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6 Gennaio – Domenica Epifania del Signore

6 Gennaio – Domenica Epifania del Signore
13/11/2018 elena

6 Gennaio – Domenica
Epifania del Signore

Prima lettura
(Is 60,1-6)

   Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere.
   Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti.
   Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.

La luce

San Tommaso
(S. Th. I, q. 67, a. 1, corpo)

   Trattando di un termine, possiamo parlarne in due modi: o risalendo alla sua accezione originaria, oppure attendendo al suo uso. Prendiamo il termine visione: esso fu usato dapprima per indicare l’atto della vista sensibile; ma per la dignità e certezza di questo senso fu esteso, nell’uso comune, a ogni atto conoscitivo degli altri sensi (diciamo infatti: Guarda che sapore ha, come odora, come è caldo), e infine alla conoscenza intellettuale, come in quel passo di Mt: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. E la stessa cosa va detta a proposito del termine luce. Da principio infatti la parola fu adottata per significare ciò che rende possibile la manifestazione nel campo visivo, ma in seguito fu estesa a qualunque mezzo manifestativo, in tutti i campi della conoscenza. – Se dunque prendiamo il termine luce nella sua accezione originaria, allora nel mondo spirituale ha un significato metaforico, come dice S. Ambrogio; se invece la prendiamo nel senso corrente, che lo estende a ogni manifestazione, allora ha un significato proprio anche nel mondo spirituale.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 67, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod de aliquo nomine dupliciter convenit loqui, uno modo, secundum primam eius impositionem; alio modo, secundum usum nominis. Sicut patet in nomine visionis, quod primo impositum est ad significandum actum sensus visus; sed propter dignitatem et certitudinem huius sensus, extensum est hoc nomen, secundum usum loquentium, ad omnem cognitionem aliorum sensuum (dicimus enim, vide quomodo sapit, vel quomodo redolet, vel quomodo est calidum); et ulterius etiam ad cognitionem intellectus, secundum illud Matth. 5 [8], beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt. Et similiter dicendum est de nomine lucis. Nam primo quidem est institutum ad significandum id quod facit manifestationem in sensu visus, postmodum autem extensum est ad significandum omne illud quod facit manifestationem secundum quamcumque cognitionem. Si ergo accipiatur nomen luminis secundum suam primam impositionem, metaphorice in spiritualibus dicitur, ut Ambrosius dicit. Si autem accipiatur secundum quod est in usu loquentium ad omnem manifestationem extensum, sic proprie in spiritualibus dicitur.

Seconda lettura
(Ef 3,2-3a.5-6)

   Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
   Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Incarnazione e redenzione

La domanda che S. Tommaso si pone è se, e in che modo, l’incarnazione era necessaria per la salvezza dell’uomo. La risposta che egli dà ci aiuta a penetrare, per quanto ci è possibile, in questo grande mistero.

San Tommaso
(S. Th. III, q. 1, a. 2, corpo)

