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9 dicembre Seconda Domenica di Avvento

9 dicembre Seconda Domenica di Avvento
12/11/2018 elena

9 dicembre
Seconda Domenica di Avvento

Prima lettura (Bar 5,1-9)

   Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà».
   Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale. Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui.

Misericordia e giustizia
nelle opere di Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 21, a. 4, corpo)

   È necessario affermare che in ogni opera di Dio si trovano la misericordia e la verità; purché si intenda la misericordia come l’eliminazione di una qualsiasi deficienza; per quanto non ogni deficienza possa dirsi propriamente miseria, ma soltanto le deficienze della creatura razionale, alla quale spetta di essere felice: infatti la miseria è il contrario della felicità. La ragione poi di tale necessità sta in questo, che il debito soddisfatto dalla divina giustizia è cosa dovuta o a Dio [stesso], oppure alla creatura; e nessuna delle due cose può mancare in qualsiasi opera di Dio. Infatti Dio non può fare cosa alcuna che non sia conforme alla sua sapienza e bontà; e in questo senso, come si è detto, una cosa è dovuta a Dio. Come pure, qualunque cosa Dio faccia nel creato, la fa secondo l’ordine e la proporzione convenienti, e in ciò consiste appunto la nozione di giustizia. E così è necessario che in ogni opera di Dio ci sia la giustizia. Ogni opera della divina giustizia, poi, presuppone sempre l’opera della misericordia e in essa si fonda. Infatti nulla è dovuto a una creatura se non in ragione di qualche perfezione che in essa preesiste o che si considera come anteriore; e se a sua volta tale perfezione è dovuta alla creatura, ciò è in forza di un’altra cosa antecedente. E siccome non si può procedere all’infinito, bisogna arrivare a un qualcosa che dipenda unicamente dalla bontà divina, che è l’ultimo fine [di tutte le cose]. Come se dicessimo che avere le mani è dovuto all’uomo in vista dell’anima razionale, avere poi un’anima razionale gli è dovuto affinché sia uomo, ma l’essere uomo non ha altro motivo che la bontà divina. E così in ogni opera di Dio appare la misericordia come sua prima radice. E l’influsso di essa permane in tutte le cose che vengono dopo, e anche vi opera con maggiore efficacia, poiché la causa prima ha un influsso più forte delle cause seconde. E per questo stesso motivo anche ciò che è dovuto a una creatura, Dio, per l’abbondanza della sua bontà, lo dispensa con larghezza maggiore di quanto non richieda la proporzione della cosa. Infatti ciò che basterebbe per conservare l’ordine della giustizia è sempre meno di ciò che è conferito dalla bontà divina, che supera ogni esigenza della creatura.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 21, a. 4, corpus)

   Respondeo dicendum quod necesse est quod in quolibet opere Dei misericordia et veritas inveniantur; si tamen misericordia pro remotione cuiuscumque defectus accipiatur; quamvis non omnis defectus proprie possit dici miseria, sed solum defectus rationalis naturae, quam contingit esse felicem; nam miseria felicitati opponitur. Huius autem necessitatis ratio est, quia, cum debitum quod ex divina iustitia redditur, sit vel debitum Deo, vel debitum alicui creaturae, neutrum potest in aliquo opere Dei praetermitti. Non enim potest facere aliquid Deus, quod non sit conveniens sapientiae et bonitati ipsius; secundum quem modum diximus [a.1 ad 3] aliquid esse debitum Deo. Similiter etiam quidquid in rebus creatis facit, secundum convenientem ordinem et proportionem facit; in quo consistit ratio iustitiae. Et sic oportet in omni opere Dei esse iustitiam. Opus autem divinae iustitiae semper praesupponit opus misericordiae, et in eo fundatur. Creaturae enim non debetur aliquid, nisi propter aliquid in eo praeexistens, vel praeconsideratum, et rursus, si illud creaturae debetur, hoc erit propter aliquid prius. Et cum non sit procedere in infinitum, oportet devenire ad aliquid quod ex sola bonitate divinae voluntatis dependeat, quae est ultimus finis. Utpote si dicamus quod habere manus debitum est homini propter animam rationalem; animam vero rationalem habere, ad hoc quod sit homo; hominem vero esse, propter divinam bonitatem. Et sic in quolibet opere Dei apparet misericordia, quantum ad primam radicem eius. Cuius virtus salvatur in omnibus consequentibus; et etiam vehementius in eis operatur, sicut causa primaria vehementius influit quam causa secunda. Et propter hoc etiam ea quae alicui creaturae debentur, Deus, ex abundantia suae bonitatis, largius dispensat quam exigat proportio rei. Minus enim est quod sufficeret ad conservandum ordinem iustitiae, quam quod divina bonitas confert, quae omnem proportionem creaturae excedit.

