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14 novembre Mercoledì – 32a Settimana del Tempo Ordinario

14 novembre Mercoledì – 32a Settimana del Tempo Ordinario
06/11/2017 elena

14 novembre
Mercoledì – 32a Settimana
del Tempo Ordinario

Prima lettura (Tt 3,1-7)

   Carissimo, ricorda [a tutti] di essere sottomessi alle autorità che governano, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona; di non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini. Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Grandezza della giustificazione
del peccatore

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 113, a. 9, corpo)

   Un’opera può dirsi grande in due modi. Primo, per il modo in cui viene compiuta. E in questo senso l’opera più grande è la creazione, in cui c’è la produzione dell’essere dal nulla. Secondo, un’opera può dirsi grande per la grandezza di ciò che viene prodotto. E in questo senso la giustificazione del peccatore, che termina nel bene eterno della partecipazione di Dio, è più grande della creazione del cielo e della terra, che termina a un bene mutevole. Per questo S. Agostino, dopo aver affermato che «fare di un peccatore un giusto è un’opera più grande che creare il cielo e la terra», aggiunge: «Infatti il cielo e la terra passeranno; mentre la salvezza e la giustificazione dei predestinati resteranno per sempre». – Si noti però che la grandezza di una cosa può essere considerata sotto due aspetti. Primo, sotto l’aspetto della quantità assoluta. E in questo senso il dono della gloria è maggiore del dono della grazia che giustifica i peccatori; e così la glorificazione dei giusti è un’opera più grande della giustificazione del peccatore. Secondo, la grandezza di una cosa può essere considerata in rapporto alla quantità relativa, o di proporzione: e in questo senso si può dire che un monte è piccolo, e che una data pianta di miglio è grande. E sotto questo aspetto il dono della grazia che giustifica il peccatore è più grande del dono della gloria che rende beato il giusto: poiché il dono della grazia sorpassa il merito del peccatore, che era meritevole di pena, molto più di quanto il dono della gloria supera il merito del giusto il quale, per il fatto che era giustificato, era degno della gloria. Per cui S. Agostino continua: «Chi è in grado giudichi se sia cosa più grande creare degli angeli giusti o giustificare dei peccatori. Certamente, anche se la potenza è uguale in tutti e due i casi, la misericordia è più grande in quest’ultimo».

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I-II, q. 113, a. 9, corpus)

   Respondeo dicendum quod opus aliquod potest dici magnum dupliciter. Uno modo, ex parte modi agendi. Et sic maximum est opus creationis, in quo ex nihilo fit aliquid. Alio modo potest dici opus magnum propter magnitudinem eius quod fit. Et secundum hoc, maius opus est iustificatio impii, quae terminatur ad bonum aeternum divinae participationis, quam creatio caeli et terrae, quae terminatur ad bonum naturae mutabilis. Et ideo Augustinus, cum dixisset quod maius est quod ex impio fiat iustus, quam creare caelum et terram, subiungit, caelum enim et terra transibit, praedestinatorum autem salus et iustificatio permanebit. – Sed sciendum est quod aliquid magnum dicitur dupliciter. Uno modo, secundum quantitatem absolutam. Et hoc modo donum gloriae est maius quam donum gratiae iustificantis impium. Et secundum hoc, glorificatio iustorum est maius opus quam iustificatio impii. Alio modo dicitur aliquid magnum quantitate proportionis, sicut dicitur mons parvus, et milium magnum. Et hoc modo donum gratiae impium iustificantis est maius quam donum gloriae beatificantis iustum, quia plus excedit donum gratiae dignitatem impii, qui erat dignus poena, quam donum gloriae dignitatem iusti, qui ex hoc ipso quod est iustificatus, est dignus gloria. Et ideo Augustinus dicit ibidem, iudicet qui potest, utrum maius sit iustos Angelos creare quam impios iustificare. Certe, si aequalis est utrumque potentiae, hoc maioris est misericordiae.

Vangelo (Lc 17,11-19)

   Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
   Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
   Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
   Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Dovere del ringraziamento

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 17, lez. 5, vv. 11-14)

