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11 novembre 32a Domenica del Tempo Ordinario

11 novembre 32a Domenica del Tempo Ordinario
06/11/2017 elena

11 novembre
32a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (1 Re 17,10-16)

   In quei giorni, il profeta Elia si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere». Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane». Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo». Elia le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”». Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia.

La beneficenza

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 31, a. 1, corpo)

   La beneficenza consiste essenzialmente nel fare del bene a qualcuno. Ma questo bene può essere considerato sotto due punti di vista. Prima di tutto sotto l’aspetto generico del bene. E da questo lato appartiene alla beneficenza in generale. E allora è un atto di amicizia, e quindi di carità. Infatti ogni atto di amore, come si è detto, include la benevolenza, con la quale uno vuole del bene all’amico. Ma la volontà tende a compiere ciò che vuole, se ne ha la possibilità. Perciò all’atto di amore segue logicamente la beneficenza verso l’amico. Quindi la beneficenza, nel suo aspetto generico, è un atto dell’amicizia, o della carità. Se però il bene che uno fa ad altri viene considerato sotto un qualche aspetto particolare di bene, allora la beneficenza riveste una speciale natura, e appartiene a una virtù speciale.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. II-II, q. 31, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod beneficentia nihil aliud importat quam facere bonum alicui. Potest autem hoc bonum considerari dupliciter. Uno modo, secundum communem rationem boni. Et hoc pertinet ad communem rationem beneficentiae. Et hoc est actus amicitiae, et per consequens caritatis. Nam in actu dilectionis includitur benevolentia, per quam aliquis vult bonum amico, ut supra habitum est. Voluntas autem est effectiva eorum quae vult, si facultas adsit. Et ideo ex consequenti benefacere amico ex actu dilectionis consequitur. Et propter hoc beneficentia secundum communem rationem, est amicitiae vel caritatis actus. Si autem bonum quod quis facit alteri accipiatur sub aliqua speciali ratione boni, sic beneficentia accipiet specialem rationem, et pertinebit ad aliquam specialem virtutem.

Seconda lettura (Eb 9,24-28)

   Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

La seconda venuta

San Tommaso
(Sulla lettera agli Ebrei,
c. 9, lez. 5, v. 28, n. 478)

   v. 28. Apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza. Intorno alla seconda venuta dice due cose. Primo, pone una differenza tra questa e la prima, poiché la seconda venuta sarà senza alcuna relazione col peccato. Nella prima infatti, sebbene egli non avesse alcun peccato, tuttavia venne «nella somiglianza della carne del peccato». Rm 8,3. Inoltre nella prima venuta fu fatto vittima per il peccato. 2 Cor 5,21: «Colui che non aveva conosciuto il peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore». Nella seconda venuta invece non ci saranno queste cose, per cui dice che apparirà… senza alcuna relazione con il peccato.
   In secondo luogo espone ciò che è proprio della seconda venuta, quando non apparirà per essere giudicato, ma per giudicare, dando la ricompensa secondo i meriti. Per cui dice che apparirà, e certamente a tutti, anche a coloro che lo offesero, secondo l’umanità, ma solo agli eletti, che mediante la fede l’aspettano per la loro salvezza, secondo la divinità. Is 30,18: «Beati coloro che lo attendono». Fil 3, 20 s.: «Aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso».

Testo latino di S. Tommaso
(Super epistolam ad Hebraeos,

c. 9, lect. 5, v. 28, n. 478)

   Quantum ad secundum dicit: secundo autem sine peccato apparebit. De secundo adventu dicit duo. Primo ponit differentiam eius ad primum, quia secundus erit sine peccato. In primo enim, etsi peccatum non habuerit, tamen venit in similitudinem carnis peccati, Rom. 8,3. Item in primo factus est hostia pro peccato. 2 Cor. 5,21: eum qui peccatum non noverat, pro nobis peccatum fecit. In secundo vero ista non erunt, ideo dicit, quod apparebit sine peccato. Secundo ponit illud, quod est proprium secundo adventui, quia non apparebit ut iudicetur, sed ut iudicet, remunerans pro meritis. Unde dicit, quod apparebit. Et quidem licet omnibus, etiam his qui eum pupugerunt secundum carnem, tamen secundum divinitatem solum electis, expectantibus se per fidem, in salutem eorum. Is. 30,18: beati omnes, qui expectant eum. Phil. 3,20 s.: salvatorem expectamus Dominum Iesum Christum, qui reformabit corpus humilitatis nostrae, configuratum corpori claritatis suae.

