Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

12 dicembre – mercoledì Tempo di Avvento – 2a Settimana

12 dicembre – mercoledì Tempo di Avvento – 2a Settimana
12/11/2018 elena

12 dicembre – mercoledì
Tempo di Avvento – 2a Settimana

Prima lettura (Is 40,25-31)

   «A chi potreste paragonarmi quasi che io gli sia pari?» dice il Santo. Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato quegli astri? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e li chiama tutti per nome; per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuno. Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: «La mia sorte è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?». Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Universalità
della conoscenza divina

San Tommaso
(S. Th. I, q. 14, a. 5, corpo)

   È necessario che Dio conosca le cose distinte da sé. È chiaro, infatti, che egli conosce perfettamente se stesso, altrimenti il suo essere non sarebbe perfetto, essendo il suo essere il suo conoscere. Ma quando una cosa è conosciuta perfettamente, è necessario che anche la sua potenza sia conosciuta alla perfezione. E non si può conoscere perfettamente la potenza di un essere, se non si conoscono tutte le cose, a cui tale potenza si estende. Siccome dunque la potenza di Dio si estende a ciò che è fuori di lui – poiché, come sopra abbiamo dimostrato, essa è la prima causa efficiente di tutti gli esseri –, è logico che Dio conosca le cose distinte da sé. – E ciò diviene anche più evidente se si aggiunge che l’essere stesso della prima causa efficiente, cioè di Dio, è il suo stesso conoscere. Quindi qualsiasi effetto preesista in Dio come nella causa prima è necessario che esista anche nel suo conoscere, e che tutte le cose si trovino in lui sotto forma di conoscenza: poiché tutto ciò che è in altro vi è secondo la maniera propria di ciò in cui si trova. Per precisare, poi, in quale modo Dio conosca tutte le cose distinte da sé, bisogna considerare che una cosa può essere conosciuta in due maniere: in se stessa o in un’altra. Un soggetto è conosciuto in se stesso se viene a essere conosciuto per mezzo della sua specie intelligibile adeguata a se medesimo in quanto conoscibile: come quando l’occhio vede un uomo per mezzo dell’immagine di tale uomo. Una cosa invece è vista in un’altra quando è vista per mezzo dell’immagine di ciò che la contiene: come quando la parte è vista nel tutto per mezzo dell’immagine del tutto, oppure quando un uomo è visto nello specchio per mezzo dell’immagine dello specchio, e in genere ogni volta che un oggetto viene a essere conosciuto in un altro. Dunque, analogamente, bisogna dire che Dio vede se stesso in se medesimo, poiché vede se medesimo nella sua propria essenza. Le altre cose poi, distinte da sé, le vede non in se stesse, ma in se medesimo, in quanto la sua essenza contiene la somiglianza degli altri esseri distinti da lui.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 14, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod necesse est Deum cognoscere alia a se. Manifestum est enim quod seipsum perfecte intelligit, alioquin suum esse non esset perfectum, cum suum esse sit suum intelligere. Si autem perfecte aliquid cognoscitur, necesse est quod virtus eius perfecte cognoscatur. Virtus autem alicuius rei perfecte cognosci non potest, nisi cognoscantur ea ad quae virtus se extendit. Unde, cum virtus divina se extendat ad alia, eo quod ipsa est prima causa effectiva omnium entium, ut ex supradictis [q. 2 a. 3] patet; necesse est quod Deus alia a se cognoscat. Et hoc etiam evidentius fit, si adiungatur quod ipsum esse causae agentis primae, scilicet Dei, est eius intelligere. Unde quicumque effectus praeexistunt in Deo sicut in causa prima, necesse est quod sint in ipso eius intelligere; et quod omnia in eo sint secundum modum intelligibilem, nam omne quod est in altero, est in eo secundum modum eius in quo est. Ad sciendum autem qualiter alia a se cognoscat, considerandum est quod dupliciter aliquid cognoscitur, uno modo, in seipso; alio modo, in altero. In seipso quidem cognoscitur aliquid, quando cognoscitur per speciem propriam adaequatam ipsi cognoscibili, sicut cum oculus videt hominem per speciem hominis. In alio autem videtur id quod videtur per speciem continentis, sicut cum pars videtur in toto per speciem totius, vel cum homo videtur in speculo per speciem speculi, vel quocumque alio modo contingat aliquid in alio videri. Sic igitur dicendum est quod Deus seipsum videt in seipso, quia seipsum videt per essentiam suam. Alia autem a se videt non in ipsis, sed in seipso, inquantum essentia sua continet similitudinem aliorum ab ipso.

