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3 novembre Sabato – 30a Settimana del Tempo Ordinario

3 novembre Sabato – 30a Settimana del Tempo Ordinario
03/11/2017 elena

3 novembre
Sabato – 30a Settimana
del Tempo Ordinario

Prima lettura (Fil 1,18b-26)

   Fratelli, purché in ogni maniera, per convenienza o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. So infatti che questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo, secondo la mia ardente attesa e la speranza che in nulla rimarrò deluso; anzi nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Persuaso di questo, so che rimarrò e continuerò a rimanere in mezzo a tutti voi per il progresso e la gioia della vostra fede, affinché il vostro vanto nei miei riguardi cresca sempre più in Cristo Gesù, con il mio ritorno fra voi.

Per me vivere è Cristo

San Tommaso
(Sulla lettera ai Filippesi,
c. 1, lez. 3, v. 21, n. 32)

   32. Poi spiega in che modo ci mortifichiamo con la vita e con la morte dicendo «Per me infatti il vivere è Cristo…».
   La vita infatti comporta un certo movimento. Infatti si dicono vivere le cose che si muovono da se stesse. Perciò sembra che sia radicalmente vita dell’uomo ciò che costituisce in lui il primo principio. Ora, è tale ciò a cui il sentimento è unito come al proprio fine, poiché da esso l’uomo è mosso a ogni cosa. Perciò alcuni chiamano vita ciò da cui sono mossi ad agire, come i cacciatori la caccia, e gli amici l’amico. Così dunque Cristo è la nostra vita poiché il principio completo della nostra vita e della nostra operazione è Cristo. Per questo l’Apostolo dice: «Per me vivere è Cristo», poiché solamente Cristo lo muoveva ad agire.
   «E il morire un guadagno»: qui l’Apostolo parla in senso proprio. Infatti ciascuno pensa che sia per sé un vantaggio il poter migliorare la propria vita imperfetta. Così l’ammalato ritiene un vantaggio la vita sana. Ora, la nostra vita è Cristo. Col 3,3: «La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio». Ma qui (in questo mondo) è imperfetta. 2 Cor 5,6: «Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio, lontano dal Signore». Perciò, quando moriamo nel corpo, si perfeziona in noi la nostra vita, cioè il Cristo al quale allora siamo resi presenti. Sal 126,2: «Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno…». 2 Tm 4,6: «Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele…».

Testo latino di S. Tommaso
(Super epistolam ad Philippenses,

c. 1, lect. 3, v. 21, n. 32)

   Deinde exponit quomodo mortificabitur per vitam et per mortem, dicens mihi enim vivere, et cetera. Vita enim importat motionem quamdam. Illa enim vivere dicuntur, quae ex se moventur. Et inde est quod illud videtur esse radicaliter vita hominis, quod est principium motus in eo. Hoc autem est illud, cui affectus unitur sicut fini, quia ex hoc movetur homo ad omnia. Unde aliqui dicunt illud, ex quo moventur ad operandum, vitam suam, ut venatores venationem, et amici amicum. Sic ergo Christus est vita nostra, quoniam totum principium vitae nostrae et operationis est Christus. Et ideo dicit apostolus mihi enim vivere, etc., quia solus Christus movebat eum. Et mori lucrum, hic apostolus proprie loquitur. Quilibet enim sibi ad lucrum reputat, quando vitam quam habet imperfectam potest perficere. Sic infirmus ad lucrum reputat sanam vitam. Vita nostra Christus est. Col. c. 3,3: vita vestra abscondita est cum Christo in Deo. Sed hic est imperfecta. 2 Cor. c. 5,6: quamdiu sumus in corpore, peregrinamur a Domino. Et ideo quando morimur corpore, perficitur nobis vita nostra, scilicet Christus, cui tunc praesentes sumus. Ps. 126, v. 2: cum dederit dilectis suis somnum, et cetera. 2 Tim. 4,6: ego enim iam delibor, et tempus meae resolutionis instat, et cetera.

