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25 dicembre Natale del Signore Messa vespertina della vigilia

25 dicembre Natale del Signore Messa vespertina della vigilia
13/11/2018 elena

25 dicembre
Natale del Signore

Messa vespertina della vigilia

Prima lettura
(Is 62,1-5)

   Per amore di Sion non tacerò, per amore di Gerusalemme non mi concederò riposo, finché non sorga come aurora la sua giustizia [il suo giusto] e la sua salvezza non risplenda come lampada.
   Allora le genti vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; sarai chiamata con un nome nuovo, che la bocca del Signore indicherà.
   Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo.
   Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.

La città santa

Sion è la città santa di Gerusalemme. Il Profeta Isaia gioisce pensando alle meraviglie che il Signore compirà in essa.

San Tommaso (Su Isaia, c. 62)

   Si noti, quanto alle parole: «Per amore di Sion non tacerò», che i santi non tacciono, primo per l’acceso desiderio. Ger 20: «La parola del Signore divenne nel mio cuore come un fuoco ardente». Secondo, per l’evidenza del vero. At 4: «Infatti non possiamo non parlare di ciò che abbiamo visto». Terzo, per l’ufficio ingiunto. 1 Cor 9: «Mi incombe una necessità: guai infatti a me se non evangelizzo!». Quarto, per il premio atteso. Gal, ult.: «Non stanchiamoci di fare il bene, perché se non desistiamo, a suo tempo mieteremo».
   Parimenti sul testo: «finché non sorga come splendore il suo giusto», si noti che Cristo risplende innanzitutto per l’immagine del Padre. Eb 1: «Essendo splendore della sua gloria e impronta della sua sostanza». In secondo luogo per la luce dei santi. Sal 109: «Nello splendore dei santi, dal seno dell’aurora io ti ho generato». In terzo luogo per la pienezza della gloria. Mt 7: «Il suo volto risplendette come sole». Infine per la rettitudine dell’insegnamento. Is 60: «Cammineranno le genti alla tua luce, e i re allo splendore del tuo sorgere».

Testo latino di San Tommaso
(In Isaiam, c. 62)

   Nota super illo verbo, propter Sion non tacebo, quod sancti non tacent primo propter accensum desiderium. Jer. 20: et factum est in corde meo verbum Domini, quasi ignis aestuans. Secundo propter evidens verum. Act. 4: non enim possumus tacere quae vidimus; tertio propter injunctum officium. 1 Cor. 9: necessitas mihi incumbit: vae enim mihi est, si non evangelizavero. Quarto propter expectatum praemium. Gal. ult.: bonum enim facientes non deficiamus: tempore enim suo metemus non deficientes. Item super illo verbo, donec egrediatur ut splendor, quod Christus splendet primo Patris imagine. Heb. 1: cum sit splendor gloriae, et figura substantiae ejus. Secundo sanctorum lumine. Psalm. 109: in splendoribus sanctorum ante luciferum genui te. Tertio gloriae plenitudine. Matth. 17: resplenduit facies ejus sicut sol. Quarto doctrinae rectitudine. Supra 60: ambulabunt gentes in lumine tuo, et reges in splendore ortus tui.

Seconda lettura
(At 13,16-17; 22-25)

   Paolo, [giunto ad Antiòchia di Pisìdia, nella sinagoga,] si alzò e, fatto cenno con la mano, disse: «Uomini d’Israele e voi timorati di Dio, ascoltate. Il Dio di questo popolo d’Israele scelse i nostri padri e rialzò il popolo durante il suo esilio in terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là.
   Poi suscitò per loro Davide come re, al quale rese questa testimonianza: “Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri”.
   Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù. Giovanni aveva preparato la sua venuta predicando un battesimo di conversione a tutto il popolo d’Israele.
   Diceva Giovanni sul finire della sua missione: “Io non sono quello che voi pensate! Ma ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di slacciare i sandali”».

Il dono del timore

L’espressione «timorati di Dio» indica coloro che hanno il santo timor di Dio. S. Tommaso spiega il significato di questo timore, in particolare del timore come dono dello Spirito Santo.

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 19, a. 9, corpo)

   Secondo le spiegazioni date, il timore è di varie specie. Ora, come dice S. Agostino, non è un dono di Dio il timore umano – infatti per questo timore Pietro rinnegò Cristo –, ma è un dono solo quel timore del quale si legge [Mt 10,28]: Temete colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. – E così pure non si deve enumerare tra i doni dello Spirito Santo il timore servile, sebbene derivi dallo Spirito Santo. Poiché esso, come spiega S. Agostino, non esclude la volontà di peccare, mentre i doni dello Spirito Santo sono incompatibili con la volontà di peccare, non potendo essi sussistere senza la carità, come si è spiegato in precedenza. – Rimane quindi stabilito che il timore di Dio enumerato fra i sette doni dello Spirito Santo è il timore filiale, o casto. Abbiamo infatti visto sopra che i doni dello Spirito Santo sono determinate perfezioni delle potenze dell’anima in forma di abiti che rendono le facoltà atte a seguire docilmente le mozioni dello Spirito Santo, come le virtù morali rendono docili alla ragione le potenze appetitive. Ora, perché un soggetto sia ben disposto alla mozione di un certo movente si richiede per prima cosa che sia ad esso soggetto, non opponendo resistenza: poiché la resistenza impedirebbe il moto. Ma questo è il compito del timore filiale o casto, in quanto esso ci rende rispettosi verso Dio e timorosi di sottrarci al suo dominio. E così il timore filiale occupa, per così dire, il primo posto fra i doni dello Spirito Santo in ordine ascendente, e l’ultimo in ordine discendente, come insegna S. Agostino.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 19, a. 9, corpus)

