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5 novembre Lunedì – 31a Settimana del Tempo Ordinario

5 novembre Lunedì – 31a Settimana del Tempo Ordinario
06/11/2017 elena

5 novembre
Lunedì – 31a Settimana
del Tempo Ordinario

Prima lettura (Fil 2,1-4)

   Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.

Mettersi al di sotto degli altri

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 161, a. 3, corpo)

   In ogni individuo si possono considerare due cose: ciò che appartiene a Dio e ciò che appartiene all’uomo. All’uomo appartiene ogni difetto, a Dio invece tutto ciò che vale per la salvezza e la perfezione, secondo le parole di Os 13 [9]: Da te la tua perdizione, Israele; solo da me proviene il tuo aiuto. Ora, come si è detto, l’umiltà riguarda propriamente la riverenza con la quale l’uomo si sottomette a Dio. Quindi ciascun uomo, secondo ciò che gli appartiene, deve mettersi al disotto di qualsiasi altra persona rispetto ai doni di Dio che sono in essa. – L’umiltà però non richiede che uno metta i doni che egli stesso ha ricevuto al disotto dei doni di Dio che scorge in [qualsiasi] altro. Infatti chi è partecipe dei doni di Dio ha la coscienza di averli, secondo le parole di 1 Cor 2 [12]: Per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Quindi, senza pregiudizio per l’umiltà, si possono preferire i doni ricevuti da noi a quelli che ci risultano conferiti ad altri; come S. Paolo dice: Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli (Ef 3,5). – Parimenti l’umiltà non esige che uno metta se stesso, quanto a ciò che è suo in lui, al disotto di ciò che è umano nel prossimo. Altrimenti bisognerebbe che ognuno si considerasse più peccatore di ogni altra persona, mentre S. Paolo, senza mancare di umiltà, affermava: Noi per nascita siamo Giudei, e non pagani peccatori (Gal 2,15). – Tuttavia uno può pensare che nel prossimo c’è del bene che egli non ha, oppure che in se stesso c’è del male che non si trova negli altri: e così può sempre mettersi al disotto del prossimo.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. II-II, q. 161, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod in homine duo possunt considerari, scilicet id quod est Dei, et id quod est hominis. Hominis autem est quidquid pertinet ad defectum, sed Dei est quidquid pertinet ad salutem et perfectionem, secundum illud Osee 13 [9], perditio tua, Israel, ex me tantum auxilium tuum. Humilitas autem, sicut dictum est [a. 1 ad 5; a. 2 ad 3], proprie respicit reverentiam qua homo Deo subiicitur. Et ideo quilibet homo, secundum id quod suum est, debet se cuilibet proximo subiicere quantum ad id quod est Dei in ipso. – Non autem hoc requirit humilitas, ut aliquis id quod est Dei in seipso, subiiciat ei quod apparet esse Dei in altero. Nam illi qui dona Dei participant, cognoscunt se ea habere, secundum illud 1 ad Cor. 2 [12], ut sciamus quae a Deo donata sunt nobis. Et ideo absque praeiudicio humilitatis possunt dona quae ipsi acceperunt, praeferre donis Dei quae aliis apparent collata, sicut apostolus, ad Eph. 3 [5], dicit, aliis generationibus non est agnitum filiis hominum, sicut nunc revelatum est sanctis apostolis eius. – Similiter etiam non hoc requirit humilitas, ut aliquis id quod est suum in seipso, subiiciat ei quod est hominis in proximo. Alioquin, oporteret ut quilibet reputaret se magis peccatorem quolibet alio, cum tamen apostolus absque praeiudicio humilitatis dicat, Gal. 2 [15], nos natura Iudaei, et non ex gentibus peccatores. – Potest tamen aliquis reputare aliquid boni esse in proximo quod ipse non habet, vel aliquid mali in se esse quod in alio non est, ex quo potest ei se subiicere per humilitatem.

