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8 dicembre – sabato Immacolata Concezione

8 dicembre – sabato Immacolata Concezione
12/11/2018 elena

8 dicembre – sabato
Immacolata Concezione

Prima lettura
(Gen 3,9-15.20)

   [Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
   Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.

Trasmissione del peccato originale

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 81, a. 1, corpo)

   Si deve ritenere, secondo la fede cattolica, che il primo peccato del primo uomo si trasmette ai discendenti per via di origine. Per cui anche i bambini appena nati vengono portati al battesimo per essere purificati dall’infezione della colpa. La dottrina contraria è invece l’eresia di Pelagio, come risulta dagli scritti di S. Agostino. – Ora, nel determinare in che modo il peccato del nostro progenitore possa trasmettersi ai discendenti molti e diversi furono i tentativi. Alcuni infatti, considerando che la sede del peccato è l’anima razionale, sostennero che l’anima stessa si trasmette col seme, in modo che da un’anima infetta deriverebbero anime infette. Altri invece, respingendo come erronea una simile spiegazione, si sforzarono di chiarire come la colpa del genitore passi nella prole anche senza la trasmissione dell’anima partendo dal fatto che così si trasmettono gli stessi difetti fisici: un lebbroso, p. es., genera un figlio lebbroso, e un gottoso genera un gottoso, per una corruzione del seme, sebbene tale corruzione non sia né la lebbra né la gotta. Ora, essendo il corpo proporzionato all’anima, e ridondando sul corpo i difetti dell’anima, e viceversa, essi affermano che in questo stesso modo viene comunicato alla prole un difetto colpevole dell’anima mediante la discendenza del seme, sebbene il seme non sia attualmente il soggetto della colpa. – Ma tutte queste spiegazioni sono insufficienti. Pur ammettendo infatti che certi difetti fisici passano per generazione nella prole – e indirettamente passano così anche dei difetti psichici, data la cattiva disposizione del corpo, come quando da un demente nasce un demente –, tuttavia il contrarre un difetto per generazione esclude la colpa, che è essenzialmente volontaria. Per cui, anche ponendo che l’anima razionale si trasmetta per generazione, per il fatto stesso che la macchia spirituale dell’anima della prole non sarebbe nella sua volontà, perderebbe l’aspetto di colpa esigente una pena: poiché, come dice il Filosofo, «nessuno pensa a rimproverare un cieco nato, ma piuttosto ne ha compassione». – Bisogna quindi procedere per un’altra via, ricordando che tutti gli uomini che nascono da Adamo possono essere considerati come un uomo solo, in quanto possiedono la stessa natura ricevuta dal capostipite. Come anche nella convivenza civile tutti quelli che appartengono a una data collettività vengono considerati come un unico corpo, e la collettività intera come un unico uomo. Porfirio afferma infatti che «per la partecipazione della specie molti uomini sono un uomo solo». Perciò i molti uomini che derivano da Adamo sono come le membra molteplici di un unico corpo. Ora, gli atti di un arto corporeo, di una mano, p. es., non sono volontari per la volontà della mano, ma dell’anima, che ne è il primo motore. Perciò l’omicidio che la mano commette non è imputato alla mano, se si volesse considerare la mano divisa dal corpo, ma viene imputato ad essa in quanto è una parte dell’uomo, mossa dal primo principio motore dell’uomo stesso. Perciò il disordine esistente in quest’uomo generato da Adamo non è volontario per la volontà di questo individuo, ma per la volontà del progenitore, il quale muove mediante la generazione tutti quelli che hanno generazione da lui come la volontà dell’anima muove all’operazione tutte le membra. Per cui il peccato che così si trasmette dal nostro progenitore ai suoi discendenti viene detto originale: mentre viene detto attuale il peccato che dall’anima si trasmette a tutte le membra del corpo. E come il peccato attuale commesso da una delle membra non è un peccato di tale arto se non perché tale arto è parte dell’uomo stesso, per cui viene denominato peccato umano, così il peccato originale non è il peccato di una data persona se non in quanto tale persona riceve la natura dal suo progenitore. Infatti viene chiamato anche peccato di natura, secondo l’espressione di Ef: Eravamo per natura figli dell’ira.