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16 gennaio – mercoledì Tempo Ordinario – 1a Settimana

16 gennaio – mercoledì Tempo Ordinario – 1a Settimana
08/01/2019 elena

16 gennaio – mercoledì
Tempo Ordinario – 1a Settimana

Prima lettura
(Eb 2,14-18)

   Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 2, lez. 4, v. 14, nn. 141-142)

   141. Dice dunque: perciò egli si rese partecipe della carne e del sangue, cioè assunse una natura in cui avrebbe potuto patire e morire – il che non poteva fare nella natura divina – «per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo».
   Ma in che modo il diavolo ha il potere della morte? Infatti ciò è proprio soltanto di Dio. 1 Sam 2,6: «Il Signore fa morire e fa vivere», e Dt 32,39: «Sono io che do la morte e faccio vivere». Rispondo. Bisogna dire che, secondo un modo, ha il potere sulla morte il giudice, in quanto cioè, quasi infliggendo la morte, punisce con la morte; secondo un altro modo il bandito, come chi si acquista la morte per i demeriti. Nel primo modo Dio ha il dominio della morte. Gen 2,17: «Quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». Nel secondo modo il diavolo, il quale, persuadendo l’uomo a peccare, lo ha condotto alla morte. Sap 2,24: «La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo».
   Egli dice dunque: «per ridurre all’impotenza», non quanto alla sua sostanza, che è incorruttibile, non quanto alla malizia, sicché talvolta il diavolo diventi buono (come dice Origene), ma quanto al dominio del potere. (Gv 12,31): «Ora è il giudizio di questo mondo, ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori». Col 2,15: «Avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà, ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo».
   142. E ciò è avvenuto per mezzo della morte di Cristo per tre motivi. Primo, dalla parte di Cristo. Infatti la vera ragione della giustizia è che il vincitore assoggetti a se stesso il vinto. 2 Pt 2,19: «Perché uno è schiavo di ciò che l’ha vinto». Infatti Cristo ha vinto il diavolo. Ap 5,5: «Ha vinto il leone della tribù di Giuda». Perciò è giusto che il diavolo gli sia sottomesso. Lc 11,21: «Quando un uomo forte bene armato fa la guardia al suo palazzo …».
   Il secondo motivo è dalla parte del diavolo. Infatti la giustizia esige che chi fa cattivo uso del potere che gli viene concesso, lo perda. Ora, al diavolo fu concesso il potere sui peccatori che ha sedotto, in modo permissivo, ma non sui buoni. Ma poiché ha presunto di estendere il suo potere anche su Cristo, che non commise alcun peccato – Gv 14,30: «Viene il principe di questo mondo; egli non ha alcun potere su di me –», perciò meritò di perderlo.
   Il terzo motivo è dalla parte nostra, poiché è giusto che il vinto sia schiavo del vincitore, come si è detto. Ora l’uomo, a causa del peccato, era schiavo del diavolo – Gv 8,34: «Chiunque commette peccato è schiavo del peccato» – e così è soggetto al diavolo è schiavo del peccato. Ora, Cristo ha pagato il prezzo per il nostro peccato. Sal 68,5: «Quanto non ho rubato, lo dovrei restituire?». Perciò, una volta eliminata la causa della schiavitù, cioè il peccato, per opera di Cristo l’uomo è stato liberato.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,
c. 2, lect. 4, v. 14, nn. 141-142)

