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18 gennaio – venerdì Tempo Ordinario – 1a Settimana

18 gennaio – venerdì Tempo Ordinario – 1a Settimana
08/01/2019 elena

18 gennaio – venerdì
Tempo Ordinario – 1a Settimana

Prima lettura
(Eb 4,1-5.11)

   Fratelli, dovremmo avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. Poiché anche noi, come quelli, abbiamo ricevuto il Vangelo: ma a loro la parola udita non giovò affatto, perché non sono rimasti uniti a quelli che avevano ascoltato con fede. Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo, come egli ha detto: «Così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo!». Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. Si dice infatti in un passo della Scrittura a proposito del settimo giorno: «E nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere». E ancora in questo passo: «Non entreranno nel mio riposo!». Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.

Il riposo di Dio

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 4, lez. 2, v. 11a, n. 212)

   212. Dice dunque: poiché è riservato ancora un riposo sabatico… «affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo».
   E dice espressamente: «entrare», perché non si tratta di beni esterni, per i quali c’è l’uscita, ma di beni interni. Es 15,17: «Lo fai entrare e lo pianti sul monte …». Mt 25,21: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone».
   Pertanto ci sono molti motivi per cui bisogna affrettarsi a entrare. Il primo è che la via è lunga. Pr 7,19: «È partito per un lungo viaggio»; Lc 19,12: «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano». Ora, si dice che la via è lunga per la distanza di stato, poiché là ci saranno la pienezza di ogni bene e l’immunità da qualsiasi male; e inoltre ci sono, per chi desidera, la perfetta visione e il perfetto possesso; mentre qui esistono tutte le cose contrarie a quelle. Inoltre bisogna affrettarsi perché il tempo è assai breve. Gb 14,5: «I giorni dell’uomo sono contati». Inoltre, perché questo tempo, oltre che essere breve e modesto, è anche incerto. Qo 9,11: «Non invidiare la gloria del peccatore, perché non sai quale sarà la sua fine». Inoltre, a causa della vocazione che urge. Infatti la vocazione interiore ci spinge mediante lo stimolo della carità. Is 59,19: «Perché egli verrà come un fiume irruente, sospinto dal vento del Signore …». 2 Cor 5,14: «L’amore di Cristo ci spinge». Sal 119,32: «Corro per la via dei tuoi comandamenti».
   Inoltre a causa del pericolo di chi ritarda, come è evidente nel caso delle vergini stolte (Mt 25,1 ss.), le quali, giungendo in ritardo, non poterono entrare.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,
c. 4, lect. 2, v. 11a, n. 212)

   Dicit ergo: quia igitur relinquitur sabbatismus, etc., festinemus ergo ingredi in illam requiem. Et signanter dicit ingredi, quia non est in bonis exterioribus ad quae est egressus, sed est in bonis interioribus. Ex. 15,17: introduces eos, et plantabis, et cetera. Matth. 25, v. 21: intra in gaudium Domini tui. Est ergo multiplex ratio, quare festinandum est intrare. Una est, quia longinqua est via. Prov. 7,19: abiit via longissima. Lc. 19, v. 12: homo quidam nobilis abiit in regionem longinquam. Dicitur autem longinqua propter distantiam status, quia ibidem plenitudo omnis boni, et immunitas ab omni malo; est etiam desideranti perfecta visio et tentio, hic autem sunt omnia contraria istis. Item festinandum est, quia tempus est valde breve. Iob 14,5: breves dies hominis sunt. Item, quia istud tempus cum hoc, quod est breve et modicum, est etiam incertum. Eccle. c. 9,12: nescit homo finem suum. Item, propter urgentem vocationem. Interior enim vocatio urget nos per stimulum charitatis. Is. c. 59,19: cum venerit quasi fluvius violentus, quem Spiritus Domini cogit, et cetera. 2 Cor. c. 5, 14: charitas Christi urget nos. Ps. 118,32: viam mandatorum tuorum cucurri. Item, propter periculum tardantis, sicut patet de fatuis virginibus, Matth. 25,1 ss., quae tarde venientes intrare non potuerunt.

Vangelo (Mc 2,1-12)

   Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello si alzò e subito prese la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

La guarigione fisica
e quella spirituale

San Tommaso
(S. Th. III, q. 44, a. 3, soluzione 3)

   3. Come si è detto, Cristo operava i miracoli con la virtù divina. Ora, le opere di Dio sono perfette (Dt 32,4). Una cosa però non è perfetta se non raggiunge il suo fine. E d’altra parte il fine della guarigione fisica operata da Cristo è sempre la guarigione dell’anima. Quindi non era conveniente che Cristo guarisse il corpo di una persona senza curarne l’anima. Per questo S. Agostino, commentando le parole: Ho guarito interamente un uomo di sabato (Gv 7,23), osserva: «Con la guarigione riacquistò la salute fisica; con la fede acquistò la salvezza dell’anima». – Al paralitico poi fu detto in maniera speciale: Ti sono rimessi i tuoi peccati, «per farci capire», nota S. Girolamo, «che molte infermità fisiche sono causate dal peccato: e forse sono prima rimessi i peccati affinché, una volta eliminata la causa delle infermità, sia poi restituita la salute». Da cui le parole: Non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio (Gv 5,14), in base alle quali «si capisce che quella malattia era stata prodotta dal peccato», conclude il Crisostomo. – Benché dunque, come nota lo stesso Santo «la remissione dei peccati superi la guarigione del corpo nella misura in cui l’anima è superiore al corpo, tuttavia, siccome la prima è un’opera occulta, [Cristo] fece l’opera meno difficile, ma più evidente, per dimostrare ciò che era superiore, ma occulto».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 44, a. 3, ad tertium)

   Ad tertium dicendum quod, sicut supra [q. 43 a. 2] dictum est, Christus miracula faciebat virtute divina. Dei autem perfecta sunt opera, ut dicitur Deut. 32 [4]. Non est autem aliquid perfectum, si finem non consequatur. Finis autem exterioris curationis per Christum factae est curatio animae. Et ideo non conveniebat Christo ut alicuius corpus curaret, nisi eius curaret animam. Unde super illud Ioan. 7 [23], totum hominem sanum feci in sabbato, dicit Augustinus, quia curatus est, ut sanus esset in corpore; et credidit, ut sanus esset in anima. – Specialiter autem paralytico dicitur [Matth 9,5], dimittuntur tibi peccata, quia, ut Hieronymus dicit, Super Matth. [1, super 9,5], datur ex hoc nobis intelligentia propter peccata plerasque evenire corporum debilitates, et ideo forsitan prius dimittuntur peccata, ut, causis debilitatis ablatis, sanitas restituatur. Unde et Ioan. 5 [14] dicitur, iam noli peccare, ne deterius tibi aliquid contingat. Ubi, ut dicit Chrysostomus, discimus quod ex peccato nata erat ei aegritudo. – Quamvis autem, ut Chrysostomus dicit, super Matth. [h. 29], quanto anima est potior corpore, tanto peccatum dimittere maius sit quam corpus sanare, quia tamen illud non est manifestum, facit minus quod est manifestius, ut demonstraret maius et non manifestum.

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