   Un mezzo può essere necessario a un certo fine in due modi: o così che senza di esso non si può ottenere il fine, come il cibo è necessario alla conservazione della vita umana, oppure nel senso che il mezzo agevola il raggiungimento del fine, come è necessario un cavallo per un viaggio. Ora, l’incarnazione di Dio non era necessaria per la redenzione della natura umana nel primo modo, avendo potuto Dio redimerci con la sua onnipotenza in molte altre maniere. L’incarnazione era invece necessaria per la redenzione umana nel secondo modo. Da cui le parole di S. Agostino: «Noi mostriamo che a Dio non mancavano altri mezzi, poiché tutto sottostà ugualmente al suo potere, ma che d’altra parte egli non ne ebbe un altro più conveniente per sanare la nostra miseria». – E tale convenienza può rilevarsi rispetto all’avanzamento dell’uomo nel bene. Primo, quanto alla fede, che acquista una maggiore sicurezza per il fatto che si crede al Dio stesso che parla. Per cui S. Agostino afferma: «Perché l’uomo con più fiducia accedesse alla verità, la Verità stessa, il Figlio di Dio, facendosi uomo gettò le fondamenta della fede». Secondo, quanto alla speranza, che nell’incarnazione trova il suo stimolo più efficace: «Nulla», dice infatti S. Agostino, «era tanto necessario a infonderci speranza quanto la dimostrazione del grande amore che Dio ci porta. Ma quale segno poteva essere più chiaro della degnazione del Figlio di Dio a unirsi con la nostra natura?». Terzo, quanto alla carità, che nell’incarnazione trova il suo massimo incentivo. Da cui le parole di S. Agostino: «Quale fine più grande ha la venuta del Signore se non quello di manifestarci l’amore di Dio per noi?». E conclude: «Se poteva costarci l’amare, che almeno non ci costi il riamare». Quarto, rispetto al ben operare, nel quale con l’incarnazione Dio stesso si è fatto nostro modello. Infatti S. Agostino spiega: «Avevamo l’obbligo di seguire non l’uomo che vedevamo, ma Dio che non vedevamo. Per dare quindi all’uomo di poter vedere chi doveva seguire, Dio si fece uomo». Quinto, quanto alla piena partecipazione della divinità, che è la vera beatitudine dell’uomo e il fine della sua vita. E questa piena partecipazione ci viene conferita attraverso l’umanità di Cristo: infatti «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo divenisse Dio», scrive S. Agostino. – Altrettanto utile era l’incarnazione anche per allontanare l’uomo dal male. Primo, in quanto essa persuade l’uomo a non stimare il diavolo, che è il primo artefice del peccato, superiore a se stesso e a non prestargli ossequio. Per cui avverte S. Agostino: «Dal momento che la natura umana poté essere unita a Dio così intimamente da divenire con lui una sola persona, non osino quei superbi spiriti maligni anteporsi all’uomo vantandosi della loro incorporeità». Secondo, l’incarnazione ci insegna quanto sia grande la dignità della natura umana, affinché non la macchiamo peccando. «Dio ci ha mostrato quale eminente posto abbia tra le realtà create la natura umana, apparendo tra gli uomini come un vero uomo», afferma S. Agostino. E il papa S. Leone ammonisce: «Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e fatto partecipe della natura divina non tornare all’antica miseria con un’indegna condotta». Terzo, per distogliere l’uomo dalla presunzione «viene esaltata in Cristo uomo la grazia divina, non preceduta da merito alcuno», come rileva S. Agostino. Quarto, perché, come aggiunge il medesimo santo, «una così grande umiltà di Dio è in grado di riprendere e di guarire la superbia dell’uomo, che è l’impedimento più grave per la sua adesione a Dio». Quinto, l’incarnazione giovò a liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato. E ciò doveva avvenire, dice S. Agostino, «in modo che il diavolo fosse vinto dall’uomo Cristo Gesù»; il che avvenne attraverso la soddisfazione offerta da Cristo per noi. Un puro uomo infatti non avrebbe potuto soddisfare per tutto il genere umano; d’altra parte Dio non doveva soddisfare; era quindi necessario che Gesù Cristo fosse Dio e uomo. Da cui le parole di S. Leone papa: «La potenza assume la debolezza, la maestà l’abiezione: di modo che in corrispondenza ai nostri bisogni un solo e medesimo mediatore fra Dio e gli uomini potesse morire e risorgere grazie agli opposti attributi. Se infatti non fosse vero Dio, non porterebbe il rimedio; se non fosse vero uomo, non ci darebbe l’esempio». – Ci sono poi moltissimi altri vantaggi derivati dall’incarnazione, al di sopra della comprensione umana.