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3 gennaio – giovedì Tempo di Natale

3 gennaio – giovedì Tempo di Natale
13/11/2018 elena

3 gennaio – giovedì
Tempo di Natale

Prima lettura
(1 Gv 2,29-3,6)

   Figlioli, se sapete che Dio è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui. Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto.

La visione di Dio e la beatitudine

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 3, a. 8, corpo)

   La beatitudine ultima e perfetta non può trovarsi che nella visione dell’essenza divina. Per averne la dimostrazione bisogna considerare due cose. La prima è che l’uomo non è perfettamente beato fino a che gli rimane qualcosa da desiderare e da cercare. La seconda è che la perfezione di ciascuna potenza è determinata dalla natura del suo oggetto. Ora l’intelletto, come dice Aristotele, ha per oggetto la quiddità o essenza delle cose. Quindi la perfezione di un intelletto si misura dal suo modo di conoscere l’essenza di una cosa. Per cui se un intelletto viene a conoscere l’essenza di un effetto partendo dalla quale però non è possibile conoscere l’essenza o quiddità della causa, non si dirà che l’intelletto può raggiungere senz’altro la causa, sebbene possa conoscerne l’esistenza mediante gli effetti. Quando dunque l’uomo nel conoscere gli effetti arriva a comprendere che essi hanno una causa, conserva il desiderio naturale di conoscere la quiddità della causa.
   E si tratta di un desiderio dovuto alla meraviglia, come dice Aristotele, che stimola la ricerca. Come chi osserva le eclissi del sole capisce la loro dipendenza da una causa, la cui natura però gli sfugge: e allora si meraviglia, e mosso dalla meraviglia si pone alla ricerca. Ricerca che non cessa finché non giunge a conoscere la natura della causa. – Ora, dal momento che l’intelletto umano, conoscendo la natura di un effetto creato, arriva a conoscere solo l’esistenza di Dio, la perfezione da esso conseguita non è tale da raggiungere veramente la causa prima, ma rimane ancora il desiderio naturale di indagarne la natura. Quindi l’uomo non è perfettamente beato. Per la beatitudine perfetta si richiede dunque che l’intelletto raggiunga l’essenza stessa della causa prima. E così esso avrà la sua perfezione unendosi a Dio come al suo oggetto, nella qual cosa soltanto si trova la beatitudine dell’uomo, come si è visto sopra.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 3, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod ultima et perfecta beatitudo non potest esse nisi in visione divinae essentiae. Ad cuius evidentiam, duo consideranda sunt. Primo quidem, quod homo non est perfecte beatus, quandiu restat sibi aliquid desiderandum et quaerendum. Secundum est, quod uniuscuiusque potentiae perfectio attenditur secundum rationem sui obiecti. Obiectum autem intellectus est quod quid est, idest essentia rei, ut dicitur in 3 De an. Unde intantum procedit perfectio intellectus, inquantum cognoscit essentiam alicuius rei. Si ergo intellectus aliquis cognoscat essentiam alicuius effectus, per quam non possit cognosci essentia causae, ut scilicet sciatur de causa quid est; non dicitur intellectus attingere ad causam simpliciter, quamvis per effectum cognoscere possit de causa an sit. Et ideo remanet naturaliter homini desiderium, cum cognoscit effectum, et scit eum habere causam, ut etiam sciat de causa quid est. Et illud desiderium est admirationis, et causat inquisitionem, ut dicitur in principio Metaphys. Puta si aliquis cognoscens eclipsim solis, considerat quod ex aliqua causa procedit, de qua, quia nescit quid sit, admiratur, et admirando inquirit. Nec ista inquisitio quiescit quousque perveniat ad cognoscendum essentiam causae. – Si igitur intellectus humanus, cognoscens essentiam alicuius effectus creati, non cognoscat de Deo nisi an est; nondum perfectio eius attingit simpliciter ad causam primam, sed remanet ei adhuc naturale desiderium inquirendi causam. Unde nondum est perfecte beatus. Ad perfectam igitur beatitudinem requiritur quod intellectus pertingat ad ipsam essentiam primae causae. Et sic perfectionem suam habebit per unionem ad Deum sicut ad obiectum, in quo solo beatitudo hominis consistit, ut supra [aa. 1-7; q. 2, a. 8] dictum est.

