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21 novembre Mercoledì – 33a Settimana del Tempo Ordinario

21 novembre Mercoledì – 33a Settimana del Tempo Ordinario
06/11/2017 elena

21 novembre
Mercoledì – 33a Settimana
del Tempo Ordinario

Prima lettura (Ap 4,1-11)

   Io, Giovanni, vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: «Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito». Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: «Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!». E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create».

Per la tua volontà
esistevano e furono create

San Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 4, corpo)

   È necessario affermare che la volontà di Dio è la causa delle cose, e che Dio agisce per volontà e non per necessità di natura, come invece alcuni hanno pensato. E lo si può provare in tre modi. Primo, considerando l’ordine delle cause agenti. Siccome infatti tanto l’intelletto quanto la natura agiscono per un fine, come prova Aristotele, è necessario che alla causa naturale siano prestabiliti da una qualche intelligenza superiore il fine e i mezzi adatti al fine: come alla freccia vengono determinati dall’arciere il bersaglio e la direzione. Quindi una causa che opera per intelletto e volontà deve necessariamente precedere le cause operanti per natura. Essendo quindi Dio la prima delle cause agenti, è necessario che egli agisca per intelletto e volontà. Secondo, [lo si prova] dal concetto di causa naturale, a cui spetta di produrre un effetto unico: poiché la natura, salvo impedimenti, agisce sempre allo stesso modo. E ciò perché la causa naturale opera in quanto è tale: per cui, finché è tale, non produce che quel particolare effetto. Infatti ogni agente naturale ha un essere delimitato e determinato. Siccome invece l’essere di Dio non è limitato, ma contiene in se stesso tutta la pienezza dell’essere, non si può ammettere che operi per necessità di natura; eccetto il caso che venisse a produrre un effetto illimitato e infinito nell’essere, il che è impossibile, come si è visto sopra. Non agisce dunque per necessità di natura, ma dall’infinita sua perfezione procedono effetti determinati in conformità alla determinazione del suo volere e del suo intelletto. Terzo, [lo si dimostra] in base al rapporto degli effetti con la causa: poiché gli effetti derivano dalla causa agente in quanto preesistono in essa, dato che ogni agente produce un qualcosa che gli assomiglia. Ora, gli effetti preesistono nella causa secondo il modo di essere della medesima. Siccome dunque l’essere di Dio si identifica con la sua intelligenza, gli effetti preesistono in lui come intelligibili. Per cui anche deriveranno da lui alla stessa maniera. E così [deriveranno] come oggetto di volontà: infatti appartiene alla volontà l’inclinazione a compiere ciò che è stato concepito dall’intelligenza. Quindi la volontà di Dio è causa delle cose.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 4, corpus)

   Respondeo dicendum quod necesse est dicere voluntatem Dei esse causam rerum, et Deum agere per voluntatem, non per necessitatem naturae, ut quidam existimaverunt. Quod quidem apparere potest tripliciter. Primo quidem, ex ipso ordine causarum agentium. Cum enim propter finem agat et intellectus et natura, ut probatur in 2 Phys., necesse est ut agenti per naturam praedeterminetur finis, et media necessaria ad finem, ab aliquo superiori intellectu; sicut sagittae praedeterminatur finis et certus modus a sagittante. Unde necesse est quod agens per intellectum et voluntatem, sit prius agente per naturam. Unde, cum primum in ordine agentium sit Deus, necesse est quod per intellectum et voluntatem agat. Secundo, ex ratione naturalis agentis, ad quod pertinet ut unum effectum producat, quia natura uno et eodem modo operatur, nisi impediatur. Et hoc ideo, quia secundum quod est tale, agit, unde, quandiu est tale, non facit nisi tale. Omne enim agens per naturam, habet esse determinatum. Cum igitur esse divinum non sit determinatum, sed contineat in se totam perfectionem essendi, non potest esse quod agat per necessitatem naturae, nisi forte causaret aliquid indeterminatum et infinitum in essendo; quod est impossibile, ut ex superioribus [q. 7 a. 2] patet. Non igitur agit per necessitatem naturae sed effectus determinati ab infinita ipsius perfectione procedunt secundum determinationem voluntatis et intellectus ipsius. Tertio, ex habitudine effectuum ad causam. Secundum hoc enim effectus procedunt a causa agente, secundum quod praeexistunt in ea, quia omne agens agit sibi simile. Praeexistunt autem effectus in causa secundum modum causae. Unde, cum esse divinum sit ipsum eius intelligere, praeexistunt in eo effectus eius secundum modum intelligibilem. Unde et per modum intelligibilem procedunt ab eo. Et sic, per consequens, per modum voluntatis, nam inclinatio eius ad agendum quod intellectu conceptum est, pertinet ad voluntatem. Voluntas igitur Dei est causa rerum.