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 81, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod secundum fidem Catholicam est tenendum quod primum peccatum primi hominis originaliter transit in posteros. Propter quod etiam pueri mox nati deferuntur ad Baptismum, tanquam ab aliqua infectione culpae abluendi. Contrarium autem est haeresis Pelagianae, ut patet per Augustinum in plurimis suis libris. – Ad investigandum autem qualiter peccatum primi parentis originaliter possit transire in posteros, diversi diversis viis processerunt. Quidam enim, considerantes quod peccati subiectum est anima rationalis, posuerunt quod cum semine rationalis anima traducatur, ut sic ex infecta anima animae infectae derivari videantur. Alii vero, hoc repudiantes tanquam erroneum, conati sunt ostendere quomodo culpa animae parentis traducitur in prolem, etiam si anima non traducatur, per hoc quod corporis defectus traducuntur a parente in prolem, sicut si leprosus generat leprosum, et podagricus podagricum, propter aliquam corruptionem seminis, licet talis corruptio non dicatur lepra vel podagra. Cum autem corpus sit proportionatum animae, et defectus animae redundent in corpus, et e converso, simili modo dicunt quod culpabilis defectus animae per traductionem seminis in prolem derivatur, quamvis semen actualiter non sit culpae subiectum. Sed omnes huiusmodi viae insufficientes sunt. Quia dato quod aliqui defectus corporales a parente transeant in prolem per originem; et etiam aliqui defectus animae ex consequenti, propter corporis indispositionem, sicut interdum ex fatuis fatui generantur, tamen hoc ipsum quod est ex origine aliquem defectum habere, videtur excludere rationem culpae, de cuius ratione est quod sit voluntaria. Unde etiam posito quod anima rationalis traduceretur, ex hoc ipso quod infectio animae prolis non esset in eius voluntate, amitteret rationem culpae obligantis ad poenam, quia, ut philosophus dicit in 3 Ethic., nullus improperabit caeco nato, sed magis miserebitur. – Et ideo alia via procedendum est, dicendo quod omnes homines qui nascuntur ex Adam, possunt considerari ut unus homo, inquantum conveniunt in natura, quam a primo parente accipiunt; secundum quod in civilibus omnes qui sunt unius communitatis, reputantur quasi unum corpus, et tota communitas quasi unus homo. Porphyrius etiam dicit quod participatione speciei plures homines sunt unus homo. Sic igitur multi homines ex Adam derivati, sunt tanquam multa membra unius corporis. Actus autem unius membri corporalis, puta manus, non est voluntarius voluntate ipsius manus, sed voluntate animae, quae primo movet membra. Unde homicidium quod manus committit, non imputaretur manui ad peccatum, si consideraretur manus secundum se ut divisa a corpore, sed imputatur ei inquantum est aliquid hominis quod movetur a primo principio motivo hominis. Sic igitur inordinatio quae est in isto homine, ex Adam generato, non est voluntaria voluntate ipsius sed voluntate primi parentis, qui movet motione generationis omnes qui ex eius origine derivantur, sicut voluntas animae movet omnia membra ad actum. Unde peccatum quod sic a primo parente in posteros derivatur, dicitur originale, sicut peccatum quod ab anima derivatur ad membra corporis, dicitur actuale. Et sicut peccatum actuale quod per membrum aliquod committitur, non est peccatum illius membri nisi inquantum illud membrum est aliquid ipsius hominis, propter quod vocatur peccatum humanum, ita peccatum originale non est peccatum huius personae, nisi inquantum haec persona recipit naturam a primo parente. Unde et vocatur peccatum naturae; secundum illud Eph. 2 [3], eramus natura filii irae.

