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22 gennaio – martedì Tempo Ordinario – 2a Settimana

22 gennaio – martedì Tempo Ordinario – 2a Settimana
08/01/2019 elena

22 gennaio – martedì
Tempo Ordinario – 2a Settimana

Prima lettura
(Eb 6,10-20)

   Fratelli, Dio non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi. Desideriamo soltanto che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine, perché non diventiate pigri, ma piuttosto imitatori di coloro che, con la fede e la costanza, divengono eredi delle promesse. Quando infatti Dio fece la promessa ad Abramo, non potendo giurare per uno superiore a sé, giurò per se stesso dicendo: «Ti benedirò con ogni benedizione e renderò molto numerosa la tua discendenza». Così Abramo, con la sua costanza, ottenne ciò che gli era stato promesso. Gli uomini infatti giurano per qualcuno maggiore di loro, e per loro il giuramento è una garanzia che pone fine a ogni controversia. Perciò Dio, volendo mostrare più chiaramente agli eredi della promessa l’irrevocabilità della sua decisione, intervenne con un giuramento, affinché, grazie a due atti irrevocabili, nei quali è impossibile che Dio mentisca, noi, che abbiamo cercato rifugio in lui, abbiamo un forte incoraggiamento ad afferrarci saldamente alla speranza che ci è proposta. In essa infatti abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchìsedek.

La speranza
è un’àncora sicura e salda

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 6, lez. 4, v. 19, n. 325)

   325. Poi, quando dice: «noi abbiamo come un’àncora», mostra che i fedeli conseguono questa promessa, e si serve di una similitudine. Paragona infatti la speranza all’àncora stessa: come questa tiene immobile la nave nel mare, così la speranza rende l’anima stabile in Dio in questo mondo, che è una specie di mare. Sal 103,25: «Ecco il mare spazioso e vasto». Ma quest’àncora deve essere sicura, così da non venir meno (al suo scopo). Per questo motivo è fatta di ferro. 2 Tm 1,12: «So infatti a chi ho creduto e sono convinto …». Parimenti dev’essere stabile, perché non venga presto rimossa dalla nave: così l’uomo dev’essere legato a questa speranza come l’àncora è legata alla nave.
   Ma c’è una differenza tra l’àncora e la speranza: l’àncora si fissa nel profondo, mentre la speranza si fissa nella sommità, ossia in Dio. Infatti nella vita presente non c’è nulla di saldo in cui l’anima possa essere assicurata e riposare. Per questo in Gen 8,9 si dice che la colomba non trovò dove posare i suoi piedi. E così pure si dice: «la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario».
   Infatti l’Apostolo con le cose sante che erano nel tabernacolo intende lo stato presente della Chiesa, ma con il santo dei santi, che con il velo veniva distinto dalle cose sante, intende lo stato della gloria futura. Perciò vuole che in esso sia fissata l’àncora della nostra speranza, anche se resta ancora velato ai nostri occhi. Is 64,4: «Occhio non ha visto che un Dio fuori di te abbia fatto tanto per chi confida in lui». Sal 30,19: «Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono».
   È lì che fissò la speranza il nostro precursore quando vi è entrato. Per cui Gv 14,2 dice: «Vado a prepararvi un posto». Mt 2,13: «Uno si slancerà aprendo il passo innanzi a loro». Perciò dice che egli stesso «è entrato per noi come precursore» all’interno del velo, e vi ha fissato la nostra speranza, come si dice nella colletta, nella vigilia e nel giorno dell’Ascensione. Ma poiché era lecito solo al sommo sacerdote entrare dietro il velo, perciò Lv 16,2 dice che «Gesù» il quale «per noi» è entrato, è diventato «sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchisedek».
   Ecco come elegantemente l’Apostolo fa ritorno al suo assunto. Egli infatti aveva cominciato a parlare del sacerdozio, e tuttavia se n’era allontanato molto: ma ora vi ritorna, com’è evidente.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,
c. 6, lect. 4, v. 19, n. 325)

   Deinde cum dicit quam sicut anchoram, ostendit quod fideles promissionem istam consequantur, et utitur quadam similitudine. Comparat enim spem ipsi anchorae, quae sicut in mari navem immobilitat, ita spes animam firmat in Deo in hoc mundo, qui est quasi quoddam mare. Ps. 103,25: hoc mare magnum et spatiosum manibus. Ista tamen anchora debet esse secura, ut scilicet non deficiat. Unde fit de ferro. 2 Tim. 1,12: scio enim cui credidi, et certus sum, et cetera. Item debet esse firma, ut scilicet non cito a navi removeatur: ita homo debet alligari isti spei, sicut anchora navi alligatur. Est autem differentia inter anchoram et spem, quia anchora in imo figitur; sed spes in summo, scilicet in Deo. Nihil enim in praesenti vita est firmum, ubi posset anima firmari et quiescere. Unde Gen. 8,9, dicitur, quod columba non invenit ubi requiesceret pes eius. Et ideo dicit, quod debet incedere usque ad interiora velaminis. Apostolus enim per sancta, quae erant in tabernaculo, intelligit statum praesentem Ecclesiae, sed per sancta sanctorum, quae per velum distinguebantur a sanctis, intelligit statum futurae gloriae. In illo ergo vult quod figatur anchora spei nostrae, qui est modo velatus ab oculis nostris. Is. 64,4: oculus non vidit, Deus, absque te, quae praeparasti expectantibus te. Ps. 30,19: quam magna multitudo dulcedinis tuae, Domine, quam abscondisti timentibus te. Hanc ibi fixit praecursor noster, qui ibi ingressus est. Unde Io. 14,2: vado parare vobis locum. Mich. 2,13: ascendit pandens iter ad eos. Et ideo dicit, quod ipse tamquam praecursor pro nobis ingressus est interiora velaminis, et ibi fixit spem nostram, sicut dicitur in collecta, in vigilia, et in die ascensionis. Tamen quia intra velum non licebat intrare nisi summo sacerdoti, Lev. 16,2, ideo dicit, quod Iesus, qui pro nobis ingressus est, factus est pontifex in aeternum secundum ordinem Melchisedech. Ecce quam eleganter redit apostolus ad propositum suum. Ipse enim coeperat loqui de sacerdotio, et tamen fuerat multum digressus: sed nunc ad istud redit, sicut patet.

Vangelo (Mc 2,23-28)

   In quel tempo, di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!». E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

La legge del sabato

San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 4, soluzione 3)

   3. Quando i discepoli, presi dalla fame, colsero le spighe in giorno di sabato, non violarono la legge, poiché erano scusati dallo stimolo della fame: come non la trasgredì Davide, quando, sospinto dalla fame, mangiò il pane che a lui non era lecito mangiare.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 40, a. 4, ad tertium)

   Ad tertium dicendum quod etiam discipuli, quando esurientes spicas sabbato vellebant, a transgressione legis excusantur propter necessitatem famis, sicut et David non fuit transgressor legis quando, propter necessitatem famis, comedit panes quos ei edere non licebat.

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