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 1, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod ad finem aliquem dicitur aliquid esse necessarium dupliciter, uno modo, sine quo aliquid esse non potest, sicut cibus est necessarius ad conservationem humanae vitae; alio modo, per quod melius et convenientius pervenitur ad finem, sicut equus necessarius est ad iter. Primo modo Deum incarnari non fuit necessarium ad reparationem humanae naturae, Deus enim per suam omnipotentem virtutem poterat humanam naturam multis aliis modis reparare. Secundo autem modo necessarium fuit Deum incarnari ad humanae naturae reparationem. Unde dicit Augustinus, 13 De Trin., ostendamus non alium modum possibilem Deo defuisse, cuius potestati omnia aequaliter subiacent, sed sanandae miseriae nostrae convenientiorem alium modum non fuisse. – Et hoc quidem considerari potest quantum ad promotionem hominis in bono. Primo quidem, quantum ad fidem, quae magis certificatur ex hoc quod ipsi Deo loquenti credit. Unde Augustinus dicit, 11 De civ. Dei, ut homo fidentius ambularet ad veritatem, ipsa veritas, Dei Filius, homine assumpto, constituit atque fundavit fidem. Secundo, quantum ad spem, quae per hoc maxime erigitur. Unde Augustinus dicit, 13 De Trin., nihil tam necessarium fuit ad erigendam spem nostram quam ut demonstraretur nobis quantum diligeret nos Deus. Quid vero huius rei isto indicio manifestius, quam ut Dei Filius naturae nostrae dignatus est inire consortium? Tertio, quantum ad caritatem, quae maxime per hoc excitatur. Unde Augustinus dicit, in libro De catechizandis rudibus, quae maior causa est adventus Domini, nisi ut ostenderet Deus dilectionem suam in nobis? Et postea subdit, si amare pigebat, saltem reamare non pigeat. Quarto, quantum ad rectam operationem, in qua nobis exemplum se praebuit. Unde Augustinus dicit, in quodam sermone De nativitate Domini, homo sequendus non erat, qui videri poterat, Deus sequendus erat, qui videri non poterat. Ut ergo exhiberetur homini et qui ab homine videretur, et quem homo sequeretur, Deus factus est homo. Quinto, quantum ad plenam participationem divinitatis, quae vere est hominis beatitudo, et finis humanae vitae. Et hoc collatum est nobis per Christi humanitatem, dicit enim Augustinus, in quodam sermone De nativ. Domini, factus est Deus homo, ut homo fieret Deus. – Similiter etiam hoc utile fuit ad remotionem mali. Primo enim per hoc homo instruitur ne sibi diabolum praeferat, et eum veneretur, qui est auctor peccati. Unde dicit Augustinus, 13 De Trin., quando sic Deo coniungi potuit humana natura ut fieret una persona, superbi illi maligni spiritus non ideo se audeant homini praeponere quia non habent carnem. Secundo, quia per hoc instruimur quanta sit dignitas humanae naturae, ne eam inquinemus peccando. Unde dicit Augustinus, in libro De vera religione, demonstravit nobis Deus quam excelsum locum inter creaturas habeat humana natura, in hoc quod hominibus in vero homine apparuit. Et Leo Papa dicit, in sermone de nativitate, agnosce, o Christiane, dignitatem tuam, et divinae consors factus naturae, noli in veterem vilitatem degeneri conversatione redire. Tertio quia, ad praesumptionem hominis tollendam, gratia Dei, nullis meritis praecedentibus, in homine Christo nobis commendatur, ut dicitur 13 De Trinitate. Quarto, quia superbia hominis, quae maximum impedimentum est ne inhaereatur Deo, per tantam Dei humilitatem redargui potest atque sanari, ut Augustinus dicit ibidem. – Quinto, ad liberandum hominem a servitute. Quod quidem, ut Augustinus dicit, 13 De Trin., fieri debuit sic ut diabolus iustitia hominis Iesu Christi superaretur, quod factum est Christo satisfaciente pro nobis. Homo autem purus satisfacere non poterat pro toto humano genere; Deus autem satisfacere non debebat; unde oportebat Deum et hominem esse Iesum Christum. Unde et Leo Papa dicit, in sermone de nativ., suscipitur a virtute infirmitas, a maiestate humilitas, ut, quod nostris remediis congruebat, unus atque idem Dei et hominum mediator et mori ex uno, et resurgere posset ex altero. Nisi enim esset verus Deus, non afferret remedium, nisi esset homo verus, non praeberet exemplum. Sunt autem et aliae plurimae utilitates quae consecutae sunt, supra comprehensionem sensus humani.