Vangelo (Gv 1,29-34)

   In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

L’agnello di Dio

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 1, lez. 14, I, v. 29, n. 258)

   Cristo è detto agnello a motivo innanzitutto della sua purezza: [l’agnello pasquale, figura di Cristo] «sarà senza macchia, maschio, nato nell’anno», Es 12,5; 1 Pt 1,18: «non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, siete stati riscattati». Secondo, per la mansuetudine; Is 53,7: «Come un agnello davanti al tosatore, restò muto»; a causa di quanto ci porta, poiché egli è indumento; Pr 27,26: «Gli agnelli sono per vestirvi»; Rm 13,14: «Rivestitevi del Signore Gesù Cristo»; e quanto al nutrimento; più sotto, 6,51: «Il pane che io vi darò è la mia carne per la vita del mondo». Per questo Isaia diceva (16,1): «Signore, manda l’agnello dominatore del mondo».
   Spiega poi la figura di cui si è servito dicendo: che toglie il peccato del mondo, cioè lo porta via; poiché nella legge ciò non poteva essere fatto né con l’agnello né con gli altri sacrifici, come si dice in Eb 10,4: «è impossibile che il sangue di tori e di capri elimini i peccati». Questo sangue invece porta via i peccati di tutto il mondo; Os 14,3: «Elimina ogni iniquità». Oppure prende su di sé i peccati di tutto il mondo, poiché come si dice in 1 Pt 2,14: «egli portò i nostri peccati nel suo corpo»; Is 53,4: «Ha portato i nostri dolori e si è caricato delle nostre sofferenze».
   Dice poi, secondo la Glossa, ha portato via il peccato, e non i peccati, per mostrare universalmente che ha eliminato ogni genere di peccato; 1 Gv 2,2: «Egli è la vittima di espiazione per i nostri peccati». Oppure poiché è morto per un unico peccato, cioè quello originale. Rm 5,12: «Per un solo uomo il peccato è entrato nel mondo» ecc.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,
c. 1, lect. 14, I, v. 29, n. 258)

   Dicitur autem Christus agnus primo propter puritatem; Ex. 12,5: erit agnus anniculus etc.; 1 Petr. 1,18: non corruptibilibus auro vel argento redempti estis. Secundo propter mansuetudinem; Is. 53,7: quasi agnus coram tondente se obmutuit. Tertio propter fructum, Prov. 27,26: agni sunt tibi ad vestimentum tuum. Et hoc quantum ad indumentum, iuxta illud Rom. 13, v. 14: induimini Dominum Iesum Christum. Et quantum ad cibum, infra 6,52: caro mea est pro mundi vita. Et ideo dicebat Isaias, c. 16,1: emitte agnum, Domine, dominatorem terrae. Consequenter propositam figuram exponit cum dicit qui tollit peccata mundi, idest aufert; quod in lege nec per agnum, nec per alia sacrificia auferri poterat, quia, ut dicitur Hebr. 10,6: impossibile est per sanguinem taurorum et hircorum auferri peccata. Sanguis iste tollit, idest aufert, peccata mundi. Oseae ult., 3: omnem aufert iniquitatem. Vel tollit, idest in se accipit, peccata totius mundi; quia, ut dicitur 1 Petr. 2, v. 24, qui peccata nostra pertulit in corpore suo. Is. 53,4: dolores nostros ipse tulit, et languores nostros ipse portavit. Dicit autem, secundum Glossam, peccatum, et non peccata, ut ostendat in universali, quod abstulit totum genus peccati; 1 Io. 2,2: ipse est propitiatio pro peccatis nostris. Vel quia pro uno peccato, scilicet originali, mortuus; Rom. 5,12: per unum hominem peccatum intravit in mundum et cetera.

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