Vangelo (Lc 19,11-28)

   In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”». Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.

Il merito

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 114, a. 1, corpo)

   Il merito e la mercede si riferiscono a un identico oggetto: poiché chiamiamo mercede il compenso dato per una prestazione, o per un lavoro, quasi come suo prezzo. Come quindi pagare il giusto prezzo per un acquisto è un atto di giustizia, così è un atto di giustizia pagare la mercede per una prestazione, o per un lavoro. Ora, la giustizia consiste in un’uguaglianza, o adeguazione, come dimostra il Filosofo. Quindi la giustizia rigorosa esiste tra persone fra cui c’è rigorosa uguaglianza: tra quelle invece che non hanno una vera uguaglianza non si ha giustizia in senso stretto, ma ci può essere una certa specie di giustizia: e così si parla di diritto [ius] paterno, o di diritto padronale, come scrive il Filosofo. Di conseguenza tra persone in cui si riscontra una rigorosa giustizia esiste pure l’aspetto di merito e di mercede rigorosa. Invece tra persone che ammettono una giustizia solo in senso relativo, e non in senso assoluto, non si riscontra neppure un merito in senso vero e proprio, ma solo in senso relativo, cioè in quanto si salvano certi aspetti della giustizia: è così che un figlio può meritare qualcosa dal padre, e uno schiavo dal suo padrone. – Ora, è evidente che tra Dio e l’uomo c’è la massima disuguaglianza: infatti sono infinitamente distanti, e qualsiasi bene dell’uomo viene da Dio. Perciò tra l’uomo e Dio non ci può essere giustizia secondo una rigorosa uguaglianza, ma soltanto secondo una certa proporzionalità: cioè in quanto l’uno e l’altro si adeguano nell’agire al modo loro proprio. Il modo, però, o misura, della capacità operativa dell’uomo è determinato da Dio. Quindi l’uomo può avere merito presso Dio solo presupponendo l’ordinazione divina: in modo cioè che egli con la sua attività venga a ricevere da Dio a titolo di ricompensa ciò a cui Dio stesso ha ordinato la sua facoltà operativa. Come anche gli esseri corporei raggiungono con i loro movimenti e operazioni ciò a cui Dio li ha preordinati. Tuttavia c’è questa differenza: che la creatura razionale muove se stessa ad agire mediante il libero arbitrio, per cui il suo agire è meritorio, mentre ciò non avviene nelle altre creature.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I-II, q. 114, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod meritum et merces ad idem referuntur, id enim merces dicitur quod alicui recompensatur pro retributione operis vel laboris, quasi quoddam pretium ipsius. Unde sicut reddere iustum pretium pro re accepta ab aliquo, est actus iustitiae; ita etiam recompensare mercedem operis vel laboris, est actus iustitiae. Iustitia autem aequalitas quaedam est; ut patet per philosophum, in 5 Ethic. Et ideo simpliciter est iustitia inter eos quorum est simpliciter aequalitas, eorum vero quorum non est simpliciter aequalitas, non est simpliciter iustitia, sed quidam iustitiae modus potest esse, sicut dicitur quoddam ius paternum vel dominativum, ut in eodem libro philosophus dicit. Et propter hoc, in his in quibus est simpliciter iustum, est etiam simpliciter ratio meriti et mercedis. In quibus autem est secundum quid iustum, et non simpliciter, in his etiam non simpliciter est ratio meriti, sed secundum quid, inquantum salvatur ibi iustitiae ratio, sic enim et filius meretur aliquid a patre, et servus a domino. – Manifestum est autem quod inter Deum et hominem est maxima inaequalitas, in infinitum enim distant, et totum quod est hominis bonum, est a Deo. Unde non potest hominis ad Deum esse iustitia secundum absolutam aequalitatem, sed secundum proportionem quandam, inquantum scilicet uterque operatur secundum modum suum. Modus autem et mensura humanae virtutis homini est a Deo. Et ideo meritum hominis apud Deum esse non potest nisi secundum praesuppositionem divinae ordinationis, ita scilicet ut id homo consequatur a Deo per suam operationem quasi mercedem, ad quod Deus ei virtutem operandi deputavit. Sicut etiam res naturales hoc consequuntur per proprios motus et operationes, ad quod a Deo sunt ordinatae. Differenter tamen, quia creatura rationalis seipsam movet ad agendum per liberum arbitrium, unde sua actio habet rationem meriti; quod non est in aliis creaturis.

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