   Respondeo dicendum quod multiplex est timor, ut supra [a. 2]dictum est. Timor autem humanus, ut dicit Augustinus, in libro De gratia et lib. arb., non est donum Dei, hoc enim timore Petrus negavit Christum, sed ille timor de quo dictum est [Matth. 10,28], illum timete qui potest animam et corpus mittere in Gehennam. – Similiter etiam timor servilis non est numerandus inter septem dona Spiritus Sancti, licet sit a Spiritu Sancto. Quia, ut Augustinus dicit, in libro De nat. et gratia, potest habere annexam voluntatem peccandi, dona autem Spiritus Sancti non possunt esse cum voluntate peccandi, quia non sunt sine caritate, ut dictum est [I-II q. 68 a. 5]. – Unde relinquitur quod timor Dei qui numeratur inter septem dona Spiritus Sancti est timor filialis sive castus. Dictum est enim supra [I-II q. 68 aa. 1-3]. quod dona Spiritus Sancti sunt quaedam habituales perfectiones potentiarum animae quibus redduntur bene mobiles a Spiritu Sancto, sicut virtutibus moralibus potentiae appetitivae redduntur bene mobiles a ratione. Ad hoc autem quod aliquid sit bene mobile ab aliquo movente, primo requiritur ut sit ei subiectum, non repugnans, quia ex repugnantia mobilis ad movens impeditur motus. Hoc autem facit timor filialis vel castus, inquantum per ipsum Deum reveremur, et refugimus nos ipsi subducere. Et ideo timor filialis quasi primum locum tenet ascendendo inter dona Spiritus Sancti, ultimum autem descendendo; sicut Augustinus dicit, in libro De Serm. Dom. in monte.

Vangelo (Mt 1,1-25)

   Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
   Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
   Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Àcaz, Àcaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
   Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
   In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.
   Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
   Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
   Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa «Dio con noi».
   Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Lo sposalizio di Maria

In questo testo S. Tommaso prende in considerazione il fatto che Maria, sposa di Giuseppe, concepì e generò il Figlio verginalmente.

San Tommaso
(S. Th. III, q. 29, a. 1, corpo)

