepita nel tempo del riposo.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Marcum,
c. 4, lect. 4, vv. 31-34)

   Theophylactus. Ramos autem magnos fecit: quidam enim apostolorum in Romam, et quidam in Indiam, et quidam in alias terrae partes sunt divisi sicut rami. Hieronymus. Vel semen istud minimum est timore, magnum autem in caritate, quae est maior omnibus oleribus, quia Deus caritas est, et omnis caro foenum. Fecit autem ramos misericordiae et compassionis, cum sub umbra pauperes Christi, qui sunt caeli animalia, delectantur habitare. Beda. Homo autem qui seminat a plerisque Salvator ipse intelligitur, ab aliis autem ipse homo seminans in corde suo. Chrysostomus. Postea vero Marcus brevitate gaudens, ostendens parabolarum naturam, subiungit et talibus multis parabolis loquebatur eis verbum, prout poterant audire. Theophylactus. Quoniam enim turbae erant indoctae, a comestibilibus, et consuetis nominibus instruit eas; et propter hoc subdit sine parabola autem non loquebatur eis, ut scilicet moverentur ad accedendum et interrogandum. Sequitur seorsum autem discipulis suis disserebat omnia, scilicet de quibus interrogabant ut ignorantes, non simpliciter omnia tam manifesta, quam immanifesta. Hieronymus. Illi enim digni erant seorsum audire mysteria in penetrali, in timore sapientiae qui remoti a cogitationum malarum tumultibus in solitudine virtutum permanebant: sapientia enim in tempore otii percipitur.

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