Seconda lettura
(Fil 1,4-6.8-11)

   Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.

Oggetto della preghiera

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 5, corpo)

   Come riferisce Valerio Massimo, «Socrate pensava che agli dèi immortali non si dovesse chiedere altro se non che concedessero il bene: poiché essi sanno ciò che è vantaggioso per ciascuno, mentre noi spesso chiediamo cose che sarebbe meglio non ottenere». Ora, in questa sentenza c’è del vero, rispetto alle cose indifferenti che possono avere un risultato cattivo, e che l’uomo può usare bene e male: come «le ricchezze, che per molti furono una rovina», secondo l’espressione dello stesso Autore; «o gli onori, che mandarono in disgrazia tanta gente, o i regni, di cui spesso si vede la conclusione miserevole, o gli splendidi matrimoni, che spesso distruggono del tutto le famiglie». Ci sono però dei beni che l’uomo non può usare malamente, dei beni cioè che non possono avere un risultato cattivo: sono quelli che ci rendono beati, o che ci meritano la beatitudine. Ora, questi beni i santi li chiedono nella preghiera in maniera incondizionata, come è detto nel Sal 79 [4]: Mostraci il tuo volto e saremo salvi, e ancora nel Sal 118 [35]: Guidami per la via dei tuoi comandamenti.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut Maximus Valerius refert, Socrates nihil ultra petendum a diis immortalibus arbitrabatur quam ut bona tribuerent, quia hi demum scirent quid unicuique esset utile; nos autem plerumque id votis expetere quod non impetrasse melius foret. Quae quidem sententia aliqualiter vera est, quantum ad illa quae possunt malum eventum habere, quibus etiam homo potest male et bene uti, sicut divitiae, quae, ut ibidem dicitur, multis exitio fuere; honores, qui complures pessumdederunt; regna, quorum exitus saepe miserabiles cernuntur; splendida coniugia, quae nonnunquam funditus domos evertunt. Sunt tamen quaedam bona quibus homo male uti non potest, quae scilicet malum eventum habere non possunt. Haec autem sunt quibus beatificamur et quibus beatitudinem meremur. Quae quidem sancti orando absolute petunt, secundum illud [Ps. 79,4], ostende faciem tuam, et salvi erimus; et iterum [118,35], deduc me in semitam mandatorum tuorum.

Vangelo (Lc 3,1-6)

   Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea. Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte, e quelle impervie spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Origine del battesimo di Giovanni

San Tommaso
(S. Th. III, q. 38, a. 2, corpo e soluzione 1)

   Nel battesimo di Giovanni possiamo considerare due cose: il rito e l’effetto del battesimo. Il rito certamente non proveniva dagli uomini, ma da Dio, il quale con una rivelazione personale dello Spirito Santo mandò Giovanni a battezzare. L’effetto invece proveniva dall’uomo: poiché quel battesimo non produceva nulla che l’uomo non potesse fare. Quindi non fu solo da Dio; se non nel senso che è Dio stesso a operare nell’uomo.
   1. Col battesimo della nuova legge gli uomini sono battezzati interiormente per mezzo dello Spirito Santo, cosa che solo Dio può fare. Invece mediante il battesimo di Giovanni l’acqua purificava soltanto il corpo. Per cui in Mt 3 [11] è detto: Io vi battezzo con acqua, ma egli vi battezzerà nello Spirito Santo. Per questo il battesimo di Giovanni prende il nome da lui: poiché in esso non c’era nulla che egli non potesse fare. Invece il battesimo della nuova legge non prende il nome dal ministro, il quale non causa l’effetto principale del sacramento, cioè la mondezza interiore.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 38, a. 2, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod in Baptismo Ioannis duo possunt considerari, scilicet ipse ritus baptizandi, et effectus Baptismi. Ritus quidem baptizandi non fuit ab hominibus, sed a Deo, qui familiari Spiritus Sancti revelatione Ioannem ad baptizandum misit. Effectus autem illius Baptismi fuit ab homine, quia nihil in illo Baptismo efficiebatur quod homo facere non posset. Unde non fuit a solo Deo, nisi inquantum Deus in homine operatur.
   Ad primum ergo dicendum quod per Baptismum novae legis homines interius per Spiritum Sanctum baptizantur, quod facit solus Deus. Per Baptismum autem Ioannis solum corpus mundabatur aqua. Unde dicitur Matth. 3 [11], ego baptizo vos in aqua, ille vos baptizabit in Spiritu Sancto. Et ideo Baptismus Ioannis denominatur ab ipso, quia scilicet nihil in eo agebatur quod ipse non ageret. Baptismus autem novae legis non denominatur a ministro, qui principalem Baptismi effectum non agit, scilicet interiorem emundationem.

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