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4 novembre 31a Domenica del Tempo Ordinario

4 novembre 31a Domenica del Tempo Ordinario
03/11/2017 elena

4 novembre
31a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Dt 6,2-6)

   Mosè parlò al popolo dicendo: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni. Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».

Amare Dio con tutto il cuore

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 44, a. 4, soluzione 2)

   2. Dio può essere amato con tutto il cuore in due modi. Primo, attualmente, cioè in maniera che tutto il cuore dell’uomo sia sempre attualmente proteso verso Dio. E questa è la perfezione della patria beata. Secondo, in maniera che tutto il cuore di un uomo sia proteso verso Dio a modo di abito: cioè in modo che il cuore non ammetta nulla contro l’amore di Dio. E questa è la perfezione della vita presente, con la quale non è incompatibile il peccato veniale: perché tale peccato non esclude l’abito della carità, avendo un oggetto che non è ad essa contrario, ma che ne ostacola solo l’esercizio.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. II-II, q. 44, a. 4, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod dupliciter contingit ex toto corde Deum diligere. Uno quidem modo, in actu, idest ut totum cor hominis semper actualiter in Deum feratur. Et ista est perfectio patriae. Alio modo, ut habitualiter totum cor hominis in Deum feratur, ita scilicet quod nihil contra Dei dilectionem cor hominis recipiat. Et haec est perfectio viae. Cui non contrariatur peccatum veniale, quia non tollit habitum caritatis, cum non tendat in oppositum obiectum; sed solum impedit caritatis usum.

Seconda lettura (Eb 7,23-28)

   Fratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso. La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.

Perennità del sacerdozio di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 22, a. 5, in contrario e corpo)

   Nel Sal 109 [4] è detto: Tu sei sacerdote per sempre.
   Nell’ufficio sacerdotale possiamo considerare due aspetti: primo, la celebrazione stessa del sacrificio; secondo, il risultato del sacrificio, che consiste nel conseguimento della sua finalità da parte di coloro per i quali esso è offerto. Ora, il fine del sacrificio di Cristo non furono i beni temporali, ma quelli eterni, che noi otteniamo attraverso la sua morte, per cui Cristo è sommo sacerdote dei beni futuri (Eb 9,11); ragione per cui si dice che il suo sacerdozio è eterno. E tale risultato del sacrificio di Cristo era prefigurato dal fatto che il pontefice dell’antica legge entrava una volta all’anno nel Santo dei Santi con il sangue di un capro e di un vitello, come è detto in Lv 16 [11], però dopo averli immolati fuori, non nello stesso Santo dei Santi. E similmente Cristo entrò nel Santo dei Santi, cioè nel cielo, e aprì a noi la via affinché vi entrassimo in virtù del suo sangue che egli versò per noi sulla terra.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. III, q. 22, a. 5, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur in Psalmo [109,4], tu es sacerdos in aeternum.
   Respondeo dicendum quod in officio sacerdotis duo possunt considerari, primo quidem ipsa oblatio sacrificii; secundo, ipsa sacrificii consummatio, quae quidem consistit in hoc quod illi pro quibus sacrificium offertur finem sacrificii consequuntur. Finis autem sacrificii quod Christus obtulit, non fuerunt bona temporalia, sed aeterna, quae per eius mortem adipiscimur, unde dicitur, Heb. 9 [11], quod Christus est assistens pontifex futurorum bonorum, ratione cuius Christi sacerdotium dicitur esse aeternum. Et haec quidem consummatio sacrificii Christi praefigurabatur in hoc ipso quod pontifex legalis semel in anno cum sanguine hirci et vituli intrabat in sancta sanctorum, ut dicitur Levit. 16 [11 sqq.], cum tamen hircum et vitulum non immolaret in sancta sanctorum, sed extra. Similiter Christus in sancta sanctorum idest in ipsum caelum intravit et nobis viam paravit intrandi per virtutem sanguinis sui, quem pro nobis in terra effudit.

Vangelo (Mc 12,28-34)

   In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

L’ordine della carità

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 44, a. 8, soluzione 2)

   2. Nella Sacra Scrittura è insegnato espressamente l’ordine delle quattro cose da amarsi con amore di carità. Viene infatti comandato di amare Dio con tutto il cuore, per farci comprendere che dobbiamo amare Dio sopra tutte le cose. Quando poi è comandato di amare il prossimo come se stessi, l’amore di se stessi è posto prima dell’amore del prossimo. Parimenti, quando è comandato in 1 Gv 3 [16] che dobbiamo dare la vita per i nostri fratelli, cioè la vita corporale, si intende che dobbiamo amare il prossimo più del nostro corpo. Quando infine è comandato, in Gal 6 [10], di fare il bene soprattutto verso i fratelli nella fede, e quando è rimproverato, in 1 Tm 5 [8], colui che non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, si può intendere chiaramente che tra i prossimi dobbiamo amare maggiormente i migliori e i congiunti più stretti.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. II-II, q. 44, a. 8, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod ordo quatuor diligendorum ex caritate in sacra Scriptura exprimitur. Nam cum mandatur quod Deum ex toto corde diligamus, datur intelligi quod Deum super omnia debemus diligere. Cum autem mandatur quod aliquis diligat proximum sicut seipsum, praefertur dilectio sui ipsius dilectioni proximi. Similiter etiam cum mandatur, 1 Ioan. 3 [16], quod debemus pro fratribus animam ponere, idest vitam corporalem, datur intelligi quod proximum plus debemus diligere quam corpus proprium. Similiter etiam cum mandatur, ad Gal. 6 [10], quod maxime operemur bonum ad domesticos fidei; et 1 ad Tim. 5 [8] vituperatur qui non habet curam suorum, et maxime domesticorum; datur intelligi quod inter proximos, meliores et magis propinquos magis debemus diligere.

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