Vangelo (Mt 2,1-12)

   Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
   Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
   Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Ordine della manifestazione
della nascita di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 36, a. 3, corpo e soluzione 3)

   La salvezza che Cristo doveva portare riguardava tutti gli uomini; poiché, come è detto in Col 3 [11], in Cristo non c’è maschio e femmina, Gentile e Giudeo, schiavo e libero, e nessun’altra differenza del genere. Ora, affinché ciò fosse prefigurato fin dalla nascita di Cristo, egli si diede a conoscere a uomini di ogni condizione. Infatti, come nota S. Agostino, «i pastori erano Israeliti, i Magi pagani. I primi vicini, i secondi lontani. E tutti convennero come alla pietra angolare». E vi fu anche un’altra differenza tra di loro: infatti i Magi erano sapienti e potenti, i pastori semplici e di basso rango. E si diede a conoscere anche ai giusti, come Simeone e Anna, e ai peccatori, cioè ai Magi; inoltre si manifestò agli uomini e alle donne, come ad Anna: perché fosse evidente che nessuna condizione umana era esclusa dalla salvezza portata da Cristo.
   3. Secondo il Crisostomo «i Magi vennero dall’oriente poiché l’inizio della fede si ha dalla parte da cui nasce il sole: la fede è infatti la luce delle anime». Oppure perché coloro che giungono a Cristo, vengono da lui e per mezzo di lui, per cui in Zc 6 [12] è detto: Ecco un uomo il cui nome è Oriente. Nel significato letterale si dice invece che vennero dall’oriente perché, secondo alcuni, provenivano dalle più remote regioni orientali: oppure, secondo altri, dalle regioni vicine alla Giudea, ma situate a oriente di questa regione. È da credere tuttavia che in altre parti del mondo vi siano stati dei segni della nascita di Cristo: a Roma, p. es., si vide scorrere dell’olio, e in Spagna apparvero tre soli che a poco a poco si fusero in uno.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 36, a. 3, corpus e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod salus quae erat futura per Christum, ad omnem diversitatem hominum pertinebat, quia, sicut dicitur Col. 3 [11], in Christo non est masculus et femina, gentilis et Iudaeus, servus et liber, et sic de aliis huiusmodi. Et ut hoc in ipsa Christi nativitate praefiguraretur, omnibus conditionibus hominum est manifestatus. Quia, ut Augustinus dicit, in Sermone de Epiphania, pastores erant Israelitae, magi gentiles. Illi prope, isti longe. Utrique tanquam ad angularem lapidem concurrerunt. Fuit etiam inter eos alia diversitas, nam Magi fuerunt sapientes et potentes, pastores autem simplices et viles. Manifestatus est etiam iustis, Simeoni et Annae, et peccatoribus, scilicet Magis; manifestatus est etiam et viris et mulieribus, scilicet Annae; ut per hoc ostenderetur nullam conditionem hominum excludi a Christi salute.
   Ad tertium dicendum quod, sicut Chrysostomus dicit, ab oriente venerunt Magi, quia, unde dies nascitur, inde initium fidei processit, quia fides lumen est animarum. Vel, quia omnes qui ad Christum veniunt, ab ipso et per ipsum veniunt, unde dicitur Zach. 6 [12], ecce vir, Oriens nomen eius. Dicuntur autem ab oriente, ad litteram, venisse, vel quia de ultimis orientis partibus venerunt, secundum quosdam, vel quia de aliquibus vicinis partibus Iudaeae venerunt, quae tamen sunt regioni Iudaeorum ad orientem. Credibile tamen est etiam in aliis partibus mundi aliqua indicia nativitatis Christi apparuisse, sicut Romae fluxit oleum; et in Hispania apparuerunt tres soles paulatim in unum coeuntes.

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