   Che Cristo nascesse da una vergine sposata era conveniente sia per lui, sia per la madre, sia anche per noi. Riguardo a Cristo ciò era conveniente per quattro ragioni. Primo, perché gli infedeli non lo respingessero come un illegittimo. Per cui S. Ambrogio osserva: «Che cosa si potrebbe rimproverare ai Giudei, che cosa a Erode, se avessero avuto il pretesto di perseguitare un figlio illegittimo?». Secondo, perché la sua genealogia fosse ordinata seguendo la discendenza maschile nel modo consueto. Da cui le parole di S. Ambrogio: «Colui che è venuto in questo mondo doveva essere registrato secondo gli usi del mondo. Ora, è la persona dell’uomo che nel senato e nelle altre assemblee cittadine porta il nome della famiglia. E anche la consuetudine delle Scritture ce lo insegna, poiché esse cercano la discendenza maschile». Terzo, per la sicurezza del bambino, affinché il diavolo non agisse contro di lui con più malizia. Per cui S. Ignazio afferma che la Vergine fu sposata «perché la sua prole rimanesse celata al diavolo». Quarto, perché Giuseppe provvedesse al sostentamento di Cristo. Per cui egli è anche detto suo padre nutrizio. – Era poi conveniente anche per la Vergine. Primo, perché in tal modo essa venne sottratta a ogni castigo legale: «Perché non fosse lapidata dai Giudei come adultera», dice S. Girolamo. Secondo, perché in tal modo veniva protetta da ogni infamia. Scrive infatti S. Ambrogio: «Si sposò per non essere segnata dall’infamia che accompagna la perdita della verginità». Terzo, perché così le fu assicurata l’assistenza di Giuseppe, come dice S. Girolamo. – Infine ciò era opportuno anche per noi. Primo, perché la testimonianza di Giuseppe garantisce che Cristo è nato da una vergine. Da cui le parole di S. Ambrogio: «Come testimonio validissimo del pudore si presenta lo sposo, che poteva querelarsi del torto subito e vendicarsi dell’offesa se fosse stato all’oscuro del mistero». Secondo, perché diventano più attendibili le parole stesse della Vergine relative alla propria verginità. Scrive infatti S. Ambrogio: «La fede nelle parole di Maria ha più fondamento e sparisce ogni motivo di menzogna. Si potrebbe infatti pensare che una donna non sposata e gravida volesse coprire la sua colpa con una menzogna; invece una donna maritata non aveva ragione di mentire, essendo la figliolanza, per una donna, premio del matrimonio e dono delle nozze». Queste due ragioni dunque valgono a conferma della nostra fede. Terzo, perché non avessero scuse le nubili che incautamente si espongono all’infamia. Da cui le parole di S. Ambrogio: «Non era opportuno che alle vergini viventi in cattiva reputazione rimanesse come parvenza di scusa il fatto che anche la Madre del Signore fosse stata infamata». Quarto, poiché ciò è un simbolo della Chiesa universale, che «pur essendo vergine, è tuttavia sposata a Cristo, suo unico sposo», come dice S. Agostino. Si può infine aggiungere, come quinta ragione del fatto che la Madre del Signore fu sposa e vergine, l’intenzione di onorare nella sua persona tanto la verginità quanto il matrimonio: e ciò contro quegli eretici che condannano o l’una o l’altro.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 29, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod conveniens fuit Christum de desponsata virgine nasci, tum propter ipsum; tum propter matrem; tum etiam propter nos. Propter ipsum quidem Christum, quadruplici ratione. Primo quidem, ne ab infidelibus tamquam illegitime natus abiiceretur. Unde Ambrosius dicit, Super Luc., quid Iudaeis, quid Herodi posset adscribi, si natum viderentur ex adulterio persecuti? Secundo, ut consueto modo eius genealogia per virum describeretur. Unde dicit Ambrosius, Super Luc., qui in saeculum venit, saeculi debuit more describi. Viri autem persona quaeritur, qui in senatu et reliquis curiis civitatum generis asserit dignitatem. Consuetudo etiam nos instruit Scripturarum, quae semper viri originem quaerit. Tertio, ad tutelam pueri nati, ne diabolus contra eum vehementius nocumenta procurasset. Et ideo Ignatius dicit ipsam fuisse desponsatam ut partus eius diabolo celaretur. Quarto, ut a Ioseph nutriretur. Unde et pater eius dictus est [Luc. 2,33.48] quasi nutritius. – Fuit etiam conveniens ex parte Virginis. Primo quidem, quia per hoc redditur immunis a poena, ne scilicet lapidaretur a Iudaeis tanquam adultera, ut Hieronymus dicit. Secundo, ut per hoc ab infamia liberaretur. Unde dicit Ambrosius Super Luc., quod desponsata est ne temeratae virginitatis adureretur infamia, cui gravis alvus corruptelae videretur insigne praeferre. Tertio, ut ei a Ioseph ministerium exhiberetur, ut Hieronymus dicit. – Ex parte etiam nostra hoc fuit conveniens. Primo quidem, quia testimonio Ioseph comprobatum est Christum ex virgine natum. Unde Ambrosius dicit, Super Luc., locupletior testis pudoris maritus adhibetur, qui posset et dolere iniuriam et vindicare opprobrium si non agnosceret sacramentum. Secundo, quia ipsa verba Virginis magis credibilia redduntur, suam virginitatem asserentis. Unde Ambrosius dicit, super Luc., fides Mariae verbis magis asseritur, et mendacii causa removetur. Videtur enim culpam obumbrare voluisse mendacio innupta praegnans, causam autem mentiendi desponsata non habuit, cum coniugii praemium et gratia nuptiarum partus sit feminarum. Quae quidem duo pertinent ad firmitatem fidei nostrae. Tertio, ut tolleretur excusatio virginibus quae, propter incautelam suam, non vitant infamiam. Unde Ambrosius dicit, non decuit virginibus sinistra opinione viventibus velamen excusationis relinqui, quod infamia mater quoque domini ureretur. Quarto, quia per hoc significatur universa Ecclesia, quae, cum virgo sit, desponsata tamen est uni viro Christo, ut Augustinus dicit, in libro De sancta virginitate. Potest etiam quinta ratio esse quia, quod mater Domini fuit desponsata et virgo, in persona ipsius et virginitas et matrimonium honoratur, contra haereticos alteri horum detrahentes.

Messa della notte

Prima lettura (Is 9,1-6)

   Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian. Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.
   Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Piccolo, fratello, sacerdote

Considerazioni su alcune parole del testo del Profeta Isaia.

San Tommaso
(Su Isaia, c. 9, lez. 1)

   Si noti, sulle parole: Un bambino [un piccolo] è nato per noi, che Cristo è detto piccolo innanzitutto alla sua nascita, a motivo dell’età. Mt 2: «Entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua madre». Secondo, per il possesso della povertà. 2 Cor 8: «Conoscete la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, che per voi si fece povero da ricco che era». Terzo, per l’umiltà del cuore: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Quarto, per la spregevolezza della morte. Sap 2: «Condanniamolo a una morte infame».
   Sulle parole poi: ci è stato dato, si noti che Cristo fu dato a noi innanzitutto come fratello. Ct 8: «Chi ti darà a me come fratello che succhia il latte da mia madre?». In secondo luogo come dottore. Gl 2: «Figli di Sion, esultate e rallegratevi nel Signore vostro Dio, perché vi ha dato un dottore di giustizia». In terzo luogo come sentinella. Ez 33: «Figlio dell’uomo, ti ho dato come sentinella alla casa di Israele». Quarto, come alleato. Is 19: «Manderà loro un salvatore e un alleato a liberarli». Quinto, come pastore. Ez 34:«Susciterò su di loro un pastore che li pasca». Sesto, come esempio di comportamento. Gv 13: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, così facciate anche voi». Settimo, come cibo per il pellegrinaggio. Gv 6: «Il pane che vi darò è la mia carne per la vita del mondo”. Ottavo, come prezzo della redenzione. Mt 20: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita in riscatto per molti». Nono, come premio di ricompensa. Ap 2: «Al vincitore darò in cibo una manna nascosta».
   Parimenti riguardo alle parole: Sulle sue spalle, bisogna notare che Dio pose sulle spalle di Cristo innanzitutto i peccati, come sopra colui che doveva offrire la soddisfazione. Is 53: «Dio ha posto sopra di lui le iniquità di tutti noi». Secondo, come sopra il sacerdote. Is 22: «e porrò le chiavi della casa di Davide sopra le sue spalle, e aprirà, e non ci sarà chi chiuda». Terzo, il principato, come sopra il dominatore. Is 9: «Ci sarà il principato sopra le sue spalle». Quarto, la gloria, come sopra il trionfatore. Is 22: «E porrò sopra di lui tutta la gloria della casa di suo padre».