Vangelo (Mc 12,38-44)

   In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

L’obolo della vedova

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 6, corpo)

   Il necessario può essere di due specie. Primo, può trattarsi di un bene senza di cui un dato essere non può sussistere. Ora, dare l’elemosina con tale necessario è assolutamente proibito: p. es. nel caso in cui uno, trovandosi in necessità, avesse appena di che sostentare se stesso e i propri figli, o altre persone a lui affidate. Infatti dare l’elemosina con questo necessario equivale a togliere la vita a se stesso e ai propri cari. A meno che non si tratti forse del caso in cui, togliendolo a se stesso, uno lo offra a una persona qualificata che è di sostegno alla Chiesa o alla patria: poiché per la salvezza di una tale persona sarebbe lodevole che uno esponesse se stesso e i suoi al pericolo di morte, dovendo il bene comune essere preferito al bene proprio. Secondo, un bene può essere necessario nel senso che senza di esso non è possibile vivere secondo la condizione o lo stato della propria persona, o delle persone affidate alle proprie cure. Però i limiti di questo necessario non sono qualcosa di rigidamente definito: poiché con l’aggiunta di molti beni non si può giudicare senz’altro di essere al di là di tale necessario; e con la sottrazione di molte cose rimane ancora possibile vivere secondo il proprio stato. Ora, fare elemosina con questi beni è cosa buona: ma non è di precetto, bensì di consiglio. Ci sarebbe invece un disordine se uno elargisse dei suoi beni tanto da non poter vivere, con ciò che rimane, secondo il proprio stato, o da non poter compiere i propri doveri: infatti nessuno deve vivere in maniera indecorosa. – Però qui vanno fatte tre eccezioni. La prima si avvera quando uno muta il proprio stato entrando in religione. Infatti allora, elargendo tutto per amore di Cristo, uno compie un’opera di perfezione, passando a un altro stato. – Secondo, quando i beni di cui uno si priva, sebbene necessari alla sua condizione di vita, possono essere facilmente risarciti, senza gravi inconvenienti. – Terzo, quando capitasse l’estrema necessità di una qualche persona privata, o anche una grande necessità della patria. In questi casi infatti uno fa bene a trascurare le esigenze del proprio stato per far fronte a una necessità più grave.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod necessarium dupliciter dicitur. Uno modo, sine quo aliquid esse non potest. Et de tali necessario omnino eleemosyna dari non debet, puta si aliquis in articulo necessitatis constitutus haberet solum unde posset sustentari, et filii sui vel alii ad eum pertinentes; de hoc enim necessario eleemosynam dare est sibi et suis vitam subtrahere. Sed hoc dico nisi forte talis casus immineret ubi, subtrahendo sibi, daret alicui magnae personae, per quam Ecclesia vel respublica sustentaretur, quia pro talis personae liberatione seipsum et suos laudabiliter periculo mortis exponeret, cum bonum commune sit proprio praeferendum. Alio modo dicitur aliquid esse necessarium sine quo non potest convenienter vita transigi secundum conditionem vel statum personae propriae et aliarum personarum quarum cura ei incumbit. Huius necessarii terminus non est in indivisibili constitutus, sed multis additis, non potest diiudicari esse ultra tale necessarium; et multis subtractis, adhuc remanet unde possit convenienter aliquis vitam transigere secundum proprium statum. De huiusmodi ergo eleemosynam dare est bonum, et non cadit sub praecepto, sed sub consilio. Inordinatum autem esset si aliquis tantum sibi de bonis propriis subtraheret ut aliis largiretur, quod de residuo non posset vitam transigere convenienter secundum proprium statum et negotia occurrentia, nullus enim inconvenienter vivere debet. Sed ab hoc tria sunt excipienda. Quorum primum est quando aliquis statum mutat, puta per religionis ingressum. Tunc enim, omnia sua propter Christum largiens, opus perfectionis facit, se in alio statu ponendo. Secundo, quando ea quae sibi subtrahit, etsi sint necessaria ad convenientiam vitae, tamen de facili resarciri possunt, ut non sequatur maximum inconveniens. Tertio, quando occurreret extrema necessitas alicuius privatae personae, vel etiam aliqua magna necessitas reipublicae. In his enim casibus laudabiliter praetermitteret aliquis id quod ad decentiam sui status pertinere videretur, ut maiori necessitati subveniret.

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