Vangelo (Lc 14,1.7-11)

   Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

L’umiliazione e l’esaltazione

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 14, lez. 2, v. 11)

   CIRILLO: Dopo aver mostrato con un esempio così piccolo la degradazione degli ambiziosi e l’esaltazione degli umili, egli aggiunge una gran cosa a una piccola, pronunciando una sentenza generale, quando continua: Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato; il che viene detto secondo il giudizio divino e non secondo la consuetudine umana, per la quale molti ottengono l’onore che bramano, mentre molti altri che si umiliano restano senza onore. TEOFILATTO: Inoltre non dev’essere rispettato alla fine, né da tutti, chi si immischia negli onori; perché, mentre da alcuni viene onorato, da altri viene disprezzato, e talvolta da quegli stessi uomini che esteriormente lo onorano. BEDA: E poiché l’Evangelista chiama questo ammonimento una parabola, si deve vedere che cosa essa significhi dal punto di vista mistico. Chiunque, essendo invitato, si presenta alle nozze tra Cristo e la Chiesa, essendo unito agli altri membri della Chiesa per mezzo della fede, non si esalti come se fosse superiore agli altri, vantandosi dei propri meriti. Infatti dovrà cedere il posto a un altro più degno che viene invitato dopo di lui, poiché è andato avanti a coloro che lo hanno preceduto nella sequela di Cristo; e così va a occupare con vergogna l’ultimo posto, ora che conosce le cose migliori fatte dagli altri, e abbassa l’alta stima che una volta aveva delle proprie azioni. Ora, uno si siede all’ultimo posto poiché è detto in Sir 3,20: «Quanto più sei grande, tanto più umiliati in tutto». Venendo poi il Signore, beatifica col nome di amico chi trova umile, e gli comanda di passare più avanti: «Infatti chiunque si farà piccolo come questo fanciullo sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 28,4). Ora, si dice in modo assai bello: Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali, perché tu non abbia a pensare fin d’ora che cosa ti sarà riservato alla fine. E ciò può essere inteso anche per questa vita, poiché quotidianamente Dio viene per il suo banchetto nuziale, disprezzando i superbi e concedendo agli umili doni del suo Spirito così grandi che l’assemblea dei commensali, cioè dei fedeli, dia loro gloria ammirandoli. Però, dalla conclusione generale che viene aggiunta si chiarisce in modo evidente che il precedente discorso del Signore va inteso in modo figurato (typice). Infatti non tutti quelli che si esaltano dinanzi agli uomini sono umiliati, né coloro che si umiliano dinanzi agli uomini sono da loro esaltati; ma chi si vanta dei propri meriti sarà umiliato da Dio, mentre chi si umilia per le proprie opere buone, verrà da lui esaltato.

Testo latino di S. Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 14, lect. 2, v. 11)

   Cyrillus. Ostenso igitur tam modico exemplo ambitiosorum contemptu, et non ambitiosorum exaltatione adicit magnum parvo, generalem sententiam proferens, cum subditur quia omnis qui se exaltat, humiliabitur; et qui se humiliat, exaltabitur: quod dicitur secundum divinum iudicium, non secundum humanam consuetudinem, secundum quam plures concupiscentes honorem consequuntur, alii vero se humiliantes inglorii remanent. Theophylactus. Porro non finaliter nec omnibus hominibus est reverendus qui se honoribus ingerit; sed dum a quibusdam honoratur, alii detrahunt ei, et quandoque etiam ipsi honorantes. Beda. Sed quoniam hanc admonitionem Evangelista parabolam vocat, breviter intuendum quid mystice significet. Quisquis nuptias Christi et Ecclesiae invitatus adierit, membris Ecclesiae per fidem coniunctus, non se extollat, quasi sublimior ceteris, de meritis gloriando: dabit enim locum honoratiori post invitato, cum illorum qui se in Christo secuti sunt agilitate praeitur, et cum rubore novissimum locum tenet, quando de aliis meliora cognoscens, quicquid de sua operatione celsum sentiebat humiliat. Sed recumbit aliquis in novissimo loco, secundum illud: quanto magnus es, humilia te in omnibus. Veniens autem Dominus, quem humilem invenerit, amici nomine beatificans, ascendere superius praecipiet: quicumque enim humiliaverit se sicut parvulus, hic est maior in regno caelorum. Pulchre autem dicitur tunc erit tibi gloria, ne nunc quaerere incipias quod tibi servatur in fine. Potest etiam et hoc in hac vita intelligi; quia quotidie Dominus suas nuptias intrat, superbos despiciens, et humilibus saepe tanta sui Spiritus dona praestans, ut discumbentium, idest fidelium, coetus, eos admirando glorificet. Ex conclusione vero generali, quae subditur, manifeste claret praecedentem Domini sermonem typice intelligendum. Neque enim omnis qui se coram hominibus exaltat, humiliatur; aut qui se in conspectu hominum humiliat, exaltatur ab eis: sed qui se de meritis elevat, humiliabitur a Domino; et qui se de beneficiis humiliat, exaltabitur ab eo.

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