Vangelo (Mt 11,28-30)

   In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Il giogo “leggero”

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo,
c. 11, lez. 3, v. 30, nn. 972-973)

   972. Ma non meravigliatevi se vi invito a un giogo, poiché il mio giogo non è un peso. Perché? Il mio giogo infatti è dolce, e dilettevole; Sal 118,113: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole»! E il mio carico leggero.
   E queste cose possono ricondursi a due. Al giogo sono tenuti i buoi, mentre il carico è portato; per cui il giogo si riconduce ai precetti negativi, il carico agli affermativi.
   973. Ma sembra che ciò sia falso, poiché il carico della legge nuova sembra pesantissimo, come si è detto sopra (v. 21): «Avete udito che fu detto agli antichi: Non ucciderai… Ma io vi dico che chiunque si adira contro il suo fratello sarà passibile di giudizio»: e così sembra che sia un carico più pesante. Parimenti si è detto sopra (7,14): «Stretta è la via che conduce alla vita». Per cui sembra un giogo pesantissimo.
   Per questo bisogna considerare due cose: l’effetto dell’insegnamento e la sostanza dell’atto; e in tutte e due le cose è leggero. Nell’effetto l’insegnamento di Cristo, poiché muta il cuore, e non ci fa amare le realtà temporali, ma piuttosto quelle spirituali: infatti, per chi ama le realtà temporali, perdere poco è più gravoso che perdere molto in chi ama le realtà spirituali. La legge antica non proibiva quelle realtà temporali, per cui era gravoso perderle; adesso invece, anche se all’inizio è un po’ gravoso, tuttavia in seguito lo è poco; Pr 4,11: «Ti condurrò per le vie dell’equità, e quando vi sarai entrato non saranno intralciati i tuoi passi».
   Così pure quanto all’atto la legge opprimeva con gli atti esteriori. La nostra legge invece è soltanto nella volontà; da cui Rm 14,11: «Il regno di Dio non è né cibo né bevanda». Parimenti la legge di Cristo rende gioiosi; per cui l’Apostolo (Rm 14,17) parla di «giustizia, e pace, e gioia nello Spirito Santo».
   E così quanto alla circostanza, poiché sono molte le avversità, per cui «tutti quelli che vogliono vivere rettamente in Cristo Gesù saranno perseguitati» (2 Tm 3,12). Tali avversità però non sono gravose, poiché vengono condite col condimento dell’amore, e quando si ama qualcuno non pesa tutto ciò che si patisce per lui: e così l’amore rende lievi tutte le cose pesanti e impossibili. Per cui se uno ama bene Cristo, nulla gli è gravoso: quindi la legge nuova non è un peso.

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,
c. 11, lect. 3, v. 30, nn. 972-973)

   Sed non miremini si invito vos ad iugum, quia iugum meum non est onus. Quare? Iugum enim meum suave est, et delectabile; Ps. 118,103: quam dulcia faucibus meis eloquia tua. Et onus meum leve. Et haec possunt retorqueri ad duo. Iugo tenentur boves, sed onus portatur: unde iugum retorquetur ad praecepta negativa, onus ad affirmativa. Sed videtur hoc esse falsum, quia onus legis novae videtur gravissimum, sicut supra 5,21 dictum est: audistis quia dictum est antiquis, non occides (…). Ego autem dico vobis, quia omnis qui irascitur fratri suo, reus erit iudicio: et sic videtur quod gravius onus sit. Item dictum est supra 7, v. 14: arcta est via, quae ducit ad vitam. Item apostolus 2 Cor. 11,23: in laboribus plurimis. Unde videtur iugum gravissimum. Ideo duo sunt consideranda: effectus doctrinae et actus circumstantia; et in omnibus est levis, in effectu doctrina Christi, quia immutat cor, quia facit nos non amare temporalia, sed magis spiritualia: qui enim amat temporalia, modicum amittere est ei magis grave, quam ei qui amat spiritualia, amittere multum. Lex vetus non prohibebat illa temporalia, ideo grave erat eis amittere; sed modo, etsi in principio aliquantulum grave, post tamen parum; Prov. 4,11: ducam te per semitas aequitatis, quas cum ingressus fueris, non coarctabuntur gressus tui. Item quantum ad actum lex onerabat actibus exterioribus. Lex autem nostra est in voluntate solum; unde ad Rom. 14,11: regnum Dei non est esca et potus. Item lex Christi iucundat; unde apostolus ad Rom. 14,17: iustitia, et pax, et gaudium in Spiritu Sancto. Item quantum ad circumstantiam, quia multae sunt adversitates; unde qui pie in Christo Iesu volunt vivere, persecutionem patientur et cetera. 2 ad Tim. 3,12. Sed istae non sunt graves, quia condiuntur condimento amoris, quia quando aliquis amat aliquem, non gravat eum quicquid patitur pro illo: unde omnia gravia et impossibilia levia facit amor. Unde si quis bene amat Christum, nihil est ei grave, et ideo lex nova non onerat.

CondividiShare on FacebookShare on Google+