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1 novembre Solennità di Tutti i Santi – Giovedì

1 novembre Solennità di Tutti i Santi – Giovedì
03/11/2017 elena

1 novembre
Solennità di Tutti i Santi – Giovedì

Prima lettura (Ap 7,2-4.9-14)

   Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

San Tommaso
(Commento al Simbolo degli Apostoli,
art. 12, La vita eterna)

   In questo articolo della nostra fede dobbiamo innanzitutto considerare che tipo di vita sia la vita eterna. Orbene, essa consiste:
   1. Nell’unione con Dio. Premio e fine di tutte le nostre fatiche è infatti Dio in persona, come egli stesso ebbe a dire ad Abramo: «Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande» (Gen 15,1). Questa unione consiste innanzitutto in una perfetta visione di lui: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia» (1 Cor 13,12). Consiste poi anche in un ferventissimo amore, perché più si conosce uno, più lo si ama; e in una somma lode di lui. Dice infatti S. Agostino: «Vedremo, ameremo e loderemo», e Isaia assicura che «giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode» (Is 51,3).
   2. Nell’appagamento totale e perfetto di ogni desiderio. Nella vita eterna ogni beato troverà l’appagamento di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che niente nella vita presente può appagare pienamente i desideri dell’uomo, né vi è alcunché di creato che possa soddisfare le sue aspirazioni. Soltanto Dio può saziarle e sorpassarle infinitamente, sicché S. Agostino poté affermare: «Ci hai fatto, o Signore, per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposi in te». E poiché i santi nella patria celeste possiederanno Dio perfettamente, essendo egli il nostro premio, è evidente che ogni nostro desiderio sarà saziato, e la nostra felicità supererà ogni aspettativa. Per questo il Signore dice al servo fedele: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21); e S. Agostino commenta: «non è che tutto il gaudio entrerà in coloro che godono, ma tutti coloro che godono entreranno interamente nel gaudio». E il salmista diceva: «Mi sazierò della tua presenza» (Sal 16,15), e ancora: «Egli sazia di beni i tuoi giorni» (Sal 102,5).
   Tutto ciò che può recare diletto si trova infatti nella vita eterna e in sovrabbondanza. Se si desiderano godimenti, là vi sarà il sommo e perfettissimo godimento, perché avrà come oggetto Dio, che è il sommo bene. Si legge infatti nel Libro di Giobbe: «Allora sì, nell’Onnipotente ti sazierai» (Gb 22,26); e il salmista: «Gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra» (Sal 15,11). Se si desiderano onori, là li avremo tutti. Gli uomini, infatti, se sono laici aspirano principalmente a essere re; se sono chierici a essere vescovi. Ebbene, là gli uni e gli altri saranno accontentati, poiché si legge nell’Apocalisse: «Li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti» (Ap 5,5), e ognuno «ora è considerato tra i figli di Dio» (Sap 5,5). Se poi si considera la scienza, là sarà perfettissima, perché conosceremo la natura delle cose, ogni verità e tutto ciò che vorremmo sapere. E quanto vorremo avere, lo avremo con la vita eterna, perché –  come dice il Libro della Sapienza – «Insieme con essa mi sono venuti tutti i beni» (Sap 7,11), e quello dei Proverbi aggiunge: «Il desiderio dei giusti è soddisfatto» (Pr 1,24).
   3. Nella perfetta sicurezza. Infatti in questo mondo non c’è perfetta sicurezza, poiché quante più ricchezze uno possiede e più onorifiche sono le sue cariche, tanto più ha paura di perderle; e gli mancano poi tante altre cose. Nella vita eterna invece non c’è alcuna tristezza, nessuna fatica, nessun timore, perché ognuno «vivrà tranquillo e sicuro dal timore del male» (Pr 1,33).
   4. Nella compagnia dei beati. Trovarsi assieme a tutti i buoni sarà una compagnia massimamente piacevole, perché ciascuno avrà tutti i beni in comune con tutti i beati. Infatti là ciascuno amerà l’altro come se stesso e godrà del bene altrui come del proprio. E ciò farà sì che, aumentando la gioia e la felicità di uno, aumenti la felicità di tutti, come dice il salmista: «Quelli che sono in te, sono tutti lieti e festosi» (Sal 86,7).

