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27 novembre Martedì – 34a Settimana del Tempo Ordinario

27 novembre Martedì – 34a Settimana del Tempo Ordinario
06/11/2017 elena

27 novembre
Martedì – 34a Settimana
del Tempo Ordinario

Prima lettura (Ap 14,14-19)

   Io, Giovanni, vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile a un Figlio d’uomo: aveva sul capo una corona d’oro e in mano una falce affilata. Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura». Allora colui che era seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: «Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature». L’angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l’uva nel grande tino dell’ira di Dio.

L’ira di Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 11, corpo)

   Parlando di Dio, certe cose si dicono in senso proprio e altre in senso metaforico, come è chiaro da quanto si è detto in precedenza. Ora, quando alcune passioni dell’uomo vengono attribuite metaforicamente a Dio, si parte dalla somiglianza degli effetti: per cui, rispetto a Dio, si esprime metaforicamente col nome di una data passione ciò che in noi è un segno di tale passione. Gli uomini, per es., sono soliti punire quando sono adirati: perciò la punizione stessa è segno di ira, e così con il nome di ira, quando questa è attribuita a Dio, viene indicata la punizione stessa. In modo analogo, talora, viene attribuito a Dio metaforicamente come volontà ciò che in noi di solito è un segno della volontà. Quando per es. uno comanda qualcosa, è segno che vuole che tale cosa si faccia: quindi il precetto divino talvolta, metaforicamente, viene chiamato volontà di Dio, come è detto in Mt: Sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra. Ma tra la volontà e l’ira c’è questa differenza, che l’ira non si dice mai di Dio in senso proprio, dato che nel suo significato principale include una passione, mentre la volontà può dirsi di Dio in senso proprio. Quindi si distingue in Dio una volontà propriamente detta e una volontà in senso metaforico. La volontà propriamente detta prende il nome di volontà di beneplacito, mentre la volontà in senso metaforico è detta volontà di segno [o significata], in quanto il segno stesso del volere è detto volontà.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 11, corpo)

   Respondeo dicendum quod in Deo quaedam dicuntur proprie, et quaedam secundum metaphoram, ut ex supradictis [q. 13 a. 3] patet. Cum autem aliquae passiones humanae in divinam praedicationem metaphorice assumuntur, hoc fit secundum similitudinem effectus, unde illud quod est signum talis passionis in nobis, in Deo nomine illius passionis metaphorice significatur. Sicut, apud nos, irati punire consueverunt, unde ipsa punitio est signum irae, et propter hoc, ipsa punitio nomine irae significatur, cum Deo attribuitur. Similiter id quod solet esse in nobis signum voluntatis, quandoque metaphorice in Deo voluntas dicitur. Sicut, cum aliquis praecipit aliquid, signum est quod velit illud fieri, unde praeceptum divinum quandoque metaphorice voluntas Dei dicitur, secundum illud Matth. 6 [10], fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra. Sed hoc distat inter voluntatem et iram, quia ira de Deo nunquam proprie dicitur, cum in suo principali intellectu includat passionem, voluntas autem proprie de Deo dicitur. Et ideo in Deo distinguitur voluntas proprie, et metaphorice dicta. Voluntas enim proprie dicta, vocatur voluntas beneplaciti, voluntas autem metaphorice dicta, est voluntas signi, eo quod ipsum signum voluntatis voluntas dicitur.

Vangelo (Lc 21,5-11)

   In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
   Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
   Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

La distruzione del tempio

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 21, lez. 2, vv. 5-6)

   EUSEBIO: Quanto fosse bello tutto ciò che apparteneva alla struttura del tempio, ci viene narrato dalla storia, e ci sono stati conservati dei resti fino ad oggi, dai quali si possono tuttora cogliere le tracce dell’antica costruzione. Ma a coloro che ammiravano la costruzione del tempio il Signore rende noto che di esso non resterà pietra su pietra; infatti si dice: Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sia distrutta». Era infatti conveniente che quel luogo, a causa dell’orgoglio dei suoi adoratori, subisse una devastazione totale. BEDA: Anche l’economia divina fece sì che la città stessa e il tempio fossero distrutti, affinché qualcuno forse, debole nella fede, vedendoli esistere e restando attonito di fronte al rito dei sacrifici, non venisse preso dalla vista della loro bellezza. AMBROGIO: Pertanto si dice con verità, riguardo al tempio fatto dalle mani dell’uomo, che sarebbe stato demolito. Infatti non c’è nulla di fatto da mani d’uomo che l’età non consumi, o la violenza non rovesci, o il fuoco non distrugga. Ma c’è anche un altro tempio, ossia la Sinagoga, la cui vecchia struttura con la nascita della Chiesa si dissolve. E c’è anche il tempio in ciascuno di noi, che cade quando viene meno la fede, soprattutto se uno si copre falsamente con il nome di Cristo, con cui cancella il suo affetto interiore.

Testo latino di S. Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 21, lect. 2, vv. 5-6)

   Eusebius. Quod spectanda forent quae pertinebant ad templi structuram, manifestant historiae; et hucusque quaedam conservantur reliquiae, quibus percipiuntur quae dudum erant fabricarum vestigia. Sed Dominus mirantibus templi fabricas, promulgavit quod in eo lapis super lapidem non maneret; dicitur enim et quibusdam dicentibus de templo, quod lapidibus bonis et donis exornatum esset, dixit: haec quae videtis, venient dies in quibus non relinquetur lapis super lapidem qui non destruatur. Decebat enim locum illum, propter cultorum audaciam, omnimodam desolationem pati. Beda. Divina etiam dispensatio procuravit ut civitas ipsa et templum subverteretur, ne quis forte adhuc parvulus in fide, videns illa constare, dum sacrificiorum ritum attonitus stuperet, raperetur intuitu. Ambrosius. Verum igitur dictum est de templo manufacto, quod esset subvertendum: nihil enim est manufactum quod non aut vetustas conficiat, aut vis subruat, aut ignis exurat. Tamen est et aliud templum, scilicet synagoga, cuius structura vetus, Ecclesia surgente, dissolvitur. Est etiam templum in unoquoque, quod deficiente fide labitur, et maxime si quis falso Christi nomen obtendat, quo interiorem expugnet affectum.

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