Testo latino di San Tommaso
(In Isaiam, c. 9, lect. 1)

   Notandum super illo verbo, parvulus natus est, quod Christus dicitur parvulus primo in nativitate propter aetatem. Matth. 2: intrantes domum invenerunt puerum cum Maria matre ejus. Secundo possessione, propter paupertatem. 2 Cor. 8: scitis gratiam Domini nostri Jesu Christi, quoniam propter vos egenus factus est, cum esset dives. Tertio corde, propter humilitatem. Matth. 11: discite a me, quia mitis sum, et humilis corde. Quarto, propter mortis vilitatem. Sap. 2: morte turpissima condemnemus eum.
   Notandum super illo verbo, datus est nobis, quod Christus datus est nobis primo in fratrem. Cant. 8: quis mihi det te fratrem meum sugentem ubera matris meae? Secundo in doctorem. Joel. 2: filii Sion, exultate, et laetamini in Domino Deo vestro, quia dedit vobis doctorem justitiae. Tertio in speculatorem. Ezech. 33: Fili hominis, speculatorem dedi te domui Israel. Quarto in propugnatorem. Is. 19: mittet eis salvatorem et propugnatorem qui liberet eos. Quinto in pastorem Ezech. 34: et suscitabo super eas pastorem unum, qui pascet eas. Sexto in exemplum operationis. Joan. 13: exemplum enim dedi vobis, ut quemadmodum ego feci, ita et vos faciatis. Septimo in cibum peregrinationis. Joan. 6: panis quem ego dabo, caro mea est pro mundi vita. Octavo in pretium redemptionis. Matth. 20: Filius hominis non venit ministrari, sed ministrare, et dare animam suam redemptionem pro multis. Nono in praemium remunerationis. Apoc. 2: vincenti dabo edere manna absconditum.
   Item notandum super illo verbo, super humerum ejus, quod Deus posuit super humerum Christi primo peccata, sicut supra satisfactorem. Is. 53: Deus posuit super eum iniquitatem omnium nostrum. Secundo clavem, sicut supra sacerdotem. Is. 22: et dabo clavem domus David super humerum ejus, et aperiet, et non erit qui claudat. Tertio principatum, sicut supra dominatorem. Is. 9: factus est principatus super humerum ejus. Quarto gloriam, sicut supra triumphatorem. Is. 22: et suspendam super eum omnem gloriam domus patris ejus.

Seconda lettura
(Tt 2,11-14)

   Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.
   Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Convenienza dell’incarnazione

L’incarnazione del Figlio di Dio è una verità che noi crediamo per fede. La riflessione teologica non la può «dimostrare», ma può trovare dei motivi di convenienza.

San Tommaso
(S. Th. III, q. 1, a. 1, in contrario)

   È convenientissimo che le realtà visibili mostrino quelle divine invisibili; per questo fine infatti è stato creato il mondo, come risulta da Rm 1 [20]: Le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute. Ma il mistero dell’incarnazione, dice il Damasceno, «rivela insieme la bontà, la sapienza, la giustizia e la potenza di Dio: la bontà, poiché egli non disdegnò la debolezza della sua creatura; la giustizia, poiché fece sconfiggere il demonio proprio da colui che ne era stato vinto, e strappò l’uomo dalla morte senza forzare la sua libertà; la sapienza, poiché trovò la soluzione più adatta in una situazione difficilissima; l’infinita potenza o virtù, infine, poiché non c’è nulla di più grande di un Dio fatto uomo». Era dunque conveniente che Dio si incarnasse.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 1, a. 1 sed contra)

   Sed contra, illud videtur esse convenientissimum ut per visibilia monstrentur invisibilia Dei, ad hoc enim totus mundus est factus, ut patet per illud apostoli, Rom. 1 [20], invisibilia Dei per ea quae facta sunt, intellecta, conspiciuntur. Sed sicut Damascenus dicit, in principio 3 libri, per incarnationis mysterium monstratur simul bonitas et sapientia et iustitia et potentia Dei vel virtus, bonitas quidem, quoniam non despexit proprii plasmatis infirmitatem; iustitia vero, quoniam non alium facit vincere tyrannum, neque vi eripit ex morte hominem; sapientia vero, quoniam invenit difficillimi decentissimam solutionem; potentia vero, sive virtus, infinita, quia nihil est maius quam Deum fieri hominem. Ergo conveniens fuit Deum incarnari.

