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26 dicembre – mercoledì Ottava di Natale Santo Stefano protomartire

26 dicembre – mercoledì Ottava di Natale Santo Stefano protomartire
13/11/2018 elena

26 dicembre – mercoledì
Ottava di Natale
Santo Stefano protomartire

Prima lettura
(At 6,8-10.12; 7.54-60)

   In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo. Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilìcia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al Sinedrio. Tutti quelli che sedevano nel Sinedrio, [udendo le sue parole,] erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

Eccellenza del martirio

S. Tommaso si chiede se il martirio sia l’atto di virtù più eccellente. E risponde, come suo solito, facendo una distinzione.

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 3, corpo)

   Un atto di virtù possiamo considerarlo sotto due aspetti. Primo, secondo la specie propria di tale atto, cioè in rapporto alla virtù che lo compie. E da questo lato è impossibile che il martirio, che consiste nel subire virtuosamente la morte, sia il più perfetto tra gli atti di virtù. Poiché l’affrontare la morte non è un atto lodevole per se stesso, ma solo in quanto è ordinato a un bene consistente in un atto virtuoso, p. es. alla fede, o all’amore di Dio. Per cui tale atto virtuoso, essendo il fine, è superiore. – Secondo, un atto virtuoso può essere considerato come connesso con il suo primo movente, che è l’amore di carità. Ed è soprattutto da questo lato che un atto contribuisce alla perfezione della vita umana, poiché la carità è il vincolo della perfezione (Col 3,14). Ora, il martirio dimostra la perfezione della carità meglio di tutti gli altri atti virtuosi. Poiché uno mostra di amare tanto più una persona quanto più è amata la cosa a cui rinunzia e odiosa quella che affronta per essa. Ora, è chiaro che fra tutti i beni della vita presente l’uomo ama soprattutto la vita stessa, e al contrario odia soprattutto la morte: specialmente se è accompagnata dai tormenti del corpo, per timore dei quali, secondo S. Agostino, gli stessi animali bruti si astengono dai piaceri più intensi. E da questo lato è evidente che fra gli atti umani il martirio è il più perfetto nel suo genere, quale segno della più ardente carità, secondo le parole di Gv 15 [13]: Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici“.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 124, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod de aliquo actu virtutis dupliciter loqui possumus. Uno modo, secundum speciem ipsius actus, prout comparatur ad virtutem proxime elicientem ipsum. Et sic non potest esse quod martyrium, quod consistit in debita tolerantia mortis, sit perfectissimus inter virtutis actus. Quia tolerare mortem non est laudabile secundum se, sed solum secundum quod ordinatur ad aliquod bonum quod consistit in actu virtutis, puta ad fidem et dilectionem Dei. Unde ille actus virtutis, cum sit finis, melior est. – Alio modo potest considerari actus virtutis secundum quod comparatur ad primum motivum, quod est amor caritatis. Et ex hac parte praecipue aliquis actus habet quod ad perfectionem vitae pertineat, quia, ut apostolus dicit, Col. 3 [14], caritas est vinculum perfectionis. Martyrium autem, inter omnes actus virtuosos, maxime demonstrat perfectionem caritatis. Quia tanto magis ostenditur aliquis aliquam rem amare, quanto pro ea rem magis amatam contemnit, et rem magis odiosam eligit pati. Manifestum est autem quod inter omnia alia bona praesentis vitae, maxime amat homo ipsam vitam, et e contrario maxime odit ipsam mortem, et praecipue cum doloribus corporalium tormentorum, quorum metu etiam bruta animalia a maximis voluptatibus absterrentur, ut Augustinus dicit, in libro Octoginta trium quaest. Et secundum hoc patet quod martyrium inter ceteros actus humanos est perfectior secundum suum genus, quasi maximae caritatis signum, secundum illud Ioan. 15 [13], maiorem caritatem nemo habet quam ut animam suam ponat quis pro amicis suis.

Vangelo (Mt 10,17-22)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato».

Il gran dono
della perseveranza finale

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 109, a. 10, corpo)

   Tre sono le accezioni del termine perseveranza. – Talora infatti significa quell’abito dell’anima per cui l’uomo è costante e non si lascia distogliere dall’agire secondo la virtù nonostante l’assalto delle tristezze: e in questo senso la perseveranza sta alle tristezze come la continenza sta ai piaceri, secondo le parole del Filosofo. – In secondo luogo la perseveranza può indicare l’abito in forza del quale l’uomo concepisce il proposito di perseverare nel bene sino alla fine. E in tutte e due queste accezioni la perseveranza viene infusa assieme alla grazia, come la continenza e le altre virtù. – In un altro modo invece si chiama perseveranza il continuare nel bene sino alla fine della vita. E per avere questa perseveranza l’uomo in grazia ha bisogno non già di una nuova grazia abituale, ma dell’aiuto di Dio che lo guidi e lo protegga contro gli assalti delle tentazioni, come si è visto. E così chi è già santificato dalla grazia ha bisogno di chiedere a Dio questo dono della perseveranza, cioè deve chiedere di essere custodito dal male sino alla fine della vita. Infatti la grazia viene data a molti a cui non è dato di perseverare nella grazia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 109, a. 10, corpus)

   Respondeo dicendum quod perseverantia tripliciter dicitur. – Quandoque enim significat habitum mentis per quem homo firmiter stat, ne removeatur ab eo quod est secundum virtutem, per tristitias irruentes, ut sic se habeat perseverantia ad tristitias sicut continentia ad concupiscentias et delectationes ut philosophus dicit, in 7 Ethic. – Alio modo potest dici perseverantia habitus quidam secundum quem habet homo propositum perseverandi in bono usque in finem. Et utroque istorum modorum, perseverantia simul cum gratia infunditur sicut et continentia et ceterae virtutes. – Alio modo dicitur perseverantia continuatio quaedam boni usque ad finem vitae. Et ad talem perseverantiam habendam homo in gratia constitutus non quidem indiget aliqua alia habituali gratia, sed divino auxilio ipsum dirigente et protegente contra tentationum impulsus, sicut ex praecedenti quaestione [a. 9] apparet. Et ideo postquam aliquis est iustificatus per gratiam, necesse habet a Deo petere praedictum perseverantiae donum, ut scilicet custodiatur a malo usque ad finem vitae. Multis enim datur gratia, quibus non datur perseverare in gratia.

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