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7 novembre Mercoledì – 31a Settimana del Tempo Ordinario

7 novembre Mercoledì – 31a Settimana del Tempo Ordinario
06/11/2017 elena

7 novembre
Mercoledì – 31a Settimana
del Tempo Ordinario

Prima lettura (Fil 2,12-18)

   Miei cari, voi che siete stati sempre obbedienti, non solo quando ero presente ma molto più ora che sono lontano, dedicatevi alla vostra salvezza con rispetto e timore. È Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore. Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo, tenendo salda la parola di vita. Così nel giorno di Cristo io potrò vantarmi di non aver corso invano, né invano aver faticato. Ma, anche se io devo essere versato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me.

Dio suscita in voi
il volere e l’operare

San Tommaso
(S. Th. I, q. 83, a. 1, soluzione 3)

   3. Il libero arbitrio è causa del suo operare, dato che l’uomo muove se stesso all’azione per mezzo del libero arbitrio. Tuttavia la libertà non esige necessariamente che l’essere libero sia la prima causa di se stesso, come per ammettere che una cosa sia causa di un’altra non si richiede che ne sia la causa prima. Dio dunque è la causa prima, che muove le cause naturali e quelle volontarie. E come col muovere le cause naturali non toglie che i loro atti siano naturali, così muovendo le cause volontarie non toglie alle loro azioni di essere volontarie, anzi, è proprio lui che le fa essere tali: infatti egli opera in tutte le cose secondo le proprietà di ciascuna.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I, q. 83, a. 1, ad tertium)

   Ad tertium dicendum quod liberum arbitrium est causa sui motus, quia homo per liberum arbitrium seipsum movet ad agendum. Non tamen hoc est de necessitate libertatis, quod sit prima causa sui id quod liberum est, sicut nec ad hoc quod aliquid sit causa alterius, requiritur quod sit prima causa eius. Deus igitur est prima causa movens et naturales causas et voluntarias. Et sicut naturalibus causis, movendo eas, non aufert quin actus earum sint naturales; ita movendo causas voluntarias, non aufert quin actiones earum sint voluntariae, sed potius hoc in eis facit, operatur enim in unoquoque secundum eius proprietatem.

Vangelo (Lc 14,25-33)

   In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
   Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
   Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
   Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
   Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 14, lez. 6, v. 33)

   AGOSTINO: Ora, in che modo queste similitudini siano pertinenti, lo mostra in modo assai chiaro dicendo: Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Così le spese per la costruzione della torre e il valore di diecimila uomini contro un re che ne ha ventimila non sono altro che il rinunciare da parte di ciascuno a tutto ciò che gli appartiene. E il discorso precedente concorda con quest’ultimo, poiché nel fatto che uno rinunzia a tutto ciò che gli appartiene è anche compreso che egli odi il padre, la madre, i figli, i fratelli, le sorelle, e persino la propria vita. Infatti per qualcuno tutte queste cose che gli sono proprie per lo più implicano l’impedimento di ottenere non queste cose proprie passeggere, ma quelle comuni, che durano eternamente. BASILIO: Ora, negli esempi suddetti l’intenzione del Signore non è certo quella di dare il potere di diventare o non diventare suoi discepoli, come è lecito non dare inizio al fondamento o trattare la pace, ma quella di mostrare l’impossibilità di osservare il divino beneplacito in mezzo a cose che distraggono l’anima, che in mezzo ad esse si trova in pericolo, resa venale dalle astuzie del demonio. BEDA: Ora, c’è distanza fra il rinunciare a tutte le cose e lasciarle: infatti lasciare tutte le cose è di pochi perfetti, cioè posporre le preoccupazioni del mondo, mentre è di tutti i fedeli rinunciare a tutte le cose nel senso di tenere le cose del mondo senza però essere tenuti da esse nel mondo.

Testo latino di S. Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 14, lect. 6, v. 33)

   Augustinus ad Laetam. Quomodo autem pertineant istae similitudines, ipsa conclusione satis aperuit, dicens sic ergo omnis ex vobis qui non renuntiat omnibus quae possidet, non potest meus esse discipulus. Itaque sumptus ad turrim aedificandam, et valentia decem millium adversus regem qui viginti millia habet, nihil aliud est, quam ut renuntiet unusquisque omnibus quae sunt eius. Praelocutio autem superior cum extrema locutione concordat: in eo enim quod aliquis renuntiat omnibus quae sunt eius, etiam illud continetur ut oderit patrem suum, et matrem, et uxorem, et filios, et fratres, et sorores, adhuc et animam suam. Omnia enim haec propria alicuius sunt, quae plerumque implicant et impediunt ab obtinenda non ista propria temporaliter transitura, sed in aeternum mansura communia. Basilius. Est autem intentio Domini per exempla praedicta non utique praebere potestatem eius discipulum fieri vel non fieri, sicut licet vel non inchoare fundamentum vel tractare pacem; sed ostendere impossibilitatem divini beneplaciti observandi inter distrahentia animam, inter quae periclitatur facta venalis ab astutiis daemonis. Beda. Distat autem inter renuntiare omnibus et relinquere omnia: paucorum enim perfectorum est relinquere omnia, hoc est curas mundi postponere; cunctorum autem fidelium est renuntiare omnibus, hoc est sic tenere quae mundi sunt, ut tamen per ea non teneantur in mundo.

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