Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

18 novembre 33a Domenica del Tempo Ordinario

18 novembre 33a Domenica del Tempo Ordinario
06/11/2017 elena

18 novembre
33a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Dan 12,1-3)

   In quel tempo, sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Sarà un tempo di angoscia, come non c’era stata mai dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella regione della polvere si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.

Il principato di S. Michele Arcangelo

San Tommaso
(S. Th. I, q. 113, a. 3, corpo)

   Come abbiamo già spiegato, la custodia dell’uomo si attua in due forme. Primo, in forma individuale, secondo che a ogni singolo uomo è assegnato un particolare angelo custode. E la custodia in questa forma spetta agli angeli dell’infimo ordine, incaricati, come insegna S. Gregorio, di «annunziare le cose di minore importanza»: ora, fra tutti gli uffici angelici il minimo sembra appunto quello di prendersi cura di quanto interessa la salvezza di un solo individuo. – Secondo, in forma universale. E questa varia secondo i diversi ordini, poiché una causa è tanto più alta quanto più è universale. Per conseguenza la custodia delle collettività umane spetta all’ordine dei Principati, o forse agli Arcangeli, il cui nome significa Angeli Principi: per cui anche Michele, che è un Arcangelo, vien detto in Dn: uno dei principi. Salendo, vengono poi le Virtù, che esercitano la custodia su tutte le nature corporee. Salendo ancora vengono le Potestà, che stanno a guardia dei demoni. Da ultimo poi vengono i Principati, che, secondo S. Gregorio, fanno da custodi agli spiriti buoni.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I, q. 113, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra dictum est, homini custodia dupliciter adhibetur. Uno modo custodia particularis, secundum quod singulis hominibus singuli Angeli ad custodiam deputantur. Et talis custodia pertinet ad infimum ordinem Angelorum, quorum, secundum Gregorium, est minima nuntiare; hoc autem videtur esse minimum in officiis Angelorum, procurare ea quae ad unius hominis tantum salutem pertinent. Alia vero est custodia universalis. Et haec multiplicatur secundum diversos ordines, nam quanto agens fuerit universalius, tanto est superius. Sic igitur custodia humanae multitudinis pertinet ad ordinem Principatuum, vel forte ad Archangelos, qui dicuntur principes Angeli, unde et Michael, quem Archangelum dicimus, unus de principibus dicitur Dan. 10. Ulterius autem super omnes naturas corporeas habent custodiam Virtutes. Et ulterius etiam super daemones habent custodiam Potestates. Et ulterius etiam super bonos spiritus habent custodiam Principatus, secundum Gregorium.

Seconda lettura (Eb 10,11-14.18)

   Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e a offrire molte volte gli stessi sacrifici, che non possono mai eliminare i peccati. Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, si è assiso per sempre alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Infatti, con un’unica offerta egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più offerta per il peccato.

Il sacrificio definitivo

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 10, lez. 1, v. 12, nn. 497-498)

   Dice dunque: Cristo, invece, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati, cioè che toglie i peccati…, mentre la legge antica offriva molti sacrifici che non espiavano i peccati, egli appunto, cioè Cristo, con un solo sacrificio, poiché offrì se stesso una volta sola per i nostri peccati, si è assiso, non in qualità di ministro, come un sacerdote della legge che è sempre a disposizione, ma quale Signore. Sal 109,1: «Oracolo del Signore al mio Signore: siedi alla mia destra». Mc 16,19: «Sedette alla destra di Dio». «Alla destra di Dio» Padre quanto all’uguaglianza del potere secondo la divinità, quanto invece ai beni migliori secondo l’umanità.
   Sopra 1,3: «Siede alla destra della maestà…». E ciò una volta per sempre. Infatti non morirà una seconda volta, poiché «Cristo risorto dai morti non muore più…» (Rm 6,9). Dan 7,14: «Il suo potere è un potere eterno».
   Aspettando ormai che i suoi nemici vengano posti a sgabello dei suoi piedi. Questa attesa non indica alcuna ansietà in Cristo, come negli uomini. «Un’attesa troppo prolungata fa male al cuore», si dice in Pr 3,12; ma qui si designa la volontà di misericordia che Dio ha nei nostri riguardi. Is 30,18: «Il Signore aspetta, per avere pietà di noi».
   Vengono posti dunque sotto i suoi piedi, cioè sotto l’umanità di Cristo, alcuni che vogliono, e in ciò si trova la loro salvezza, cioè nel fare la sua volontà. Es 10,3: «Fino a quando rifiuterai di sottometterti a me?». Invece i cattivi che non vogliono [sottomettersi] sono anch’essi sottomessi, poiché sebbene non vogliano di per sé compiere la sua volontà, tuttavia questa si compie in essi quanto all’opera della giustizia, E così tutte le cose sono a lui sottomesse in uno di questi due modi. Sal 8,7: «Tutto hai posto sotto i suoi piedi».