Vangelo (Lc 2,1-14)

   In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
   E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

La manifestazione
della nascita di Gesù

San Tommaso
(S. Th. III, q. 36, aa. 1 e 6, corpo)

   La nascita di Cristo non doveva essere manifestata indistintamente a tutti. Primo, perché ciò avrebbe impedito la redenzione degli uomini, che fu attuata con la croce; infatti, in 1 Cor 2 [8] è detto: Se l’avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Secondo, perché ciò avrebbe sminuito il merito della fede, per mezzo della quale [Cristo] era venuto a giustificare gli uomini, secondo le parole di Rm 3 [22]: La giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo. Se infatti, quando Cristo nacque, degli indizi palesi avessero rivelato a tutti la sua nascita, non vi sarebbe stato più bisogno della fede, la quale è prova di cose che non si vedono (Eb 11,1). Terzo, perché in tal modo sarebbe sorto il dubbio sull’umanità reale di Cristo. Per cui S. Agostino afferma: «Se da fanciullo non fosse divenuto adolescente, se non avesse preso né cibo né sonno, non si sarebbe forse dato adito all’errore, al punto che nessuno avrebbe creduto alla realtà della sua natura umana? E operando tutto prodigiosamente, non avrebbe forse distrutto ciò che aveva compiuto misericordiosamente?».
   La nascita di Cristo fu rivelata innanzitutto ai pastori, lo stesso giorno della nascita. Come infatti è detto in Lc 2 [8,15], c’erano in quella regione pastori che vegliavano di notte e facevano la guardia al loro gregge. E appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, presero a dire tra loro: Andiamo fino a Betlemme. E si avviarono senza indugio. – Poi da Cristo arrivarono i Magi, tredici giorni dopo la nascita, nel quale giorno si celebra la festa dell’Epifania. Se infatti fossero venuti dopo un anno o due, non l’avrebbero trovato a Betlemme, essendo scritto in Lc 2 [39] che quando ebbero compiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, offrendo il bambino Gesù nel tempio, ritornarono in Galilea, nella loro città, Nazaret. – In terzo luogo fu manifestata ai giusti nel tempio, quaranta giorni dopo la nascita, come dice Lc 2 [22]. – E questa è la ragione di tale ordine: i pastori prefigurano gli Apostoli e gli altri Giudei credenti, ai quali prima di tutti fu comunicata la fede in Cristo; e tra i quali non vi furono né molti potenti né molti nobili, come è detto in 1 Cor 1 [26]. In un secondo tempo la fede di Cristo giunse alla massa dei gentili, prefigurata dai Magi. Infine giunse alla totalità dei Giudei, prefigurata dai giusti. Dal che deriva anche il fatto che Cristo fu rivelato ai Giudei proprio nel loro tempio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 36, aa. 1 e 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod nativitas Christi non debuit omnibus communiter esse manifesta. Primo quidem, quia per hoc impedita fuisset humana redemptio, quae per crucem eius peracta est, quia, ut dicitur 1 ad Cor. 2 [8], si cognovissent, nunquam dominum gloriae crucifixissent. Secundo, quia hoc diminuisset meritum fidei, per quam venerat homines iustificare, secundum illud Rom. 3 [22], iustitia Dei per fidem Iesu Christi. Si enim manifestis indiciis, Christo nascente, eius nativitas omnibus appareret, iam tolleretur ratio fidei, quae est argumentum non apparentium, ut dicitur Heb. 11 [1]. Tertio, quia per hoc venisset in dubium veritas humanitatis ipsius. Unde Augustinus dicit, in epistola ad Volusianum, si nullas ex parvulo in iuventutem mutaret aetates, nullos cibos, nullos caperet somnos, nonne opinionem confirmaret erroris, nec hominem verum ullo modo suscepisse crederetur, et, dum omnia mirabiliter facit, auferret quod misericorditer fecit?.
   Respondeo dicendum quod Christi nativitas primo quidem manifestata est pastoribus, ipso die nativitatis Christi. Ut enim dicitur Luc. 2 [8,15-16], erant pastores in eadem regione vigilantes et custodientes vigilias noctis super gregem suum. Et, ut discesserunt ab eis Angeli in caelum, loquebantur ad invicem, transeamus usque in Bethlehem. Et venerunt festinantes. – Secundo autem magi pervenerunt ad Christum, tertiadecima die nativitatis eius, quo die festum Epiphaniae celebratur. Si enim revoluto anno, aut etiam duobus annis pervenissent, non invenissent eum in Bethlehem, cum scriptum sit Luc. 2 [39] quod, postquam perfecerunt omnia secundum legem Domini, offerentes scilicet puerum Iesum in templum, reversi sunt in Galilaeam, in civitatem suam, scilicet Nazareth. – Tertio autem manifestata est iustis in templo, quadragesimo die a nativitate, ut habetur Luc. II. Et huius ordinis ratio est quia per pastores significantur apostoli et alii credentes ex Iudaeis, quibus primo manifestata est fides Christi, inter quos non fuerunt multi potentes nec multi nobiles, ut dicitur 1 Cor. 1 [26]. Secundo autem fides Christi pervenit ad plenitudinem gentium, quae est praefigurata per magos. Tertio autem pervenit ad plenitudinem Iudaeorum, quae est praefigurata per iustos. Unde etiam in templo Iudaeorum est eis Christus manifestatus.

