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12 gennaio – sabato Tempo di Natale

12 gennaio – sabato Tempo di Natale
07/01/2019 elena

12 gennaio – sabato
Tempo di Natale

Prima lettura
(1 Gv 5,14-21)

   Carissimi, questa è la fiducia che abbiamo nel Figlio di Dio: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo chiesto. Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a coloro, cioè, il cui peccato non conduce alla morte. C’è infatti un peccato che conduce alla morte; non dico di pregare riguardo a questo peccato. Ogni iniquità è peccato, ma c’è il peccato che non conduce alla morte. Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio non pecca: chi è stato generato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo da Dio, mentre tutto il mondo sta in potere del Maligno. Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è il vero Dio e la vita eterna. Figlioli, guardatevi dai falsi dèi!

Gravità dell’idolatria

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 3, corpo)

   La gravità di un peccato può essere considerata da due punti di vista. Primo, in base al peccato in se stesso. E da questo lato il peccato più grave è quello dell’idolatria. Come infatti in uno stato di questo mondo il delitto più grave consiste nell’attribuire onori regali a chi non ha la dignità regale, poiché ciò di per sé turba tutto l’ordine dello stato, così tra i peccati che si commettono contro Dio, e che pertanto sono i più gravi, il più grave di tutti sembra essere quello di attribuire a una creatura onori divini; poiché questo gesto di per sé costruisce un altro Dio nel mondo, menomando il primato divino. – Secondo, la gravità di un peccato può essere considerata in base alle condizioni soggettive di chi pecca: e così si dice che la colpa di chi pecca scientemente è più grave di quella di chi pecca per ignoranza. E sotto questo aspetto nulla impedisce che pecchino più gravemente gli eretici, i quali scientemente corrompono la fede ricevuta, che gli idolatri, i quali peccano per ignoranza. E così pure anche altri peccati possono essere più gravi perché commessi con maggiore disprezzo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod gravitas alicuius peccati potest attendi dupliciter. Uno modo, ex parte ipsius peccati. Et sic peccatum idololatriae est gravissimum. Sicut enim in terrena republica gravissimum esse videtur quod aliquis honorem regium alteri impendat quam vero regi, quia quantum in se est, totum reipublicae perturbat ordinem; ita in peccatis quae contra Deum committuntur, quae tamen sunt maxima, gravissimum esse videtur quod aliquis honorem divinum creaturae impendat, quia quantum est in se, facit alium Deum in mundo, minuens principatum divinum. Alio modo potest attendi gravitas peccati ex parte peccantis, sicut dicitur esse gravius peccatum eius qui peccat scienter quam eius qui peccat ignoranter. Et secundum hoc nihil prohibet gravius peccare haereticos, qui scienter corrumpunt fidem quam acceperunt, quam idololatras ignoranter peccantes. Et similiter etiam aliqua alia peccata possunt esse maiora propter maiorem contemptum peccantis.

Vangelo (Gv 3,22-30)

   In quel tempo, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione. Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano, e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

Lui deve crescere

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 3, lez. 5, VI, v. 30, n. 524)

   524. In senso morale questo deve avvenire in ciascuno di noi. Lui deve crescere, Cristo, in te, ossia tu devi progredire nella sua conoscenza e nel suo amore. Perché quanto più sei in grado di conoscerlo e di amarlo, tanto più Cristo cresce in te. Come chi progredisce nella visione di una data luce, può dire di vedere crescere in sé la luce.
   E di riflesso gli uomini che così progrediscono devono diminuire nella propria reputazione: perché quanto più uno conosce la grandezza di Dio, tanto meno stima la meschinità dell’uomo. Di qui la sentenza dei Proverbi (30,1 s.): «Visione narrata da un uomo al quale Dio è presente». E subito il testo prosegue: «Io sono il più ignorante degli uomini, e la sapienza degli uomini non è in me». E Giobbe così si avvia alla conclusione del suo libro: «Ti conoscevo per sentito dire, ma ora il mio occhio ti vede. Perciò accuso me stesso, e faccio penitenza nella polvere e nella cenere» (Gb 42,5 s.)

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,
c. 3, lect. 5, VI, v. 30, n. 524)

   Moraliter autem hoc debet esse in unoquoque nostrum. Oportet illum, idest Christum, in te crescere, ut scilicet in cognitione et amore eius proficias: quia inquantum magis eum potes cognoscendo et amando percipere, tanto magis Christus crescit in te; sicut qui magis proficit in videndo unam et eamdem lucem, reputat lucem magis crescere. Et ex hoc oportet homines sic proficientes minui in sua reputatione: quia quanto plus cognoscit quis de altitudine divina, tanto minorem reputat parvitatem humanam; unde Prov. 30,1, dicitur: visio quam locutus est vir, cum quo est Deus; et sequitur: stultissimus sum virorum, et sapientia hominum non est mecum. Et Iob ult., 5: auditu auris audivi te, nunc autem oculus meus videt te: idcirco ipse me reprehendo, et ago paenitentiam in favilla et cinere.

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