   Dicit ergo: ideo participavit carni et sanguini, id est, assumpsit naturam in qua posset pati et mori, quod non poterat in divina, ut per mortem destrueret eum qui habebat mortis imperium, id est diabolum. Sed quomodo habet diabolus mortis dominium? Hoc enim est solius Dei. 1 Reg. 2,6: Dominus vivificat, et mortificat, et Deut. c. 32,39: ego occidam, et ego vivere faciam. Respondeo. Dicendum est quod aliter habet dominium mortis iudex, quia scilicet quasi mortem infligens, cum per mortem punit; aliter latro, quasi scilicet mortem sibi ex demerito acquirens. Primo modo Deus habet mortis imperium.
Gen. 2,17: quacumque die comederis ex eo, morte morieris. Secundo modo diabolus, qui suadendo homini peccatum, morti ipsum addixit.
Sap. 2,24: invidia diaboli mors intravit in orbem terrarum. Dicit autem destrueret, non quantum ad substantiam quam habet incorruptibilem, non quantum ad malitiam, ut aliquando diabolus bonus fiat (ut dicit Origenes), sed quantum ad potestatis dominium.
Io. 12,31: nunc iudicium est mundi, nunc princeps mundi huius eiicietur foras. Col. 2,15: expolians principatus et potestates traduxit confidenter, palam triumphans illos in semetipso. Et hoc factum est per mortem Christi triplici ratione. Una est ex parte Christi. Iustitiae enim est vera ratio, ut victor victum sibi subiiciat. 2 Pet. 2,19: a quo enim quis superatus est, huius et servus est. Christus enim vicit diabolum. Apoc. 5,5: vicit leo de tribu Iuda. Et ideo iustum est diabolum sibi esse subiectum. Lc. 11,21: cum fortis armatus custodit atrium suum, et cetera. Alia ratio est ex parte diaboli. Iustitia enim exigit, quod qui male utitur potestate sibi concessa, amittat eam. diabolo autem data est permissive in peccatores quos seduxit, sed non in bonos. Quia ergo hanc extendere praesumpsit etiam in ipso Christo, qui peccatum non fecit Io. 14,30: venit princeps mundi huius, et in me non habet quicquam ideo meruit illam perdere. Tertia ratio est ex parte nostri, quia iustum est, quod victus sit servus victoris, ut dictum est. Homo autem per peccatum servus erat diaboli Io. 8,34 s.: qui facit peccatum servus est peccati et ita subiectus diabolo, et obnoxius peccato. Christus autem solvit pretium pro peccato nostro. Ps.: quae non rapui, tunc exsolvebam. Sublata ergo causa servitutis, scilicet peccato, per Christum est homo liberatus.

Vangelo (Mc 1,29-39)

   In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Il silenzio imposto ai demòni

Non permetteva ai demòni di parlare perché lo conoscevano, anche se non perfettamente, e come oggetto di terrore.

San Tommaso
(S. Th. I, q. 64, a. 1, soluzione 4)

   4. Il mistero del regno di Dio, che fu compiuto per mezzo di Cristo, fu conosciuto in qualche modo dagli angeli fin da principio, soprattutto da quando furono beati con la visione del Verbo, visione che però i demoni non ebbero mai. Tuttavia gli angeli non conobbero tutti perfettamente questo mistero, né tutti ugualmente. Molto meno perciò conobbero il mistero dell’Incarnazione i demoni nel tempo in cui Cristo si trovava nel mondo. Come infatti dice S. Agostino, «Cristo non fu conosciuto da loro come è conosciuto dagli angeli santi, i quali fruiscono dell’eternità del Verbo che ad essi è partecipata: lo conoscono invece soltanto come oggetto di terrore in base a certe sue azioni compiute nel tempo». Se al contrario avessero conosciuto perfettamente e con certezza che Cristo era il Figlio di Dio, e quale sarebbe stato l’effetto della sua passione, non avrebbero mai fatto crocifiggere il Signore della gloria.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 64, a. 1, ad quartum)

   Ad quartum dicendum quod mysterium regni Dei, quod est impletum per Christum, omnes quidem Angeli a principio aliquo modo cognoverunt; maxime ex quo beatificati sunt visione Verbi, quam daemones nunquam habuerunt. Non tamen omnes Angeli cognoverunt perfecte, neque aequaliter. Unde daemones multo minus, Christo existente in mundo, perfecte mysterium incarnationis cognoverunt. Non enim innotuit eis, ut Augustinus dicit sicut Angelis sanctis, qui verbi participata aeternitate perfruuntur, sed sicut eis terrendis innotescendum fuit per quaedam temporalia effecta. Si autem perfecte et per certitudinem cognovissent ipsum esse Filium Dei, et effectum passionis eius, nunquam Dominum gloriae crucifigi procurassent.

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