Messa dell’aurora

Prima lettura
(Is 62,11-12)

   Ecco ciò che il Signore fa sentire all’estremità della terra: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, arriva il tuo salvatore; ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Li chiameranno Popolo santo, Redenti del Signore. E tu sarai chiamata Ricercata, Città non abbandonata».

Il premio della beatitudine

Il testo di Isaia parla di premio e di ricompensa. Noi sappiamo per fede che il premio e la ricompensa sono l’eterna beatitudine della visione di Dio.

San Tommaso
(S. Th. I, q. 26, a. 3, corpo)

   La beatitudine [che è il premio] delle nature intellettuali consiste in un atto dell’intelligenza. E in esso si possono considerare due cose, cioè l’oggetto dell’atto, che è l’intelligibile; e l’atto stesso, che è l’intellezione. Se dunque si considera la beatitudine dal lato dell’oggetto, allora soltanto Dio è la beatitudine: perché uno è beato soltanto per il fatto che vede Dio con la sua intelligenza, secondo quanto dice S. Agostino: «Beato è chi conosce te, anche se ignora tutto il resto». Se invece la si considera in rapporto all’atto del soggetto intelligente, allora la beatitudine nelle creature è qualcosa di creato; in Dio, invece, anche sotto questo aspetto, è qualcosa d’increato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 26, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod beatitudo intellectualis naturae consistit in actu intellectus. In quo duo possunt considerari, scilicet obiectum actus, quod est intelligibile; et ipse actus, qui est intelligere. Si igitur beatitudo consideretur ex parte ipsius obiecti, sic solus Deus est beatitudo, quia ex hoc solo est aliquis beatus, quod Deum intelligit; secundum illud Augustini, in 5 libro Conf., beatus est qui te novit, etiam si alia ignoret. Sed ex parte actus intelligentis, beatitudo est quid creatum in creaturis beatis, in Deo autem est etiam secundum hoc, aliquid increatum.

Seconda lettura (Tt 3,4-7)

   Figlio mio, quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Grandezza della giustificazione
del peccatore

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 113, a. 9, corpo)

   Un’opera può dirsi grande in due modi. Primo, per il modo in cui viene compiuta. E in questo senso l’opera più grande è la creazione, in cui c’è la produzione dell’essere dal nulla. Secondo, un’opera può dirsi grande per la grandezza di ciò che viene prodotto. E in questo senso la giustificazione del peccatore, che termina nel bene eterno della partecipazione di Dio, è più grande della creazione del cielo e della terra, che termina a un bene mutevole. Per questo S. Agostino, dopo aver affermato che «fare di un peccatore un giusto è un’opera più grande che creare il cielo e la terra», aggiunge: «Infatti il cielo e la terra passeranno; mentre la salvezza e la giustificazione dei predestinati resteranno per sempre». – Si noti però che la grandezza di una cosa può essere considerata sotto due aspetti. Primo, sotto l’aspetto della quantità assoluta. E in questo senso il dono della gloria è maggiore del dono della grazia che giustifica i peccatori; e così la glorificazione dei giusti è un’opera più grande della giustificazione del peccatore. Secondo, la grandezza di una cosa può essere considerata in rapporto alla quantità relativa, o di proporzione: e in questo senso si può dire che un monte è piccolo, e che una data pianta di miglio è grande. E sotto questo aspetto il dono della grazia che giustifica il peccatore è più grande del dono della gloria che rende beato il giusto: poiché il dono della grazia sorpassa il merito del peccatore, che era meritevole di pena, molto più di quanto il dono della gloria supera il merito del giusto il quale, per il fatto che era giustificato, era degno della gloria. Per cui S. Agostino continua: «Chi è in grado giudichi se sia cosa più grande creare degli angeli giusti o giustificare dei peccatori. Certamente, anche se la potenza è uguale in tutti e due i casi, la misericordia è più grande in quest’ultimo».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 113, a. 9, corpus)

   Respondeo dicendum quod opus aliquod potest dici magnum dupliciter. Uno modo, ex parte modi agendi. Et sic maximum est opus creationis, in quo ex nihilo fit aliquid. Alio modo potest dici opus magnum propter magnitudinem eius quod fit. Et secundum hoc, maius opus est iustificatio impii, quae terminatur ad bonum aeternum divinae participationis, quam creatio caeli et terrae, quae terminatur ad bonum naturae mutabilis. Et ideo Augustinus, cum dixisset quod maius est quod ex impio fiat iustus, quam creare caelum et terram, subiungit, caelum enim et terra transibit, praedestinatorum autem salus et iustificatio permanebit. – Sed sciendum est quod aliquid magnum dicitur dupliciter. Uno modo, secundum quantitatem absolutam. Et hoc modo donum gloriae est maius quam donum gratiae iustificantis impium. Et secundum hoc, glorificatio iustorum est maius opus quam iustificatio impii. Alio modo dicitur aliquid magnum quantitate proportionis, sicut dicitur mons parvus, et milium magnum. Et hoc modo donum gratiae impium iustificantis est maius quam donum gloriae beatificantis iustum, quia plus excedit donum gratiae dignitatem impii, qui erat dignus poena, quam donum gloriae dignitatem iusti, qui ex hoc ipso quod est iustificatus, est dignus gloria. Et ideo Augustinus dicit ibidem, iudicet qui potest, utrum maius sit iustos Angelos creare quam impios iustificare. Certe, si aequalis est utrumque potentiae, hoc maioris est misericordiae.