Testo latino di S. Tommaso
(In Symbolum Apostolorum expositio,
a. 12. Vitam aeternam)

   Est autem primo considerandum in hoc articulo, quae vita sit vita aeterna. Circa quod sciendum quod in vita aeterna primum est quod homo coniungitur Deo. Nam ipse Deus est praemium et finis omnium laborum nostrorum: Gen. 15,1: ego protector tuus sum, et merces tua magna nimis. Consistit autem haec coniunctio in perfecta visione: 1 Cor. 13,12: videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Item consistit in summa laude: Augustinus, in 22 De civit. Dei: videbimus, amabimus, et laudabimus; Isai. 51,3: gaudium et laetitia invenietur in ea, gratiarum actio, et vox laudis. Item in perfecta satietate desiderii: nam ibi habebit quilibet beatus ultra desiderata et sperata. Cuius ratio est, quia nullus potest in vita ista implere desiderium suum, nec unquam aliquod creatum satiat desiderium hominis: Deus enim solus satiat, et in infinitum excedit: et inde est quod non quiescit nisi in Deo, Augustinus, in 1 Conf.: fecisti nos, Domine, ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te. Et quia sancti in patria perfecte habebunt Deum, manifestum est quod satiabitur desiderium eorum, et adhuc gloria excedet. Et ideo dicit Dominus, Matth. 25,21: intra in gaudium domini tui. Augustinus: totum gaudium non intrabit in gaudentes, sed toti gaudentes intrabunt in gaudium. Psal. 16,15: satiabor cum apparuerit gloria tua; et iterum CII, 5: qui replet in bonis desiderium tuum. Quidquid enim delectabile est, totum est ibi superabundanter. Si enim appetuntur delectationes, ibi erit summa et perfectissima delectatio, quia de summo bono, scilicet Deo: Iob 22,26: tunc super omnipotentem deliciis afflues; Psal. 15,11: delectationes in dextera tua usque in finem. Item si appetuntur honores, ibi erit omnis honor. Homines praecipue desiderant esse reges, quantum ad laicos, et episcopi, quantum ad clericos: et utrumque erit ibi: Apoc. 5,10: fecisti nos Deo nostro regnum et sacerdotes; Sap. 5,5: ecce quomodo computati sunt inter filios Dei. Item si scientia appetitur, ibi erit perfectissima: quia omnes naturas rerum et omnem veritatem, et quidquid volemus, sciemus, et quidquid volumus habere, habebimus ibi cum ipsa vita aeterna. Sap. 7,11: venerunt mihi omnia bona pariter cum illa. Prov. 10,24: desiderium suum iustis dabitur. Tertio consistit in perfecta securitate: nam in mundo isto non est perfecta securitas: quia quanto quis habet plura et magis eminet, tanto plura timet et pluribus indiget; sed in vita aeterna nulla est tristitia, nullus labor, nullus timor. Prov. 1 33: abundantia perfruetur, malorum timore sublato. Quarto consistit in omnium beatorum iucunda societate, quae societas erit maxime delectabilis: quia quilibet habebit omnia bona cum omnibus beatis. Nam quilibet diliget alium sicut seipsum; et ideo gaudebit de bono alterius sicut de suo. Quo fit ut tantum augeatur laetitia et gaudium unius, quantum est gaudium omnium. Psal. 86,7: sicut laetantium omnium habitatio est in te.

Seconda lettura (1 Gv 3,1-3)

   Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

La visione di Dio

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 3, a. 8, corpo)