   AMBROGIO: Dopo la parabola suddetta vengono biasimati gli ingrati; infatti si dice: Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa. TITO: Per mostrare che i Samaritani erano benevoli, mentre i Giudei erano ingrati riguardo ai benefici suddetti; c’era infatti dissidio tra i Samaritani e i Giudei, e per mettere pace tra di loro egli passa in mezzo a entrambi per fare di essi un solo uomo nuovo. CIRILLO: Quindi il Salvatore manifesta la sua gloria attraendo Israele alla fede; per cui segue: Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che erano stati espulsi dalle città e dai castelli, ed erano come immondi secondo il rito della legge mosaica. TITO: Essi vivevano in comune sentendosi solidali fra loro in quanto partecipi della stessa disgrazia; e aspettavano il passaggio di Gesù, guardando ansiosamente alla sua venuta; perciò prosegue: si fermarono a distanza; e questo perché la legge dei Giudei giudicava la lebbra immonda, mentre la legge evangelica considera immonda non la lebbra esteriore, ma quella interiore. TEOFILATTO: Si fermarono a distanza quasi vergognandosi per l’immondezza che veniva loro attribuita; pensavano infatti che Gesù li avrebbe guardati con ribrezzo come facevano gli altri. Perciò si fermarono a distanza; ma poi si avvicinarono supplicando: infatti «Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero» (Sal 144,18); perciò continua: e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». TITO: Dicono il nome di Gesù e ottengono la realtà; infatti Gesù si interpreta Salvatore; dicono: abbi pietà di noi!, grazie all’esperienza del suo potere; infatti non chiedono né oro né argento, ma di ottenere un aspetto sano del loro corpo. TEOFILATTO: Non lo supplicano semplicemente, né lo pregano come un essere mortale, ma lo chiamano maestro, ossia Signore, quasi come considerandolo Dio. Ma egli chiede loro di presentarsi ai sacerdoti; per cui continua: Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti»; infatti quelli verificavano se fossero stati liberati dalla lebbra oppure no. CIRILLO: Inoltre la legge prescriveva che i mondati dalla lebbra offrissero un sacrificio per la purificazione. TEOFILATTO: Pertanto comandare loro di recarsi dai sacerdoti non significava se non che dovevano essere curati; per cui prosegue: E mentre essi andavano, furono purificati. CIRILLO: Con ciò i sommi sacerdoti dei Giudei, che erano gelosi della sua gloria, potevano conoscere che erano stati guariti improvvisamente e miracolosamente da Cristo, il quale aveva concesso loro la salute.

Testo latino di S. Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 17, lect. 5, vv. 11-13a)

   Ambrosius. Post praedictam parabolam reprehenduntur ingrati; dicitur enim et factum est, dum iret Iesus in Ierusalem, transibat per mediam Samariam et Galilaeam. Titus. Ut ostendat quod Samaritani quidem benevoli, Iudaei vero praedictis beneficiis sunt ingrati: erat enim discordia inter Samaritanos et Iudaeos: quam ipse quasi pacificans inter utrosque transit, ut utrosque compingat in unum novum hominem. Cyrillus. Deinde suam gloriam salvator manifestat, attrahens ad fidem Israel; unde sequitur et cum ingrederetur quoddam castellum, occurrerunt ei decem viri leprosi, ab urbibus et oppidis expulsi, et quasi immundi ritu legis Mosaicae. Titus. Conversabantur autem ad invicem, quia fecerat eos unanimes communitas passionis; et praestolabantur transitum Iesu, solliciti donec advenientem Christum viderent; unde sequitur qui steterunt a longe: eo quod lex Iudaeorum lepram immundam iudicat; lex autem evangelica non externam, sed internam asserit esse immundam. Theophylactus. A longe ergo stabant quasi verecundantes de immunditia quae eis imputabatur: putabant enim quod Christus eos fastidiret ad modum aliorum. Sic ergo astiterunt loco, sed facti sunt proximi deprecando: prope enim est Dominus omnibus invocantibus eum in veritate; unde sequitur et levaverunt vocem, dicentes: Iesu praeceptor, miserere nostri. Titus. Dicunt nomen Iesu, et lucrifaciunt rem; nam Iesus interpretatur salvator: dicunt miserere nobis, propter experientiam virtutis eius; neque argentum petentes neque aurum, sed ut aspectum corporis sanum obtineant. Theophylactus. Nec simpliciter obsecrant eum, nec rogant eum ut mortalem: vocat eum praeceptorem, idest Dominum, quo pene videntur hunc opinari Deum. At ipse iubet illis ut ostenderent se sacerdotibus; unde sequitur quos ut vidit, dixit: ite, ostendite vos sacerdotibus: ipsi enim experiebantur si mundati forent a lepra vel non. Cyrillus. Lex etiam mundatos a lepra iubebat offerre sacrificium causa purgationis. Theophylactus. Iubere ergo eis ut irent ad sacerdotes, nihil aliud innuebat nisi quod debebant curari; unde sequitur et factum est, dum irent, mundati sunt. Cyrillus. In quo Iudaeorum pontifices aemuli gloriae eius cognoscere poterant quod inopinate et mirifice sanati sunt, concedente Christo eis salutem.

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