Seconda lettura
(Ef 1,3-6.11-12)

   Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
   In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.

La grazia della Beata Vergine

San Tommaso
(S. Th. III, q. 27, a. 5, corpo)

   Quanto più si è vicini a una causa, tanto più se ne risentono gli effetti, come scrive Dionigi notando che gli angeli, in quanto più prossimi a Dio, partecipano delle perfezioni divine più degli uomini. Ora, Cristo è il principio della grazia: secondo la divinità come causa principale, secondo l’umanità invece come causa strumentale, secondo le parole di Gv 1 [17]: La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Ma la Beata Vergine era vicinissima a Cristo secondo la natura umana, che egli prese da lei. Essa quindi dovette ricevere da Cristo una pienezza di grazia superiore a quella di tutti gli altri.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 27, a. 5, corpus)

   Respondeo dicendum quod, quanto aliquid magis appropinquat principio in quolibet genere, tanto magis participat effectum illius principii, unde dicit Dionysius, 4 cap. Cael. Hier., quod Angeli, qui sunt Deo propinquiores, magis participant de bonitatibus divinis quam homines. Christus autem est principium gratiae, secundum divinitatem quidem auctoritative, secundum humanitatem vero instrumentaliter, unde et Ioan. 1 [17] dicitur, gratia et veritas per Iesum Christum facta est. Beata autem virgo Maria propinquissima Christo fuit secundum humanitatem, quia ex ea accepit humanam naturam. Et ideo prae ceteris maiorem debuit a Christo plenitudinem gratiae obtinere.

Vangelo (Lc 1,26-38)

   In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
   A queste parole ella fu molto turbata, e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine».
   Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio, e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
   Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

L’annunciazione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 30, a. 1, corpo)

   Era opportuno che alla Beata Vergine fosse annunziato il concepimento di Cristo. Primo, per salvare il debito ordine nell’unione del Figlio di Dio con la Vergine: in modo cioè che essa prima di concepirlo nella carne lo concepisse nella mente. Per cui S. Agostino dichiara: «È più beata Maria nel ricevere la fede di Cristo che nel concepire la carne di Cristo». E poi aggiunge: «L’intimità materna non avrebbe giovato in nulla a Maria se ella non avesse sentito più gioia nel portare Cristo nel suo cuore che nel suo seno». Secondo, perché la Vergine potesse essere una testimone più consapevole di questo mistero, dopo esserne stata istruita da Dio. Terzo, perché offrisse a Dio l’omaggio volontario della sua devozione, come fece con prontezza dicendo [Lc 1,38]: Eccomi, sono la serva del Signore. Quarto, per manifestare l’esistenza di un certo matrimonio spirituale tra il Figlio di Dio e la natura umana. Per cui attraverso l’annunciazione si attendeva il consenso della Vergine a nome di tutta la natura umana.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 30, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod congruum fuit Beatae Virgini annuntiari quod esset Christum conceptura. Primo quidem, ut servaretur congruus ordo coniunctionis Filii Dei ad Virginem, ut scilicet prius mens eius de ipso instrueretur quam carne eum conciperet. Unde Augustinus dicit, in libro De virginitate, beatior Maria est percipiendo fidem Christi, quam concipiendo carnem Christi. Et postea subdit, materna propinquitas nihil Mariae profuisset, nisi felicius Christum corde quam carne gestasset. Secundo, ut posset esse certior testis huius sacramenti, quando super hoc divinitus erat instructa. Tertio, ut voluntaria sui obsequii munera Deo offerret, ad quod se promptam obtulit, dicens [Luc. 1,38], ecce ancilla Domini. Quarto, ut ostenderetur esse quoddam spirituale matrimonium inter Filium Dei et humanam naturam. Et ideo per Annuntiationem expectabatur consensus Virginis loco totius humanae naturae.

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