   La beatitudine ultima e perfetta non può trovarsi che nella visione dell’essenza divina. Per averne la dimostrazione bisogna considerare due cose. La prima è che l’uomo non è perfettamente beato fino a che gli rimane qualcosa da desiderare e da cercare. La seconda è che la perfezione di ciascuna potenza è determinata dalla natura del suo oggetto. Ora l’intelletto, come dice Aristotele, ha per oggetto la quiddità o essenza delle cose. Quindi la perfezione di un intelletto si misura dal suo modo di conoscere l’essenza di una cosa. Per cui se un intelletto viene a conoscere l’essenza di un effetto partendo dalla quale però non è possibile conoscere l’essenza o quiddità della causa, non si dirà che l’intelletto può raggiungere senz’altro la causa, sebbene possa conoscerne l’esistenza mediante gli effetti. Quando dunque l’uomo nel conoscere gli effetti arriva a comprendere che essi hanno una causa, conserva il desiderio naturale di conoscere la quiddità della causa.
   E si tratta di un desiderio dovuto alla meraviglia, come dice Aristotele, che stimola la ricerca. Come chi osserva le eclissi del sole capisce la loro dipendenza da una causa, la cui natura però gli sfugge: e allora si meraviglia, e mosso dalla meraviglia si pone alla ricerca. Ricerca che non cessa finché non giunge a conoscere la natura della causa. – Ora, dal momento che l’intelletto umano, conoscendo la natura di un effetto creato, arriva a conoscere solo l’esistenza di Dio, la perfezione da esso conseguita non è tale da raggiungere veramente la causa prima, ma rimane ancora il desiderio naturale di indagarne la natura. Quindi l’uomo non è perfettamente beato. Per la beatitudine perfetta si richiede dunque che l’intelletto raggiunga l’essenza stessa della causa prima. E così esso avrà la sua perfezione unendosi a Dio come al suo oggetto, nella qual cosa soltanto si trova la beatitudine dell’uomo, come si è visto sopra.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I-II, q. 3, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod ultima et perfecta beatitudo non potest esse nisi in visione divinae essentiae. Ad cuius evidentiam, duo consideranda sunt. Primo quidem, quod homo non est perfecte beatus, quandiu restat sibi aliquid desiderandum et quaerendum. Secundum est, quod uniuscuiusque potentiae perfectio attenditur secundum rationem sui obiecti. Obiectum autem intellectus est quod quid est, idest essentia rei, ut dicitur in 3 De an. Unde intantum procedit perfectio intellectus, inquantum cognoscit essentiam alicuius rei. Si ergo intellectus aliquis cognoscat essentiam alicuius effectus, per quam non possit cognosci essentia causae, ut scilicet sciatur de causa quid est; non dicitur intellectus attingere ad causam simpliciter, quamvis per effectum cognoscere possit de causa an sit. Et ideo remanet naturaliter homini desiderium, cum cognoscit effectum, et scit eum habere causam, ut etiam sciat de causa quid est. Et illud desiderium est admirationis, et causat inquisitionem, ut dicitur in principio Metaphys. Puta si aliquis cognoscens eclipsim solis, considerat quod ex aliqua causa procedit, de qua, quia nescit quid sit, admiratur, et admirando inquirit. Nec ista inquisitio quiescit quousque perveniat ad cognoscendum essentiam causae. – Si igitur intellectus humanus, cognoscens essentiam alicuius effectus creati, non cognoscat de Deo nisi an est; nondum perfectio eius attingit simpliciter ad causam primam, sed remanet ei adhuc naturale desiderium inquirendi causam. Unde nondum est perfecte beatus. Ad perfectam igitur beatitudinem requiritur quod intellectus pertingat ad ipsam essentiam primae causae. Et sic perfectionem suam habebit per unionem ad Deum sicut ad obiectum, in quo solo beatitudo hominis consistit, ut supra [aa. 1-7; q. 2, a. 8] dictum est.

Vangelo (Mt 5,1-12a)

   In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Le beatitudini

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 69, a. 1, corpo e soluzione 3)

   Come si è detto, la beatitudine è il fine ultimo della vita umana. Ora, per la speranza che uno ha di raggiungere la beatitudine si può dire che ha già conseguito il fine: come infatti dice il Filosofo, «i fanciulli vengono detti beati per la speranza»; e Paolo in Rm dice: Nella speranza siamo stati salvati. Ora, la speranza di raggiungere il fine nasce dal fatto che uno cammina come si conviene e si avvicina ad esso: e ciò avviene mediante qualche atto. Ma al fine della beatitudine ci s’incammina e ci si avvicina con gli atti delle virtù, e specialmente con gli atti dei doni, se parliamo della beatitudine eterna, per la quale non basta la ragione, ma è necessaria la guida dello Spirito Santo, ai cui comandi e alle cui ispirazioni siamo predisposti a ubbidire mediante i doni. Quindi le beatitudini si differenziano dalle virtù e dai doni non in quanto abiti da essi distinti, ma come gli atti si distinguono dagli abiti.
   3. La mitezza viene considerata come l’atto della mansuetudine; e lo stesso si dica della giustizia e della misericordia. E sebbene queste sembrino essere virtù, tuttavia sono attribuite ai doni, secondo le spiegazioni date, predispongono l’uomo a tutti quegli atti a cui lo predispongono le virtù.

Testo latino di S. Tommaso
(S. Th. I-II, q. 69, a. 1, corpus e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [q. 2 a. 7; q. 3 a. 1] dictum est, beatitudo est ultimus finis humanae vitae. Dicitur autem aliquis iam finem habere, propter spem finis obtinendi, unde et philosophus dicit, in 1 Ethic., quod pueri dicuntur beati propter spem; et apostolus dicit, Rom. 8 [24], spe salvi facti sumus. Spes autem de fine consequendo insurgit ex hoc quod aliquis convenienter movetur ad finem, et appropinquat ad ipsum, quod quidem fit per aliquam actionem. Ad finem autem beatitudinis movetur aliquis et appropinquat per operationes virtutum; et praecipue per operationes donorum, si loquamur de beatitudine aeterna, ad quam ratio non sufficit, sed in eam inducit Spiritus Sanctus, ad cuius obedientiam et sequelam per dona perficimur. Et ideo beatitudines distinguuntur quidem a virtutibus et donis, non sicut habitus ab eis distincti, sed sicut actus distinguuntur ab habitibus.
   Ad tertium dicendum quod mititas accipitur pro actu mansuetudinis, et similiter dicendum est de iustitia et de misericordia. Et quamvis haec videantur esse virtutes, attribuuntur tamen donis, quia etiam dona perficiunt hominem circa omnia circa quae perficiunt virtutes, ut dictum est.

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