Vangelo (Lc 2,15-20)

   Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere».
   Andarono senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
   I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

La santificazione
della Beata Vergine

San Tommaso
(S. Th. III, q. 27, a. 1, corpo)

   Sulla santificazione della Beata Vergine nel seno materno nulla è detto dalla Scrittura canonica, che non parla neppure della sua nascita. Ma come S. Agostino argomenta con ragione che essa deve essere stata assunta in cielo con il corpo, sebbene su ciò la Scrittura taccia, così pure con ragione possiamo pensare che sia stata santificata nel seno materno. Infatti è ragionevole credere che abbia ricevuto maggiori privilegi di grazia, al di sopra di tutti gli altri, colei che ha generò l’Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità [Gv 1,14], così da essere salutata dall’angelo con le parole: Ave, piena di grazia [Lc 1,28]. Ora, risulta che ad alcuni altri fu concesso il privilegio della santificazione nel seno materno: a Geremia, al quale fu detto: Prima che tu uscissi dal seno materno ti avevo santificato [Ger 1,5]; e a S. Giovanni Battista, di cui è detto: Sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre [Lc 1,15]. Per cui è ragionevole credere che la Beata Vergine sia stata santificata nel seno materno prima della nascita.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 27, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod de sanctificatione beatae Mariae, quod scilicet fuerit sanctificata in utero, nihil in Scriptura canonica traditur, quae etiam nec de eius nativitate mentionem facit. Sed sicut Augustinus, de assumptione ipsius Virginis, rationabiliter argumentatur quod cum corpore sit assumpta in caelum, quod tamen Scriptura non tradit, ita etiam rationabiliter argumentari possumus quod fuerit sanctificata in utero. Rationabiliter enim creditur quod illa quae genuit unigenitum a Patre, plenum gratiae et veritatis [Ioan. 1,14], prae omnibus aliis maiora gratiae privilegia accepit, unde legitur, Luc. 1 [28], quod Angelus ei dixit, Ave, gratia plena. Invenimus autem quibusdam aliis hoc privilegialiter esse concessum ut in utero sanctificarentur, sicut Ieremias, cui dictum est, Ier. 1 [5], antequam exires de vulva, sanctificavi te; et sicut Ioannes Baptista, de quo dictum est, Luc. 1 [15], Spiritu Sancto replebitur adhuc ex utero matris suae. Unde rationabiliter creditur quod Beata Virgo sanctificata fuerit antequam ex utero nasceretur.

Messa del giorno

Prima lettura
(Is 52,7-10)

   Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio».
   Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme.
   Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.

La gioia e la pace

San Tommaso
(Su Isaia, c. 52)

   Quanto sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia e predica la pace! Qui indica la gioia di quelli che sono stati liberati, e in primo luogo descrive la gioia quanto all’accoglienza dei messaggeri, i quali venendo dai Caldei la annunciarono. Belli poiché per il popolo era bello e dilettevole udire quelli che annunciavano tali cose; sui monti, affinché molti sentano; che predica, pubblicamente, la pace, restituita da Ciro, buone notizie, del sussidio promesso, salvezza, dalla prigionia; Regna il tuo Dio, poiché in seguito solo Dio regnerà in te, in quanto tu gli darai culto nel tempio ricostruito.
   In secondo luogo descrive la gioia quanto alla visione avuta dalle sentinelle, che vedevano quelli che ritornavano di là, e pone la voce di esultanza, la voce, risonante di gioia. At 4: Elevarono unanimi la voce a Dio. Pone anche la ragione della gioia, poiché vedono con gli occhi, cioè con i loro occhi, i prigionieri che ritornano. Vedi sopra (c. 30, 20): I tuoi occhi, Gerusalemme, vedranno il tuo maestro.
   In terzo luogo quanto alla venuta dei prigionieri: Prorompete insieme in canti di gioia. Sopra (35,1): Si rallegri il deserto ed esulti la terra arida.

Testo latino di San Tommaso
(In Isaiam, c. 52)

   Quam pulchri. Hic indicit liberatis laetitiam: et primo describit laetitiam, quantum ad receptionem nuntiorum, qui venientes de Chaldaea eam nuntiaverunt. Pulchri, quia pulchrum et delectabile erat populo talia annuntiantes audire, super montem, ut multi audiant, praedicantis, publice, pacem, a Cyro restitutam, bonum, subsidii promissi, salutem, a captivitate. Regnabit, quasi ultra tantum Deus in te regnabit, quia ipsum coles in templo reparato. Nah. 2: ecce super montes et cetera. Secundo describit laetitiam quantum ad inspectionem speculatorum, qui inde redeuntes videbant, ponens exultationis vocem, vox, laetitiae resonabit. Act. 4: unanimiter elevaverunt vocem ad Deum. Et laetitiae rationem: quia oculo, quasi, oculis suis videbunt captivos venientes. Supra 30: oculi tui videbunt, Jerusalem. Tertio quantum ad perventionem captivorum, gaudete. Supra 35. Laetabitur deserta, et exultabit solitudo.