Testo latino di S. Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,

c. 10, lect. 1, v. 12, nn. 497-498)

   Dicit ergo hic autem, scilicet Christus, offerens unam hostiam pro peccatis, auferentem scilicet peccata. Illa vero vetus lex multas offerebat hostias non expiantes peccata; hic ergo, scilicet Christus, offerens unam hostiam, quia semel pro peccatis nostris semetipsum obtulit, sedet, non tamquam minister, sicut sacerdos legalis qui semper praesto est, sed tamquam Dominus. Ps. 109, v. 1: dixit Dominus Domino meo: sede a dextris meis. Mc. 16,19: sedet a dextris Dei. In dextera Dei Patris, quantum ad aequalitatem potestatis secundum divinitatem, sed in potioribus bonis secundum humanitatem. Supra 1,3: sedet ad dexteram maiestatis, et cetera. Et hoc in sempiternum. Non enim iterum morietur, quia Christus resurgens ex mortuis, et cetera. Rom. 6,9; Dan. 7, v. 14: potestas eius, potestas aeterna. De caetero expectans donec ponantur inimici eius scabellum pedum eius. Ista expectatio non innuit aliquam anxietatem in Christo, sicut in hominibus. Spes quae differtur affligit animam, ut dicitur Prov. 13, v. 12. Sed designat voluntatem miserendi, quam Deus habet erga nos. Is. 30,18: expectat Dominus, ut misereatur nostri. Subiiciuntur ergo pedibus eius, id est humanitati Christi aliqui volentes, et in hoc salus ipsorum consistit, scilicet in faciendo voluntatem eius. Ex. 10,3: usquequo non vis mihi subiici? Sed mali nolentes ipsi subditi sunt, quia etsi voluntatem eius per se non implent, tamen de ipsis impletur quantum ad opus iustitiae. Et sic omnia sunt ei subiecta aliquo istorum modorum. Ps. 8,7: omnia subiecisti sub pedibus eius.

Vangelo (Mc 13,24-32)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Il giorno della seconda venuta

San Tommaso
(S. Th. Suppl. q. 88, a. 3, in contrario e corpo;
4 Sent. dist. 47, q. 1, a. 1, sol. probl. 3)

   In S. Marco (13,22) si legge: «Di quel giorno o di quell’ora nessuno sa nulla, neanche gli angeli del cielo, e nemmeno il Figlio, ma solo il Padre». Si dice però che il Figlio non li conosce in quanto non li fa conoscere a noi.
   S. Paolo (1 Ts 5,2) inoltre afferma: «Il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte». Perciò, come la venuta di un ladro notturno è del tutto ignota, così è del tutto ignoto il giorno del giudizio finale.
   Dio è causa delle cose mediante la sua conoscenza. Ed egli comunica alle creature sia l’una che l’altra cosa: perché conferisce loro virtù di causare altre cose; e ad alcune di esse concede anche la conoscenza delle cose. Ma in entrambi i casi egli si riserva qualcosa: compie infatti alcuni effetti nei quali nessuna creatura coopera con lui; e similmente conosce alcune cose che nessuna creatura può conoscere. Ora, tra queste niente è più riservato di quanto è soggetto al solo potere di Dio, in cui nessuna creatura è ammessa a cooperare. Tale è appunto la fine del mondo, con la quale coinciderà il giorno del giudizio: infatti il mondo non finirà per una causa creata; così come non ebbe inizio che immediatamente da Dio. Ecco perché è giusto che la conoscenza della fine del mondo sia riservata a Dio soltanto. A questo motivo sembra alludere il Signore stesso quando dice: «Non sta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservati al suo potere»; come per dire: «Non potete conoscere le cose che sono riservate esclusivamente alla potenza di Dio».

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. Suppl. q. 88, a. 3, sed contra e corpus;
4 Sent
. dist. 47, q. 1, a. 1, q.la 3)

   Sed contra est quod dicitur Marc. 13,32: de die illa vel hora nemo scit; neque Angeli in caelo, neque Flius, nisi Pater. Dicitur autem Filius nescire, inquantum nos scire non facit.
   Praeterea, 1 Thessal. 5,2: dies Domini sicut fur in nocte, ita veniet. Ergo videtur, cum adventus furis in nocte sit omnino incertus, quod dies ultimi judicii sit omnino incertus.
   Ad tertiam quaestionem dicendum, quod Deus per scientiam suam est causa rerum. Utrumque autem creaturis communicat, dum et rebus tribuit virtutem agendi alias res quarum sint causa, et quibusdam etiam rerum cognitionem praebet; sed in utroque aliqua sibi reservat. Operatur enim quaedam in quibus nulla creatura ei cooperatur; et similiter cognoscit quaedam quae a nulla pura creatura cognoscuntur. Haec autem nulla alia magis esse debent quam illa quae soli divinae subjacent potestati, in quibus ei nulla creatura cooperatur; et hujusmodi est finis mundi, in quo erit dies judicii. Non enim per aliquam causam creatam mundus finietur, sicut etiam et mundus esse incepit immediate a Deo; unde dicitur, quod cognitio finis mundi soli Deo reservatur. Et hanc rationem ipse Dominus videtur assignare Act. 1,7: non est, inquit, vestrum nosse tempora vel momenta, quae Pater posuit in sua potestate; quasi dicat, quae soli potestati ejus reservata sunt.

CondividiShare on FacebookShare on Google+