Vangelo (Lc 14,12-14)

   In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

La ricompensa futura

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 14, lez. 3, v. 15)

   Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti. BEDA: Sebbene tutti risorgano, tuttavia si dice risurrezione quella dei giusti perché in questa risurrezione essi non dubitano di essere beati; perciò coloro che invitano i poveri al banchetto, in futuro riceveranno i premi, mentre coloro che invitano gli amici, i fratelli e i ricchi ricevono già ora la loro mercede. Se però uno fa questo per amore di Dio sull’esempio dei figli di Giobbe, Dio, che ha comandato i doveri dell’amore fraterno, gli concederà la ricompensa. CRISOSTOMO: Ma direte: il povero è immondo e sporco. Allora lavalo, e fallo sedere alla tua mensa. Se ha dei vestiti sporchi, dagli un indumento pulito. Per mezzo di lui è Cristo che viene, e tu racconti cose futili? GREGORIO NISSENO: Non trascurare gli ammalati come se non fossero degni di nulla; pensa chi sono e scoprirai la loro dignità. Essi hanno rivestito l’immagine del Salvatore, sono eredi dei beni futuri, posseggono le chiavi del regno, idonei ad accusare e scusare, non parlando loro stessi, ma in quanto esaminati dal giudice. CRISOSTOMO: Perciò è opportuno che tu li accolga su nel terrazzo; e se ciò non piace, almeno in basso, dove stanno gli animali e la servitù, perché è Cristo che tu accogli. Che il povero sia trattato almeno come un guardiano; infatti, dove si fa l’elemosina, il diavolo non osa entrare; e se non lo fai sedere con te, fagli almeno giungere le vivande della tua mensa. ORIGENE: In senso mistico chi evita la vanagloria invita i poveri al banchetto spirituale, cioè gli inesperti, per arricchirli; i deboli, cioè coloro che hanno una coscienza ammalata, per guarirli; gli zoppi, cioè quelli che si allontanano dalla ragione, per ricondurli sulla retta via; i ciechi, cioè coloro che sono privi della contemplazione della verità, per mostrare loro la luce vera. Mentre poi viene detto: perché non hanno da ricambiarti, ossia non sanno come risponderti.

Testo latino di S. Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 14, lect. 3, v. 15)

   «Retribuetur enim in resurrectione iustorum». Beda. Et si omnes resurgunt, iustorum tamen resurrectio dicitur, quia in hac resurrectione beatos se esse non dubitant; ergo qui pauperes ad convivium vocant, in futuro praemia recipient; qui autem amicos, fratres et divites vocat, recepit mercedem suam. Sed si hoc propter Deum facit in exemplum filiorum Iob, sicut cetera fraternae dilectionis officia, ipse qui iussit remunerat. Chrysostomus. Sed dicitis: immundus est pauper et sordidus. Lava eum, et fac tecum in mensa sedere. Si vestes sordidas habet, mundum indumentum exhibeas. Christus accedit per eum, et tu frivola loqueris? Gregorius Nyssenus. Non ergo negligas iacentes, quasi nullo sint digni; cogita qui sint, et pretiositatem eorum invenies. Salvatoris induerunt imaginem, futurorum bonorum heredes, regni clavigeri, accusatores et excusatores idonei, non loquentes, sed inspecti a iudice. Chrysostomus. Decet ergo eos sursum in solario suscipere; si non placet, saltem deorsum, ubi sunt subiugalia et famuli, Christum suscipias: fiat saltem pauper aedituus: ubi enim est eleemosyna, non audet intrare diabolus: et si non secum consedeas, mitte saltem eis de mensa fercula. Origenes. Mystice vero qui vanam gloriam vitat, vocat ad spirituale convivium pauperes, idest imperitos, ut ditet; debiles, hoc est laesam conscientiam habentes, ut sanet; claudos, idest declinantes a ratione, ut rectas semitas faciant; caecos, idest qui carent contemplatione veritatis, ut veram lucem videant. Quod autem dicitur non possunt retribuere tibi, idest non noverunt responsum proferre.

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