Seconda lettura (Eb 1,1-6)

   Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo.
   Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.
   Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».

Generazione del Verbo in Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 27, a. 2, corpo)

   In Dio la processione del Verbo prende il nome di generazione. Per chiarire questo punto si deve notare che la parola generazione viene usata in due sensi. Primo, in un senso comune a tutte le cose generabili e corruttibili. E così la generazione non è altro che una mutazione dal non essere all’essere. Secondo, in un senso che è proprio dei viventi: e così la generazione significa l’origine di un vivente da un principio vivente congiunto. E questa è detta propriamente nascita. Tuttavia non ogni vivente si dice generato, ma in senso rigoroso soltanto quello che procede per via di somiglianza. Quindi i peli o i capelli non hanno natura di cosa generata e di figlio, ma la ha soltanto ciò che procede per via di somiglianza. E non basta neppure una somiglianza generica – infatti vermi che nascono dall’uomo non si dicono generati da lui, né suoi figli, sebbene vi sia una somiglianza generica –, ma si richiede che il generato proceda come simile nella stessa specie naturale, come l’uomo dall’uomo e il cavallo dal cavallo. Nei viventi, dunque, che passano dalla potenza all’atto della vita, vi sono tutti e due i suddetti tipi di generazione, come negli uomini e negli animali. Se però c’è un vivente la cui vita non passa dalla potenza all’atto, ammesso che in tale vivente ci sia una processione, essa esclude totalmente il primo tipo di generazione, ma potrà avere l’altro, quello esclusivo dei viventi. Ed è in questo modo che in Dio la processione del Verbo è una generazione. Esso infatti procede per un’azione intellettuale che è un’operazione vitale; e da un principio congiunto, come si è detto; e secondo una somiglianza, poiché il concetto dell’intelletto è [immagine o] somiglianza della cosa intesa; e nella stessa natura, poiché, come si è dimostrato sopra, l’intendere e l’essere in Dio sono la stessa cosa. Quindi la processione del Verbo in Dio è detta generazione, e il Verbo che così procede viene detto Figlio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 27, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod processio Verbi in divinis dicitur generatio. Ad cuius evidentiam, sciendum est quod nomine generationis dupliciter utimur. Uno modo, communiter ad omnia generabilia et corruptibilia, et sic generatio nihil aliud est quam mutatio de non esse ad esse. Alio modo, proprie in viventibus, et sic generatio significat originem alicuius viventis a principio vivente coniuncto. Et haec proprie dicitur nativitas. Non tamen omne huiusmodi dicitur genitum, sed proprie quod procedit secundum rationem similitudinis. Unde pilus vel capillus non habet rationem geniti et filii, sed solum quod procedit secundum rationem similitudinis, non cuiuscumque, nam vermes qui generantur in animalibus, non habent rationem generationis et filiationis, licet sit similitudo secundum genus, sed requiritur ad rationem talis generationis, quod procedat secundum rationem similitudinis in natura eiusdem speciei, sicut homo procedit ab homine, et equus ab equo. In viventibus autem quae de potentia in actum vitae procedunt, sicut sunt homines et animalia, generatio utramque generationem includit. Si autem sit aliquod vivens cuius vita non exeat de potentia in actum, processio, si qua in tali vivente invenitur, excludit omnino primam rationem generationis; sed potest habere rationem generationis quae est propria viventium. Sic igitur processio Verbi in divinis habet rationem generationis. Procedit enim per modum intelligibilis actionis, quae est operatio vitae, et a principio coniuncto, ut supra [a. 1] iam dictum est, et secundum rationem similitudinis, quia conceptio intellectus est similitudo rei intellectae, et in eadem natura existens, quia in Deo idem est intelligere et esse, ut supra [q. 14 a. 4] ostensum est. Unde processio Verbi in divinis dicitur generatio, et ipsum Verbum procedens dicitur Filius.

Vangelo
(Gv 1,1-5; 9-14, forma breve)

   In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
   Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
   Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Verbo e Figlio

Generazione del Verbo in Dio.

San Tommaso
(S. Th. I, q. 34, a. 2, corpo)

   Verbo, applicato a Dio in senso proprio, è un termine o nome proprio della persona del Figlio. Infatti esso significa una certa emanazione intellettuale, e la persona che in Dio procede per emanazione intellettuale è detta Figlio, e tale emanazione è detta generazione, come si è già spiegato. Resta quindi che in Dio soltanto il Figlio è detto propriamente Verbo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 34, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod Verbum proprie dictum in divinis personaliter accipitur, et est proprium nomen personae Filii. Significat enim quandam emanationem intellectus, persona autem quae procedit in divinis secundum emanationem intellectus, dicitur Filius, et huiusmodi processio dicitur generatio, ut supra [q. 27 a. 2] ostensum est. Unde relinquitur quod solus Filius proprie dicatur Verbum in divinis.

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